Spagna: le ultime disposizioni sull’insegnamento della religione violano gli accordi

Intervista al professor Rafael Navarro Valls, segretario generale della Reale Accademia di Giurisprudenza e Legislazione

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MADRID, venerdì, 21 maggio 2004 (ZENIT.org-Veritas).- Il professor Rafael Navarro Valls, insegnante presso la facoltà di Diritto dell’Università Complutense di Madrid e segretario generale della Reale Accademia di Giurisprudenza e Legislazione, tratta in questa intervista concessa all’agenzia Veritas alcune delle misure annunciate dal nuovo Governo del Partito Socialista, che interessano temi importanti come la situazione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, lo statuto dei professori di religione, il finanziamento della Chiesa o il controllo delle attività di tipo religioso.



Secondo il nuovo Governo spagnolo, sarebbe necessaria una riforma degli Accordi con la Santa Sede principalmente su due temi: quello relativo ai professori di religione e quello che riguarda il sistema di finanziamento delle Chiese. Qual è la sua opinione sul primo?

Rafael Navarro Valls: In realtà, la situazione conflittuale che si è creata intorno ai professori di religione non è direttamente legata agli Accordi con la Santa Sede, se si analizza l’origine della discordia.

Il problema è sorto perché non c’era un numero sufficiente di professori nelle strutture educative disposto ad impartire l’insegnamento della religione. E’ stato quindi necessario ricorrere a personale esterno, che reclamava la legalizzazione del proprio rapporto di servizio non con la Chiesa, ma con la Pubblica Amministrazione, e, quindi, con la natura dell’impiego pubblico.

A loro volta, i professori di religione e morale cattolica hanno intrapreso una battaglia giudiziaria per ottenere gli stessi diritti concessi ai professori delle altre materie degli stessi livelli, obiettivo che è stato conseguito dopo il riconoscimento del loro rapporto di servizio come rapporto di natura lavorativa. Questa situazione non riguarda quanto stabilito tra lo Stato e la Santa Sede nel 1979.

Come ha fatto notare la professoressa Briones, dell’Università Complutense, negli Accordi non si stabilisce che si tratti di un incarico pubblico, poichè ciò che è pubblico è il fatto di impartire l’insegnamento cattolico, essendo stato stabilito che, «alla luce del principio della libertà religiosa, l’azione educativa rispetterà il diritto fondamentale dei genitori sull’educazione morale e religiosa dei figli nell’ambito scolastico» (art. I AEAC).

Non si stabilisce nemmeno che esista un rapporto lavorativo tra la Pubblica Amministrazione e il professore di religione proposto dalla Chiesa cattolica, ma solo che sono sottoposti al regime disciplinare delle strutture e, inoltre, si specifica che «nessuno sarà obbligato a impartire l’insegnamento religioso» (art. III AEAC).

In sostanza, quindi, la risoluzione dei conflitti non richiede la riforma degli Accordi. Quello che richiede è una legislazione ordinaria pattuita che chiarisca tra la Chiesa e lo Stato il complicato rapporto lavorativo che si è venuto a creare, tentando di tutelare i legittimi interessi dei professori di religione.

E per quanto riguarda il tema del finanziamento delle Chiese?

Rafael Navarro Valls: La prima cosa che andrebbe chiarita è se l’“autofinanziamento” della Chiesa contemplato dall’Accordo sugli Affari Economici è una mera dichiarazione di intenzioni o è davvero l’ultimo passo di un sistema graduale stabilito negli Accordi. Non tutti gli esperti concordano su questo punto.

C’è, però, unanimità nel distinguere tra il lavoro pastorale della Chiesa da un lato e l’ampissima opera assistenziale che realizza dall’altro. Il primo, che rappresenta l’aspetto specificatamente religioso, potrebbe essere finanziato con l’apporto dei fedeli. La seconda, ossia l’aspetto assistenziale e benefico, continuerà sempre ad avere bisogno della collaborazione economica dello Stato, senza parlare propriamente di “autofinanziamento”.

Questo apporto economico dello Stato – del quale beneficiano, ad esempio, anche le organizzazioni non governative – non implica un privilegio per la Chiesa, dato che si tratta dell’applicazione di un principio di giustizia materiale riguardo a opere assistenziali che, senza l’intervento della Chiesa, rimarrebbero disattese.

Si deve anche riconoscere che l’assegnazione tributaria attuale è già una forma di autofinanziamento, che consiste nel trasferimento che fa lo Stato alla Chiesa cattolica di una piccola percentuale, lo 0,5239 dell’IRPEF dei cittadini, che lo sottoscrivono in modo libero e volontario.

Se si prenderà la decisione di riformare l’accordo relativo agli Affari Economici, bisognerà pattuire tra lo Stato e la Santa Sede la sostituzione dei sistemi di collaborazione direttamente finanziaria con altre forme di collaborazione economica. Non si può dimenticare che la Costituzione stabilisce all’articolo 16.3 un sistema di cooperazione tra lo Stato e le confessioni religiose.

L’attuale sistema di collaborazione economica con la Chiesa cattolica, però, non introduce una disuguaglianza rispetto alle altre confessioni religiose minoritarie?

Rafael Navarro Valls: Quando sono stati firmati gli Accordi con i Protestanti, i Musulmani e gli Ebrei (leggi 24, 25, 26/1992, del 10 novembre), si è stabilito un sistema di finanziamento indiretto di queste confessioni da parte dello Stato negli stessi termini della Chiesa cattolica. Quello che non si è giunti a stabilire è un sistema di finanziamento diretto, non desiderato da nessuna di queste confessioni.

Non si può dimenticare, poi, la dottrina del Tribunale Costituzionale sul trattamento diseguale relativo alle diverse circostanze dei soggetti. Come ha dichiarato, la storia e la tradizione della Chiesa in Spagna sono molto diverse da quelle delle altre confessioni.

Ad ogni modo, non ci sarebbe nessun ostacolo a rinegoziare questo punto, di modo che le confessioni minoritarie possano beneficiare del sistema di finanziamento diretto.

Le ultime decisioni del Governo – che tornano a rendere l’insegnamento della religione nelle scuole una materia non valutabile e facoltativa – rispettano gli Accordi tra lo Stato e la Chiesa cattolica?

Rafael Navarro Valls: Per capire questo tema, bisogna partire dalla stessa Costituzione, che all’articolo 27.3 stabilisce che «i poteri pubblici garantiscono il diritto dei genitori a che i figli ricevano la formazione religiosa e morale conforme alle loro convinzioni».

Come hanno sottolineato insigni esperti di amministrazione, la Costituzione non garantisce solo che chi lo desideri possa – privatamente o avvalendosi dell’aiuto di terzi (incluse le istituzioni religiose) - dare ai propri figli la formazione morale o religiosa che preferisce. Il dettame costituzionale stabilisce anche che nella programmazione educativa dell’insegnamento istituzionalizzato si includa la formazione religiosa conforme alle proprie convinzioni.

In applicazione di questo precetto, gli Accordi con la Chiesa cattolica del 1979 hanno stabilito che i vari livelli educativi dell’insegnamento non universitario includeranno l’insegnamento della religione cattolica in tutte le strutture educative.

Questo insegnamento – sempre secondo l’Accordo sull’Insegnamento e sugli Affari Culturali –dovrebbe avere due caratteristiche: a) svolgersi in condizioni equiparabili a quelle delle altre discipline fondamentali; b) non avere carattere obbligatorio per gli alunni, essendo, però, garantito il diritto a riceverla.

Dato che dal carattere volontario di una materia non si deduce che le valutazioni ad essa relative non vengano tenute in conto, il Tribunale Supremo ha dichiarato in varie sentenze nulli i precetti in cui si stabilisce questo criterio.

Per questo motivo, le ultime disposizioni che stabiliscono che l’insegnamento della religione nella scuola è una materia non valutabile violano gli accordi con la Santa Sede, i quali concedono a questo insegnamento carattere “fondamentale”.

Il Ministro dell’Interno ha stabilito qualche forma di controllo sulle attività dei gruppi religiosi in Spagna, soprattutto di quelli islamici. Da un punto di vista giuridico, è valido questo intervento statale?

Rafael Navarro Valls: Anche se il ministro si è riferito alle attività di tutti i gruppi religiosi in generale, è evidente che le sue dichiarazioni sono relative alla confessione (Islam) alla quale presumibilmente appartengono gli autori degli ultimi attentati in Spagna. Non avrebbe senso riferirsi, ad esempio, a gruppi cattolici che non hanno e non hanno avuto nessun ruolo in quegli atti criminali.

Se le cose stanno così, è evidente che le dichiarazioni del ministro inizialmente rispondono ad una preoccupazione condivisa dall’opinione pubblica: quella per cui non si possono utilizzare le libertà democratiche (tra di esse quella religiosa) per attaccare la democrazia.

Il tema, comunque, è estremamente delicato, perché interessa i diritti fondamentali della persona che non possono essere violati. Non si può dimenticare che la libertà religiosa può essere limitata solo quando lo esige l’ordine pubblico o si violano i diritti e le libertà degli altri.

In questo senso, sia il Tribunale Costituzionale che il tribunale dei Diritti Umani, in principio, escludono l’applicazione preventiva e solo governativa dell’ordine pubblico. Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani, anzi, ha accettato implicitamente (nel caso Tsavachidis contro Grecia, 1999) che i cittadini non possono essere sottomessi a vigilanza da parte dei servizi di intelligence solo per la loro appartenenza ad una confessione religiosa (in quel caso, i Testimoni di Geova).

Se, quindi, non ci sono indizi concreti di un delitto (e in questo caso con supervisione giudiziaria), non ci deve essere un controllo preventivo delle attività religiose.