Spiritualità presbiterale nella “Sacramentum caritatis”

| 494 hits

CITTA' DEL VATICANO, sabato, 21 luglio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo alcune riflessioni del Cardinale Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, sull'Esortazione Apostolica “Sacramentum caritatis” di Benedetto XVI.



* * *
Il Concilio Vaticano II aveva già sottolineato la na­tura e l'importanza di una spiritualità propria del presbitero diocesano in quanto tale. All'epoca, molto spesso, i sacerdoti cercavano il cammino della santi­tà orientandosi verso la spiritualità di qualche Ordine o Congregazione religiosa. Il Concilio, viceversa, in­segna che «i presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo esercite­ranno le proprie funzioni con impegno sincero e in­stancabile» e, immediatamente dopo, specifica come questo potrà essere realizzato nell'esercizio dei tre munus, vale a dire, «essendo ministri della parola di Dio», «nella loro qualità di ministri della liturgia, so­prattutto nel sacrificio della Messa», e «reggendo e pascendo il popolo di Dio» (cfr Presbyterorum ordinis, 13). Il compianto Papa Giovanni Paolo II, servo di Dio, nella Pastores dabo vobis (1992), a proposito del fatto che molti candidati al sacerdozio provengo­no oggi dai nuovi movimenti e dalle nuove spiritualità, osserva: «La partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a particolari spiritualità o aggregazioni ecclesiali è certamente, in se stessa, un fattore benefico di crescita e di fraternità sacer­dotale. Ma questa partecipazione non deve ostacola­re, bensì aiutare l'esercizio del ministero e la vita spirituale che sono propri del sacerdote diocesano» (n. 68).

La parola «spiritualità» viene da «spirito». Porsi domande sulla spiritualità di qualcuno significa do­mandare quale sia lo spirito che lo muove e lo ispira nella scoperta e nella realizzazione del senso della sua vita, nella ricerca dei suoi obiettivi, nel compren­dere quali siano le sue aspirazioni determinanti. Per noi cristiani, questo spirito è necessariamente lo Spi­rito di Cristo. Egli deve rappresentare il nostro pun­golo e la nostra ispirazione. A Lui dobbiamo aspira­re. Di conseguenza, anche il presbitero deve vivere questa spiritualità, centrata in Cristo, ma con carat­teristiche specifiche secondo la sua vocazione pro­pria, il suo ministero e la sua missione. Deve ispirar­si a Cristo, Servo e Capo della Chiesa, nel suo tripli­ce ministero di Profeta, Sacerdote e Pastore, dal mo­mento che di questo triplice munus di Cristo il pre­sbitero partecipa realmente e a titolo proprio in virtù della sua ordinazione.

Nell'Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis, il cui tema è l'Eucaristia, fonte e apice della vi­ta e della missione della Chiesa, Benedetto XVI ha costantemente davanti agli occhi anche i presbiteri. Il sacerdozio cristiano è stato fondato da Cristo, che lo ha posto essenzialmente in connessione con l'Eu­caristia, quando, nell'Ultima Cena, ha detto ai suoi apostoli: «Fate questo in memoria di me» (Le 22, 19; 1 Cor 11, 25). Afferma il Papa che «l'Eucaristia è co­stitutiva dell'essere e dell'agire della Chiesa» (n. 15). In questo senso, essa è il centro della vita della Chie­sa. Anche Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Ec­clesia de Eucharistia (2003), insegnava che «il nu­cleo del mistero della Chiesa» era espresso nell'affer­mazione secondo cui «la Chiesa vive dell'Eucaristia» (introduzione), quindi «l’Eucaristia edifica la Chiesa e la Chiesa fa l'Eucaristia» (n. 26). Il Concilio, da parte sua, affermava: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad es­sa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua, Lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini» (PO n. 5).

Se l'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa, deve anche uniformare la spiritualità di tutti i cristia­ni. Afferma Benedetto XVI in Sacramentum caritatis:. «L'Eucaristia, come mistero da vivere, si offre a ciascuno di noi nella condizione in cui egli si trova, facendo diventare la sua situazione esistenziale luogo in cui vivere quotidianamente la novità cristiana. Se il Sacrificio eucaristico alimenta ed accresce in noi quanto ci è già dato nel Battesimo per il quale tutti siamo chiamati alla santità, allora questo deve emer­gere e mostrarsi proprio nelle situazioni o stati di vi­ta in cui ogni cristiano si trova» (n. 79). Tuttavia, ag­giunge il Papa, »la forma eucaristica dell'esistenza si manifesta indubbiamente in modo particolare nello stato di vita sacerdotale. La spiritualità sacerdotale è intrinsecamente eucaristica [...]. Per dare alla sua esistenza una sempre più compiuta forma eucaristi­ca, il sacerdote ['...] deve fare ampio spazio alla vita spirituale. Egli è chiamato a essere continuamente un autentico ricercatore di Dio, pur restando al contempo vicino alle preoccupazioni degli uomini. Una vita spirituale intensa gli permetterà di entrare più profondamente in comunione con il Signore e lo aiu­terà a lasciarsi possedere dall'amore di Dio, divenen­done testimone in ogni circostanza, anche difficile e buia» (n. 80).

«Lasciarsi possedere dall'amore di Dio» è davvero fondamentale nella spiritualità ed è profondamente eucaristico. La vita spirituale cristiana e sacerdotale, infatti, vive dell'incontro personale e comunitario, sempre rinnovato, con Gesù Cristo. Questo incontro forte consiste nell'esperienza concreta e speciale di essere stati raggiunti dall'amore di Gesù Cristo, di essere amati personalmente da Lui e, di conseguen­za, diventare capaci di rispondere a questo amore. Sentirsi amati e amare, in questo consiste la felicità umana. Lo stesso vale nella spiritualità. Ora, l'Euca­ristia si presenta come la migliore opportunità per vivere questa esperienza viva di Cristo, per incon­trarci con Lui che si dona a noi senza riserve, nel suo corpo e nel suo sangue che ci ha consegnato per la nostra salvezza. Nell'Eucaristia, Egli ci ha amati fino alla fine e, come fece nell'Ultima Cena, ci ha in­segnato ad amare i nostri fratelli, come Lui ha ama­to noi, specialmente i più poveri e sofferenti: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35).

Come abbiamo visto, il Papa esorta ogni presbite­ro a «fare ampio spazio alla vita spirituale», trasfor­mandosi in «un autentico ricercatore di Dio». «Ricer­care Dio», non soltanto, nel senso di perseguire una maggiore conoscenza teorica di Dio, ma di vivere un'esperienza viva e profonda di Dio. In assenza di questa esperienza, che deve già essere cercata nel tempo del seminario e sempre rinnovata nel ministe­ro presbiterale, il sacerdote avrà enormi difficoltà a vivere la sua vocazione e missione. Dio non può es­sere soltanto un'idea astratta, una dottrina, un pro­gramma di vita, deve essere soprattutto Qualcuno con cui coltivo una relazione personale forte e di amicizia, filiale, adulta e responsabile, una relazione di alleanza e impegno incondizionato nella missione di salvare l'umanità. Per questo, il Papa afferma che il sacerdote deve essere «un autentico ricercatore di Dio, pur restando al contempo vicino alle preoccu­pazioni degli uomini». Insieme, il sacerdote e Gesù Cristo si dedicano senza riserve alla salvezza degli uomini. Fianco a fianco, vanno in missione. Così co­me Gesù passava intere notti in preghiera insieme al Padre, certamente conferendo con Lui sull'andamen­to della sua missione in questo mondo, allo stesso modo deve comportarsi il sacerdote. Questo riferirsi costantemente a Dio e, per un altro verso, donarsi integralmente alla missione insieme agli uomini, an­che nel caso in cui questo gli costasse la vita, appare profondamente eucaristico. È alla scuola dell'Eucari­stia che il sacerdote si fortifica in questo itinerario di vita spirituale e pastorale.

Di conseguenza, il Papa dichiara: «Raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Mes­sa, anche quando non ci fosse partecipazione di fe­deli» (n. 80). Ovviamente, sempre che sia possibile, sarà meglio celebrare la Messa con la partecipazione dei fedeli. Questo lo raccomanda vivamente il Conci­lio Vaticano II, e Benedetto XVI lo conferma nel far proprio quello che i Padri Sinodali avevano ricono­sciuto, vale a dire: «i Padri Sinodali hanno costatato e ribadito il benefico influsso che la riforma liturgica attuata a partire dal Concilio Vaticano II ha avuto per la vita della Chiesa» (n 3). Tuttavia, il Papa fon­da la sua raccomandazione della Messa quotidiana anche senza la partecipazione dei fedeli sull'argo­mentazione che essa concorda «innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni celebrazione eucaristica». In verità, la santa Messa è sempre un atto che equivale a un abbraccio universale, persino cosmico, ma anche escatologico, cosicché anche nell'assenza fisica dei fedeli continua ad essere essenzialmente comunitaria, coinvolgendo l'intero Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. La celebra­zione quotidiana possiede inoltre una «singolare effi­cacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più pro­fondo del termine, in quanto promuove la conforma­zione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua voca­zione» (n. 80). Inoltre, celebrare la Santa Messa deve essere non una delle tante azioni della giornata, bensì il momen­to centrale, l'azione più importante del ministero sa­cerdotale. Nel mondo non si produce alcun avveni­mento superiore, più significativo, più coinvolgente, più salvifico, più trasformante e vivificante, più mise­ricordioso nei confronti delle miserie umane di quan­to non lo sia la celebrazione dell'Eucaristia, che ren­de presente nella storia, rinnovandolo ogni volta, il sacrificio unico e pasquale di Gesù Cristo, offerto al Padre per la nostra salvezza.

Se la santa Messa costituisce tutti i giorni l'atto più importante della storia umana, allora la sua cele­brazione deve essere realizzata con la massima digni­tà e attenzione. Scrive Benedetto XVI: «Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione [...], la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'a­more» (n. 35). Tutto questo è azione di Dio. Ora, «poiché la liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro ar­bitrio e non può subire il ricatto delle mode del mo­mento» (n. 37). Considerato questo, si capisce l'im­portanza dell'«obbedienza fedele alle norme liturgi­che nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede.. di tutti i. credenti» sottolinea . il Papa (n. 38), e aggiunge: «L'attenzione e l'obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il rico­noscimento del carattere di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono» (n. 40).

La spiritualità eucaristica, che deve costituire l'as­se centrale della spiritualità presbiterale, oltre alla degna celebrazione dell'Eucaristia, si rafforza con la devozione eucaristica, che ha nella visita e adorazio­ne del Santissimo Sacramento nel tabernacolo, du­rante il corso della giornata, una delle sue espressio­ni più tradizionali, confermata dall'esempio di tanti santi e sante. Veramente, le ore trascorse davanti al Santissimo sono tra le più preziose nella vita del pre­sbitero. Tutti noi lo impariamo sin dal tempo del. se­minario. Si tratta di opportunità, inestimabili per vi­vere un lungo momento di preghiera e di incontro personale con il Signore. Sappiamo che negli ultimi decenni, con la riforma liturgica del Concilio Vatica­no II, talvolta, non si comprende bene la relazione tra la celebrazione della santa Messa e l'adorazione eucaristica. Il Papa cita questa incomprensione e la corregge, affermando: «Mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l'intrinseco rapporto tra la santa Messa e l'adorazione del SS. Sacramento non fu ab­bastanza chiaramente percepito. Un'obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico ci sarebbe stato dato non per essere contemplato, ma per essere mangia­to. In realtà, alla luce dell'esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento [...]. L'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucari­stica, la quale è in se stessa il più grande atto d'ado­razione della Chiesa. Ricevere l'Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo» (n. 66).

Per manifestare tutta la ricchezza del mistero eu­caristico nel contesto della spiritualità presbiterale, inoltre, conviene sottolineare ancora i seguenti aspet­ti. Prima di tutto, il carattere trinitario della fede eu­caristica. Nell'Eucaristia, la Chiesa incontra il miste­ro della Santissima Trinità ed è inserita nella Sua co­munione di vita e d'amore, attraverso il memoriale del mistero. pasquale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, celebrato e reso presente sacramental­mente. Dice Benedetto XVI: «Nell'Eucaristia si rivela il disegno d'amore che guida tutta la storia della sal­vezza (cfr Ef 1, 10; 3, 8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr 1 Gv 4, 7-8), si lascia coinvolgere pienamente nella nostra condizione uma­na. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cri­sto si dona a noi nella cena pasquale (cfr Lc 22, 14-20; 1 Cor 11, 23-26), è l'intera vita divina che ci rag­giunge e si partecipa a noi nella forma del Sacra­mento. Dio è comunione perfetta d'amore tra il Pa­dre, il Figlio e lo Spirito Santo [...]. È in Cristo mor­to e risorto e nell'effusione dello Spirito Santo, dato senza misura (cfr Gv 3, 34), che siamo resi partecipi dell'intimità divina» (n. 8). Tutto questo ha avuto ini­zio quando il Padre ha inviato il Suo Figlio, fatto uo­mo nel seno della Vergine Maria per opera dello Spi­rito Santo. In questo contesto, il Papa riporta quel brano illuminante del Vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque cre­de in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17).

L'altro elemento eucaristico è il dono senza riserve che Cristo fa di se stesso per la vita del mondo. «Questo, è il mio corpo che è dato per voi [...]. Que­sto calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 19-20). Così, Gesù nel­l'Eucaristia dell'Ultima Cena anticipa il dono della "sua vita sulla croce. Egli si dona totalmente: «Nessu­no ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Ogni volta che il pre­sbitero celebra l'Eucaristia, impara da Cristo a dare la sua vita, senza riserve, per la salvezza dell'umani­tà. Questa donazione integrale, resa possibile per una configurazione crescente con Gesù Cristo, morto e risorto, sostiene e alimenta anche nel sacerdote il carisma del celibato.

Nell'Eucaristia, Cristo distribuisce il Pane di vita, che è Lui stesso, morto e risorto. Questo è il vero Pane di cui ogni essere-umano ha una fame profon­da. Tutti siamo stati creati per la comunione con la vita divina della Santissima Trinità. Vita d'amore, perché Dio è amore. Amare e sentirsi amati. Il pane eucaristico costituisce prova e dono di questo amore divino. Ma al contempo ci ricorda che in questo mondo il pane materiale, indispensabile per sopravvi­vere, non è distribuito in modo giusto e fraterno. Anzi, tanti hanno fame. Muoiono di fame. La solida­rietà concreta ed efficace con i poveri rappresenta una forma di' coerenza necessaria per chi partecipa dell'Eucaristia. Dice il Papa: «Le nostre comunità, quando celebrano l'Eucaristia, devono prendere sem­pre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto l'Eucaristia spinge ogni credente in Lui a farsi "pane spezzato" per gli altri, e dunque ad impe­gnarsi per un mondo giusto e fraterno. Pensando alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dobbiamo riconoscere che Cristo ancora oggi continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima per­sona: "Date loro voi stessi da mangiare" (Mt 14, 16)» (n. 88).

In quest'ampia visione dell'Eucaristia vista come «pane spezzato per la vita del mondo», Benedet­to XVI ci esorta a lasciarci coinvolgere sempre e nuovamente nella costruzione di un mondo di vera pace, fondata sulla «giustizia, la riconciliazione e il perdono» (n. 89), ma un mondo che faccia uscire «stabilmente dall'indigenza lo sterminato esercito dei poveri» (n. 90).

Infine, bisogna considerare che «una Chiesa au­tenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria» (n. 84). L'Eucaristia spinge il presbitero ad essere missionario. Alcuni vanno in missione «ad gentes». Tutti, però, sono chiamati ad essere missionari tra la gente della propria parrocchia e della propria dioce­si. Missionari nel senso stretto della parola, vale a di­re, persone che decidono di uscire e andare incontro alla gente, specialmente incontro ai cattolici che si sono allontanati. E un immenso campo di azione missionaria. La messe è matura e rischia davvero di perdersi. Oggi la Chiesa si rende conto nuovamente che solo una vera missionarietà potrà rinnovarla. Scrive il Papa: «In effetti, non possiamo tenere per noi l'amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti. Ciò di cui il mondo ha bisogno è l'amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in lui. Per questo l'Euca­ristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione [...]. Non pos­siamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciar­ci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a rag­giungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costituti­va della forma eucaristica dell'esistenza cristiana la tensione missionaria» (n. 84).

Questi sono alcuni elementi, contenuti nella Sacramentum caritatis, che formano parte di un'au­tentica spiritualità presbiterale. In questo modo, Be­nedetto XVI dimostra ancora una volta il suo amore e la sua vicinanza ai sacerdoti.