Staminali embrionali in Europa: l’ipocrisia del tono soft

Intervista alla dottoressa Claudia Navarini, docente di bioetica

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ROMA, giovedì, 27 luglio 2006 (ZENIT.org).- La recente Risoluzione del Consiglio dei Ministri europei sulla competitività della ricerca in Europa di fatto promuove la ricerca con le cellule staminali embrionali, sostiene la dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e membro della Direzione Nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita”.



In una intervista concessa a ZENIT, la dottoressa Navarini spiega le diverse implicazioni e l’ipocrisia della Risoluzione, precisando perché i risultati saranno pur sempre quelli di utilizzare ed eliminare embrioni umani.

Lei sostiene che l’impegno europeo a non produrre embrioni umani per estrarre staminali embrionali è ipocrita. Perché?

Navarini: Il VII Programma Quadro dell’Unione Europea, non finanzierà la produzione di nuove linee cellulari attraverso la creazione embrioni umani “esclusivamente a scopo di ricerca o allo scopo di procurare cellule staminali” (n. 1) , ma finanzierà gli stadi successivi della ricerca, senza specificare se le linee cellulari utilizzate debbano essere di “vecchia data” (la Germania aveva originariamente proposto il 2003 come limite ultimo), importate da fuori o prodotte in qualunque momento, anche nei paesi membri con legislazioni compatibili, attraverso fondi non europei. Insomma, una scappatoia, un vecchio trucco allo scopo di guadagnare alcuni dei Paesi che fino a pochi mesi fa si opponevano a qualunque ricerca distruttiva per l’embrione umano. Che siamo di fronte ad un ipocrisia è evidente. E’ per questo che, dalla Santa Sede all’Associazione “Scienza & Vita”, al Centro di Bioetica della Cattolica, al Movimento per la Vita, alle organizzazioni e ai singoli impegnati sul campo, tutti hanno denunciato la gravità della Risoluzione, la quale senza dubbio muterà il quadro della ricerca scientifica in Europa, esercitando un peso notevole verso la deriva della scienza e delle coscienze. Che l’embrione sia un essere umano a tutti gli effetti, dall’istante del concepimento, è un dato della biologia, oltre che della riflessione antropologica.

Alcuni esponenti politici di fede cattolica sostengono però che la formulazione del VII Programma Quadro è stata una vittoria….

Navarini: Una vittoria ci sarebbe stata se i cattolici attraverso l’unione “trasversale” sui principi non negoziabili, avessero evitato le ambiguità e i pericoli oggi evidenti. L’alleanza degli uomini di buona volontà sui “principi non negoziabili” in occasione del referendum sulla procreazione assistita, è stato una grande prova della capacità di mobilitazione del mondo cattolico e della possibilità di convergenza con i non cattolici sulla legge morale naturale. Anche in Europa, e proprio sul tema delle staminali embrionali, l’Italia aveva saputo sostenere attivamente una “minoranza di blocco” che precludeva i finanziamenti europei ad ogni ricerca sulle staminali embrionali (cfr. C. Navarini, Italia, Europa e cellule staminali embrionali, ZENIT, 4 giugno 2006). Accanto all’Italia si schieravano Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Malta.

Ma la linea di apertura a tale ricerca da parte dell’Italia è risultata evidente fin dall’inizio della nuova legislatura, con il ritiro “a sorpresa” della firma italiana dalla dichiarazione etica che appunto costituiva la minoranza di blocco. E poi i dibattiti infuocati in Parlamento, soprattutto al Senato: sul ripristino della firma, sulla posizione dell’Italia in Europa, sui rapporti con i singoli paesi membri, e poi ancora sulla legge 40, sul futuro della ricerca italiana, e di nuovo sullo statuto dell’embrione umano. Fino alle ultime battute: l’approvazione in Senato della risoluzione che impegnava l’Italia, in sede europea, a opporsi alla ricerca che comportasse l’uso di embrioni umani impiantabili e le notizie di trattative con la Germania per trovare una soluzione di compromesso. Da questi due decisivi elementi discende in buona parte la responsabilità italiana per quanto è accaduto in Europa.

Ma la Risoluzione approvata dal Senato italiano (cfr. ZENIT, 21 luglio 2006 ), non escludeva la ricerca con le cellule staminali embrionali, ma la limitava. Ponendo due “rigorosi” paletti: ottenere staminali embrionali senza distruggere l’embrione (ad esempio attraverso tecniche di partenogenesi non darebbero vita ad un nuovo individuo) e utilizzare embrioni “non più impiantabili”.

Navarini: Le critiche a tale risoluzione sono giunte prontamente dal mondo scientifico ed etico. Le vie “etiche” per il reperimento di staminali di tipo embrionale, cioè di cellule staminali pluripotenti con vaste potenzialità applicative, sono oggetto di studio da alcuni anni. Per quanto interessanti possano essere le soluzioni ipotizzate, i rischi sono ancora alti: a livello etico, è assai dubbio che queste vie davvero non danneggino o distruggano embrioni; a livello scientifico, è dubbia la validità e la fruibilità di tali cellule.

Il fenomeno della partenogenesi, ad esempio, presente – di rado – anche in natura, è associato allo sviluppo di forme tumorali che scoraggiano con ogni evidenza una sperimentazione in questo senso sull’uomo. In effetti, l’unica via accettabile per ottenere staminali pluripotenti è la riprogrammazione di staminali adulte, che rientra sotto una differente categoria di ricerca. Le altre strade, anche ammesso che possano condurre a qualche risultato, richiedono tassativamente una previa ed estesa sperimentazione sull’animale.

La questione della “non impiantabilità” risulta ancora più forzata. In primo luogo perché tale dichiarazione non può che essere probabilistica, dal momento che – fino al momento dello scongelamento – nessun embrione, nemmeno se congelato da decine di anni, può ritenersi certamente “non impiantabile”. È ancora recente la notizia di una ragazza inglese che, all’età di sedici anni, ha visto nascere la sua gemella, concepita insieme a lei e tenuta per sedici anni in gelida attesa.

In secondo luogo perché, come ha osservato in più occasioni Adriano Pessina, Direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, la procedura di scongelamento per “verificare l’impiantabilità” produce almeno due conseguenze: la difficile decisione di “che cosa fare” se l’embrione risulta “impiantabile” ma abbandonato dai genitori (di certo non si può ri-congelare); e l’inevitabile promozione della produzione e distruzione di embrioni in vitro se la ricerca con le staminali embrionali dovesse dare qualche frutto.

In terzo luogo perché un embrione “non impiantabile” non è ipso facto morto. Affinché si possano legittimamente prelevare cellule, è necessario che l’embrione sia dichiarato morto (con tutte le difficoltà di procedere inequivocabilmente a tale dichiarazione), e ciò comporta che la morte non sia evidentemente “provocata” allo scopo di ottenere le cellule stesse. Inoltre, è poco probabile che le cellule di un embrione deceduto si rivelino ancora utili per la sperimentazione.

In sostanza quali sono le sue conclusioni?

Navarini: Il testo approvato al Senato conteneva già compromessi inaccettabili, che solo a causa delle sue profonde ambiguità ha potuto riscuotere l’approvazione delle parti politiche meno inclini alla difesa della dignità embrionaria. E d’altra parte, la proposta alternativa – che senza ombre impegnava l’Italia, in sede europea, a contrastare il finanziamento per tale ricerca – è stata rifiutata per un solo voto. Seppure a strettissima maggioranza, dunque, l’Italia non ha ricevuto dal Parlamento un mandato che le imponesse la radicale difesa dell’embrione umano.

La posizione dell’Italia è stata cruciale anche nell’esercitare pressioni negative su altri paesi, come la Germania, che ha ratificato infine la decisione del Consiglio, lasciando soli nella loro battaglia la Polonia e gli altri Paesi sostenitori del blocco. Da una “minoranza di blocco”, si è passati così ad una “maggioranza qualificata”.

Una maggioranza di cui nessuno dubitava in Europa - dove la sperimentazione sugli embrioni è per molti paesi una triste realtà - e contro cui l’Italia rappresentava, checché se ne dica, una posizione più nuova, più avanzata e più ragionevole. Una posizione sancita a livello nazionale dalla legge 40 sulla procreazione assistita - che all’art. 13 vieta “qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano” - e ratificata da un referendum popolare che in larga maggioranza non ha voluto modificare la legge in senso permissivo.