Storie di peccatori

I deboli, i prigionieri, gli "sbagliati", proprio perché possiedono il senso di bisogno di Dio, già sono interiormente liberati

Fabriano, (Zenit.org) Maria Cristina Corvo | 414 hits

“Lo deve leggere assolutamente! Basta con le storie dei santi; è ora dei peccatori! Dopo millenni che non compro un libro ho avuto una forza attrattiva che mi ha obbligato a comprarlo”. E mi spedisce una foto scattata al libro che ha appena acquistato. “VOLETE SAPERE CHI SONO IO? Racconti dal carcere”.

La settimana scorsa, su WhatsApp, mi è arrivato questo messaggio da parte di Daniele, un mio alunno. Pensavo: in genere facciamo dicotomie chiare nella nostra vita:

- detenuti/ liberi

- cattivi/ buoni

- prima/ dopo

- dentro/ fuori

In apparenza tutto sembra semplice, come quando si gioca a scacchi o si formano le squadre di “Palla prigioniera”. I gruppi sono due e, alla fine, ci sono i vincitori ed i perdenti. Ma nella realtà le sfumature tra il bianco e il nero sono milioni quanti sono gli esseri umani. E ci sono almeno tre motivi per cui dovremmo astenerci da fare queste semplicistiche differenziazioni nette. 

La prima ragione è semplice: “Siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di chiunque di noi. Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera, malattie da cui anche noi siamo affetti, per quanto in misura diversa. Il nostro dovere è di aiutarli a guarire.” (Tenzin Gyatso -Dalai Lama-)

Il secondo motivo è che quasi tutti siamo già prigionieri, reclusi, per lo più, nelle nostre inutili paure. Dallapaura, poi, derivano una serie di conseguenze da metter…paura. L’aggressività, l’ansia, la gelosia, il razzismo, le guerre…

Il terzo motivo è che possiamo imparare tanto dagli sbagli che ci rinchiudono in galera (di qualsiasi tipo di galera si tratti). Anzi, quelli che credono di non sbagliare mai, i “perfettini”, spesso, diventano insopportabilmente moralisti. Chi ha sbagliato, invece, è costretto a scegliere: o sprofondare del tutto o elevarsi e cambiare (qualcuno la chiama “conversione”).

Ma per elevarsi succede come quando stai seduto per terra da tanto tempo e ti devi rialzare in piedi con i muscoli tutti indolenziti dalla posizione tenuta troppo a lungo; è più facile se qualcuno ti porge la mano per farti rimettere in piedi. E magari, con l’aiuto di quella mano, ce la fai pure fare a darti una spinta per fare quel salto in alto che serve a sgranchirti definitivamente.

E quando sei in piedi, succede anche che ti venga naturale dare una mano a quelli che sono vicino a te, ancora seduti per terra, per aiutarli a rialzarsi. Non ti passa manco per l’anticamera del cervello di metterti a giudicare e a guardarli dall’alto in basso, perché tu ti sei appena sollevato dal loro stesso livello. Questi meccanismi psicologici Gesù li conosceva perfettamente ed è stato chiarissimo: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8,7).

Caro Daniele, il fatto è che la vita di ogni santo è il racconto del suo essersi alzato in piedi con tanta fatica. Sono storie di prigionieri, liberati, che avevano capito che tutti noi siamo poveri di tutto!

Ci diamo un gran daffare per avere bei vestiti, belle case, una reputazione eccellente, ma davanti a Dio rimaniamo povere creature, peccatori fragili bisognosi del suo aiuto.

Non abbiamo bisogno di persone da invidiare o di oggetti da esibire. Abbiamo bisogno solo di Qualcuno che sia più potente dei soldi e di ogni essere umano qui sulla terra.

È “LA” Presenza che non ci lascia mai orfani! Abbiamo bisogno di non sentirci abbandonati nella squadra dei perdenti! Quando siamo per terra, avviliti e stanchi, non abbiamo vergogna di mostrarci come realmente siamo. L’apparenza è una preoccupazione dei “perfettini”, che temono di scendere malamente dal loro piedistallo e non sanno che quella loro paura già li tiene prigionieri.

Invece i deboli, i prigionieri, gli “sbagliati”, proprio perché possiedono il senso di bisogno di Dio, già sono liberi interiormente!Il carcere è un ambiente che mi ha sempre affascinata, per il desiderio di riscatto che può mettere nel cuore di una persona.

Gesù stesso ha detto che è venuto per liberare i prigionieri! Ed ha ribadito che, alla fine del mondo, ci giudicherà anche in base al livello di accoglienza che avremo avuto verso i carcerati. Tutti i carcerati (perché le prigioni possono essere tante!).

Abbiamo ali immense per volare: dobbiamo spiegarle e dar loro una decisa inclinazione verso la meta. Può capitare di rallentare il volo o, addirittura, di scendere in picchiata pieni di paura, ma poi risaliamo più forti e coraggiosi di prima.

Alcune volte, però, ci schiantiamo al suolo. È da quel momento in poi che dobbiamo decidere se arrenderci all’idea che non potremo volare mai più o se rivolgerci a Colui che le ali ce le ha create per chiederGli di risanarcele.

Se crederai, se avrai fede in Lui, le tue ali torneranno ad aprirsi al Cielo della Vita! Gesù è venuto per liberare i prigionieri e riconquistare il terreno rubato dal diavolo, e ci ha detto: “Abbi fede in Dio e scegli pensieri che generano vita”. Dio ci ha assicurato: “Io so i pensieri che medito per voi: pensieri di gioia e di speranza, per darvi un avvenire!” (Ger. 29,11). Ora non ti resta che entrare nella squadra dei “veri” vincenti: i liberàti!

P.S. Se vuoi, ti faccio conoscere una storia di liberazione, dalla vera protagonista. Se vuoi, continua a leggere questo post. Se vuoi, guarda cosa fa Gesù quando qualche “prigioniero” si avvicina a Lui! (vai su www.intemirifugio.it

Per scrivere alla prof.ssa Maria Cristina Corvo: cristina@gspa.it