Strappare un senso alla vita

Una conferenza sull'arte e la sfida di trovare senso nella vita nonostante la sofferenza

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di Donatella Bondini e Maria Ida Urbani

RONCIGLIONE, martedì, 11 dicembre 2012 (ZENIT.org).- «Non è l’uomo ad interrogare la vita ma è piuttosto la vita che interroga l’uomo sul senso della propria vita. Il senso – per usare un’immagine simpatica – non galleggia come gli gnocchi cotti sulla superficie dell’acqua, ma è piuttosto una perla preziosa, nascosta nelle pieghe profonde del mare della nostra esistenza e richiede che ci tuffiamo e ci adoperiamo seriamente ad inverarlo». Con queste parole il professor Robert Cheaib ha riassunto la rivoluzione copernicana offerta da Viktor Emil Frankl, fondatore della Logoterapia, riguardo alla questione del senso della vita.

La riflessione sulla domanda di senso - «la più umana fra le domande» - è avvenuta in una conferenza dal titolo «Strappare un senso alla vita». L’incontro è avvenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Ronciglione (VT), che ha patrocinato l’evento, domenica 9 dicembre 2012, in occasione della presentazione del libro dello stesso conferenziere: Itinerarium cordis in Deum. Prospettive pre-logiche e meta-logiche per una mistagogia verso la fede alla luce di V.E. Frankl, M. Blondel e J.H. Newman per i tipi di Cittadella Editrice.

Dopo il benvenuto dell’Assessore alla Cultura, Daniela Sangiorgi, e del sindaco, Alessandro Giovagnoli, il vescovo di Civita Castellana, mons. Romano Rossi, ha presentato l’opera del prof. Cheaib mostrando che uno dei suoi pregi è quello di mettersi in ascolto dell’umano per intercettarlo con la sorpresa della rivelazione.

L’importanza dell’opera – secondo Mons. Rossi – risiede nella convinzione che il problema dell’annuncio cristiano non consiste tanto nell’annunciare il kerygma di Cristo morto e risorto, quanto nel mostrarne la significatività per l’uomo d’oggi e «nell’intessere questo messaggio dentro il nostro vissuto, di modo che tale annuncio possa intrecciarsi dentro la nostra verità di mendicanti, di pellegrini, di poveri».

Proseguendo, il vescovo, ha affermato che l’originalità della prospettiva dell’autore del saggio consiste nel «lavorare su quel confine molto delicato e necessario tra l’umano e il divino. Il suo metodo può essere chiamato in gergo pugilistico “un massacrante lavoro sui fianchi in attesa del k.o.”. La grazia di Dio ti dà il k.o., ma se prima non si lavora ai fianchi, l’annuncio di Cristo rimbalza. La persona deve essere aiutata il più possibile ad attingere alla verità del suo cuore di uomo, ad essere messa allo scoperto, tirata in gioco».

Infine, il vescovo ha ribadito il carattere tipicamente cattolico di questo approccio teologico che coniuga cultura e riflessione credente, arte e fede, psicologia e teologia: «È una teologia tipicamente cattolica perché nel concerto delle tradizioni cristiane, la tradizione cattolica è quella che ha più riflettuto sul momento magico in cui l’umano si incontra e sposa il divino, in cui l’attesa incontra la risposta».

La libertà costitutiva dell’umano

Prendendo la parola, il prof. Robert Cheaib ha esordito – contro i soliti luoghi comuni denunciati dal sindaco che vogliono una separazione tra fede e vita umana – affermando che, nella profonda lettura cristiana della realtà credente, «una fede non attenta all’uomo non è divina ma diabolica. Il cammino della divinizzazione passa per l’humus dell’umanità, per cui una religione antiumana è in verità antiteista, almeno nella prospettiva del Dio filantropo di Gesù Cristo».

Dopo la presentazione della biografia di Viktor Frankl, il professore di teologia fondamentale presso l’ISSR di Civita Castellana, ha spiegato che, per parlare del senso della vita, è fondamentale delineare una corretta visione dell’uomo. Per questa finalità, dopo l’esclusione dei cosiddetti “riduzionismi” – fisiologismo, psicologismo, sociologismo – che fanno dell’uomo un «homunculus», e sempre in dialogo con Frankl, Cheaib ha spiegato brevemente come l’antropologia frankliana si fonda sulla convinzione che l’uomo, seppure attraversato da vari determinismi, rimane fondamentalmente libero.

Usando la terminologia di Maurice Blondel, Cheaib ha spiegato che «non siamo liberi di non essere liberi», ricordando la provocatrice costatazione di Sartre che afferma: «siamo condannati ad essere liberi».

La libertà che presuppone i nostri determinismi ha un volto triplice. È una «libertà da», ossia una capacità di manovra di fronte ai nostri limiti, istinti e caratteri. È una «libertà per», la libertà per realizzare valori ed essere responsabili. Essa è, infine, una «libertà dinanzi», una libertà responsoriale che non ci pone tanto dinanzi a delle cose, ma dinanzi a un «tu». Questo volto si concretizza nella responsabilità dell’avere una coscienza e dell’essere responsabile per qualcuno e dinanzi a qualcuno.

Intrecciando la prospettiva frankliana con quella del cardinal Newman, Cheaib ha mostrato come l’istanza della coscienza porti necessariamente, se ascoltata, verso la soglia del «Tu» di Dio. La coscienza è l’eco di una voce e, la voce, rimanda a qualcuno che parla dentro di noi – e non di rado contro i nostri piccoli ripieghi pusillanimi – per invitarci alla grandezza del nostro essere. La nostra umanità si riassume e si manifesta nell’essere liberi e responsabili della realizzazione del senso.

«A differenza di Freud che affermò in una lettera a M. Bonaparte che porre la domanda di senso è sintomo di nevrosi, Frankl ci mostra come la domanda di senso è la più umana fra le domande. La soppressione e la mancanza di senso nella vita è il motivo principale della grave “epidemiologia del vuoto esistenziale” e della “nevrosi noogena” di cui soffriamo in massa».

La motivazione umana fondamentale

Interrogandosi sulla motivazione umana fondamentale, Cheaib ha evidenziato come Frankl smonta l’interpretazione freudiana della «volontà di piacere», mostrando come il piacere non può essere una finalità ma un effetto. Chi punta verso il piacere lo disperde e lo perde. Il piacere – come la felicità, in una bella analogia di Kierkegaard – «ha la porta che si apre solo verso l’esterno, chi cerca di spingerla verso l’interno, non fa altro che chiuderla ulteriormente».

Allo stesso modo, la motivazione umana fondamentale non può essere la «volontà di potenza» nell’accezione adleriana e nietzscheana. Un certa dose di potere aiuta l’uomo ma l’uomo non può consumare la propria esistenza alla ricerca dell’amore per il potere. L’uomo è chiamato, piuttosto, al potere di amare.

La motivazione umana fondamentale è la «volontà di senso». Quello stesso orientamento definito da Albert Camus come l’unica domanda filosofica veramente fondamentale.

L’uomo vive se trova un senso per vivere. L’uomo è attratto e attirato dal senso e solo trovando un senso nella propria vita e per le proprie situazioni concrete può sopravvivere all’epidemia di vuoto esistenziale diffusa nelle nostre società e di cui nessuna fascia d’età è esente.

L’intenzionalità dell’uomo verso il senso lo spinge a realizzare la propria essenza «esodica» ed estatica (da ex-stasis) di essere aperto a ciò e a chi è fuori di sé, di aprirsi all’alterità. La realizzazione del senso non avviene in un ripiegamento su se stessi, nell’autorealizzazione ma, paradossalmente, oltre se stessi, nell’autotrascendenza e nell’autodistanziamento.

Offrendo un’analogia espressiva, Cheaib ha detto: «L’intenzionalità dell’uomo lo porta necessariamente al di là di sé, proprio come l’occhio sano vede bene se non vede se stesso. L’occhio che vede se stesso, che si ferma a se stesso è un occhio malato».

Offrendo un’altra analogia frankliana, il docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha parlato del boomerang, il quale se ritorna al punto di partenza significa che ha fallito il suo obiettivo.

La realizzazione dei valori come realizzazione di senso

Il senso della vita per Frankl risiede nella vita stessa e, lungi dall’essere una formula tautologica, queste due vite sono distinte: la prima è la vita fattiva, la seconda è la vita facoltativa. La prima è il dono, la seconda è il compito. In una parola, il senso della vita donata si realizzata attraverso ciò che l’uomo fa della propria vita. Le piste concrete di realizzazione del senso sono i valori che Frankl suddivide in tre categorie:

- valori creativi: sono i talenti creativi che l’uomo mette a frutto.

- valori di esperienza: sono le esperienze di amore, amicizia, relazionalità che danno valore alla vita dell’uomo.

- valori di atteggiamento: se le prime due categorie sono «talenti» o «fortune»,l a terza categoria di valore nessuno la possiede in dotazione. L’uomo se la deve guadagnare, se la deve soffrire.

È a questa categoria che Cheaib ha dedicato l’attenzione maggiore. Sono le situazioni dolorose, infatti, a mettere in dubbio il senso di una vita. La cosiddetta triade del male – dolore, colpa e morte – hanno da sempre costituito l’argomento dolente contro la sussistenza del senso (e l’esistenza di Dio). Frankl, tuttavia, è categorico: «Se la vita ha senso, anche la sofferenza presente in questa vita deve avere senso».

Trovare il senso nel patire costituisce la pietra di paragone della sapienza del senso. Per questo, per il fondatore della Logoterapia,la conquista della capacità di soffrire è un atto di «autoconfigurazione» dell’umano. L’uomo conquista a pieno la propria umanità quando riesce a rimanere umano e a umanizzarsi malgrado l’ inevitabilità del dolore.

Il dolore, il male, è un limite. In se stesso è insensato ma l’uomo, dinanzi a questa situazione imposta, può fare – con dolore, ma può farlo! – un gesto di autoconfigurazione, di atteggiamento che cambia la prospettiva, che trasfigura la situazione sfigurata dal non-senso del male (il male in sé è pur sempre insensato!). L’uomo, maltrattato dal «destino», può obbligare questo destino a pronunciare comunque una parola di senso.

Per rendere l’idea più chiara, il professore ha raccontato alcuni episodi della prigionia di Frankl ad Auschwitz dove, nel cuore di quella privazione di senso, alcune persone hanno saputo eroicamente tirare fuori un senso. Un esempio è quello di una giovane donna che, sapendo che sarebbe morta dopo qualche giorno, confidò a lui con serenità: «Sono grata al mio destino per avermi colpito così duramente, perché nella mia vita di prima, quella borghese, ero troppo viziata e non avevo nessuna vera ambizione spirituale».

La capacità di strappare un senso alla vita e, soprattutto, al volto doloroso della vita, è l’arte di trovare un punto prospettico dal quale è possibile guardare gli avvenimenti e le incombenze e decidere interiormente in mezzo a tutte le costrizioni esteriori. A tal riguardo Cheaib ha citato due testi letterari che esprimono in modo chiaro e convincente questa dinamica di inveramento prospettico del senso del dolore:

Il primo poema è del poeta tedesco Richard Dehmel:

«C'è una sorgente chiamata dolore.
Da essa scorre l'autentica felicità.
Chi sol guarda nel tenue chiarore
inorridisce.
Nel profondo pozzo della sorgente
vede, distinta, l'immagine, contornata dal buio.
Bevi! L'immagine svanisce,
zampilla la luce».

Il secondo testo è una citazione del «Profeta» del poeta libanese Khalil Gibran:

«La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera,
e il pozzo da cui scaturisce il vostro riso, è stato sovente colmo di lacrime.
E come può essere altrimenti?
Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?
E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?
Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia».

Dalla domanda di senso alla domanda di Dio

In seguito alla proiezione del film-testimonianza di Nick Vujicic, un ragazzo nato senza mani e senza piedi, il professore ha ripreso alcune istanze di quanto affermato dal giovane australiano per mostrare come la domanda di senso si apre necessariamente al «meta-senso», a Dio.

Vujicic, infatti, avvertiva i suoi spettatori che il senso della loro vita, o meglio, l’accettazione della loro situazione attuale, non può avvenire paragonandosi con lo stato di disgrazia di un’altra persona. La prospettiva di senso deve essere un fondamento stabile e assoluto.

Cheaib ha spiegato che «se rimane fedele alla sua intenzionalità, la domanda di senso antropologica si apre inevitabilmente a un orizzonte meta-storico, a ciò che Frankl chiama il “meta-senso”».

Un senso relativo e temporaneo è insensato: o è reale o il senso è una farsa, un’illusione. Ed è qui che la domanda di senso si apre antropologicamente alla domanda su Dio. Tutte le interpretazioni prospettiche di senso, infatti, tramonterebbero se l’orizzonte cupo della morte fosse il punto finale.

La testimonianza di Vujicic mostra come trovare il senso della propria esistenza sgorga dalla scoperta di un grande amore, quello di Dio che diventa il punto prospettico intramontabile a partire dal quale si guardano la vita e la morte, la gioia e il dolore. Cheaib ha ripreso le parole del giovane australiano per spiegare il suo intento: «mentre vedevi quest’intervista, forse hai paragonato il tuo dolore con il mio… ma non è questa la speranza. Non è speranza quando credi che qualcuno – secondo il tuo parere – sta soffrendo più di te… non è qui che risiede la speranza. La speranza è nel nome di Dio, nel nome del Signore Gesù Cristo. La speranza è quando misuri la tua sofferenza con l’amore infinito di Dio».

È in questo terreno di aspirazione umana al senso che l’amore di Dio si mostra come chiave di volta che sostiene tutte le profonde aspirazioni del cuore umano. Questa scoperta e questa lettura hanno sostenuto anche la ripresa dell’atleta Kirk Kilgour, un pallavolista statunitense, il quale, durante un allenamento, ha riportato una lesione irreparabile alla colonna vertebrale, che lo ha confinato per sempre sulla sedia a rotelle.

Il processo di cordoglio di Kilgour gli dischiuse un doloroso e prodigioso cammino di conversione, sintetizzato dalla preghiera da lui composta e con la quale Cheaib ha concluso la sua conferenza:

«Chiesi a Dio di essere forte
per eseguire progetti grandiosi.
Egli mi rese debole per conservarmi nella umiltà.

Domandai a Dio che mi desse la salute
per realizzare grandi imprese:
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
mi ha lasciato povero per non essere egoista.

Gli domandai il potere perché gli uomini avessero
bisogno di me.
Egli mi ha dato l’umiliazione
perché io avessi bisogno di loro.

Domandai a Dio tutto per godere la vita:
mi ha lasciato la vita
perché potessi essere contento di tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che ti ho chiesto,
e quasi contro la mia volontà.

l preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato, o mio Signore: fra tutti gli uomini
nessuno possiede più di quello che ho io!»