Sulla via della pace in Colombia

Caritas Internationalis guarda al “terzo peggior disastro umanitario al mondo”

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CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 15 ottobre 2004 (ZENIT.org).- Un illustre negoziatore di ostaggi, monsignor Héctor Fabio Henao, ha pronunciato, questa settimana, un discorso sobrio, nell’ambito dell’inaugurazione della campagna per la pace in Colombia, di Caritas Internationalis.



“La Colombia si trova in una crisi umanitaria e pare che nessuno se ne renda conto o che non importi a nessuno”, ha affermato monsignor Henao ai partecipanti all’incontro di mercoledì scorso che si è tenuto nella sede di Piazza San Calisto.

Tra il pubblico vi erano personalità importanti che hanno preso parte ai negoziati di pace colombiani. Il Segretario generale della Caritas, Duncan MacLaren, ha indicato come obiettivo del programma di pace quello di ottenere una “visibilità nell’agenda sociale della comunità internazionale”.

MacLaren ha inoltre spiegato che la crisi colombiana rappresenta il “terzo peggior disastro umanitario al mondo dopo quello del Sudan e del Congo”.

Monsignor Henao, che dirige anche Caritas Colombia e il programma episcopale socio-pastorale del luogo, ha riferito a ZENIT che “la costruzione e il mantenimento della pace sono una priorità della Conferenza episcopale colombiana”.

Si tratta degli stessi vescovi che hanno di recente compiuto la loro visita quinquennale a Roma.

“Nel corso dei 40 anni di conflitto in Colombia”, ha spiegato monsignor Henao, “la Chiesa ha spesso rappresentato l’unico canale di comunicazione tra le fazioni belligeranti. Nelle regioni isolate, gli ecclesiastici colmano il vuoto lasciato dall’assenza dell’autorità statale”.

Durante la visita a Roma, il vescovo di Chiquinquira, Luis Felipe Sánchez Aponte, ha riferito a ZENIT che la Chiesa assicura una mediazione strutturata tra le parti in guerra, che si differenzia da quella del Governo per la sua caratteristica di “profonda analisi”, ha affermato.

“È difficile lavorare con il Governo in quanto questo tende a non analizzare le cause che stanno alla radice del conflitto”, ha sostenuto il prelato.

È per questo che “i vescovi hanno apprezzato l’importanza della riorganizzazione e degli esercizi di analisi che sono stati loro proposti durante questa visita ‘ad limina’ alla Santa Sede”, ha affermato il vescovo Sánchez Aponte.

La guerra in Colombia ha contrapposto le forze governative ai due principali gruppi guerriglieri marxisti. In aggiunta, la forza paramilitare, originariamente stabilita per combattere la guerriglia nelle zone rurali, è diventata per proprio conto una parte nel conflitto. Diverse frange estreme di questo tipo si sono formate, complicando ulteriormente la situazione politica e militare.

Un’altra relatrice alla Conferenza di Roma è stata Claire Dixson, capo della sezione latinoamericana della Catholic Agency for Overseas Development (CAFOD), la quale ha confermato le differenze tra l’apporto della Chiesa e l’apporto dello Stato. “È solo attraverso i continui studi della Chiesa cattolica che è stata chiarita l’estensione delle violazioni dei diritti civili e l’esistenza dei 3 milioni di sfollati in Colombia”.

“Quando la questione degli sfollati fu sottoposta al Governo qualche anno fa - ha proseguito - essi negarono che si trattasse di un problema che riguardava il loro Paese”.

Giovanni Paolo II ha continuamente rimarcato la necessità che i vescovi colombiani si concentrino sul “peacemaking” nel loro Paese.

Durante la loro recente visita a Roma, i vescovi colombiani hanno discusso del loro personale ruolo nella risoluzione della annosa e sanguinosa guerra civile colombiana. La Chiesa non ha un ruolo formale negli affari politici, ma i vescovi e gli altri ecclesiastici continuano a svolgere un compito vitale nell’organizzare e talvolta moderare gli incontri tra i funzionari governativi e i leader dei ribelli.

“La nostra principale sfida è quella di ottenere un dialogo o un contatto tra il Governo e i guerriglieri”, ha affermato il vescovo Sánchez Aponte.

Nel corso degli ultimi nove anni, la Conferenza episcopale colombiana si è avvalsa di una Commissione permanente per la riconciliazione nazionale, che riunisce illustri personalità pubbliche provenienti da diversi ambiti della società.

Quando i negoziati si interruppero nel 2002, ad esempio, i vescovi continuarono ad agire come mediatori tra le Forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), di sinistra, e il Governo. I vescovi hanno anche iniziato ad organizzare un dialogo tra i funzionari del Governo e i capi dei ribelli dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) e i paramilitari delle Autodifese unite colombiane (AUC).

A maggio la Chiesa ha anche aiutato a negoziare un accordo tra il Governo e i lavoratori che scioperavano a causa della società petrolifera statale Ecopetrol.

Il Papa ha raccomandato che i vescovi diano un contributo alla costruzione di una società fondata sui principi cristiani di verità, giustizia, e libertà.

Il vescovo Sánchez Aponte e monsignor Henao hanno in seguito riferito a ZENIT che i vescovi del loro Paese auspicano che i colombiani si riuniscano per manifestare il loro pensiero non solo sul conflitto armato ma anche sull’urgente necessità di convertire le loro vite all’amore di Dio e dei loro fratelli.

“Come vescovi - ha spiegato monsignor Henao - la preoccupazione principale è quella dell’evangelizzazione delle persone”.

Il vescovo Sánchez Aponte si è detto d’accordo ed ha aggiunto: “la nostra vera sfida è quella di formare una cultura religiosa, una cultura di Cristo”. “Questo per dare linfa nuova ad una cultura che non ha il senso di cosa significhi veramente la vita... è in questa cultura che sarà possibile trovare una pace definitiva”.