“Summorum Pontificum”: tra “desideri espressi e timori fondati” (II)

Intervista a don Manlio Sodi, docente di Liturgia, Sacramentaria e Omiletica

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ROMA, martedì, 17 luglio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’intervista a don Manlio Sodi sul “Motu proprio” Summorum Pontificum di Benedetto XVI. La prima parte è stata pubblicata questo lunedì.



Raramente un documento pontificio ha avuto tanta eco come questo “Motu proprio”. La campagna mediatica ha trasformato la problematica sottesa in una crociata per la lingua latina e per la celebrazione della Messa secondo il rito tridentino senza cogliere, in genere, il vero aspetto del problema.

Don Sodi è docente ordinario di Liturgia, Sacramentaria e Omiletica all’Università Pontificia Salesiana di Roma (www.unisal.it), è direttore di “Rivista Liturgica” (www.rivistaliturgica.it), ha fondato e diretto la collana “Monumenta Liturgica Concilii Tridentini” e ora dirige la collana “Monumenta Studia Instrumenta Liturgica” (48 volumi finora) edita dalla Libreria Editrice Vaticana (diffusione@lev.va).

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Nelle intenzioni del Santo Padre il “Motu proprio” potrebbe convincere la Comunità di San Pio X a rientrare nella Chiesa. Che ne pensa?

Sodi: Il rapporto tra il “Motu proprio” e la Comunità di San Pio X non è direttamente legato alla liturgia. Come sopra accennato, il problema si pone altrove. Tanto sforzo per trarre fuori dalle biblioteche gli antichi libri liturgici appare un’operazione che può fiancheggiare un rientro.
Ma dopo? È possibile il permanere di due forme di celebrazione nello stesso Rito? Come leggere queste diverse forme celebrative alla luce di quanto si afferma in SC 41: «... la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri»?

Dopo circa quarant’anni, è difficile per molti giovani sacerdoti celebrare con un rito di cui non hanno conoscenza e in una lingua quasi per nulla praticata. La sollecitudine del Santo Padre porterà i giovani a studiare di più il latino e la liturgia?

Sodi: Per il latino ho già detto sopra. E per la liturgia? Il Concilio aveva detto chiaramente che la liturgia deve essere computata tra le materie principali. Perché? I Padri avevano compreso, attraverso i dibattiti relativi alla Sacrosanctum Concilium, alla Dei Verbum, alla Lumen Gentium e all’Optatam Totius, che la liturgia è il linguaggio per esprimere la fede della Chiesa, anzi essa «è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore» (SC 10). Se non si entra all’interno di questo linguaggio (costituito dalla Parola di Dio, dall’eucologia e dalla ritualità) non si comprende il senso dei riti. Ecco perché si deve dare spazio per presentare la liturgia non come una cerimonia da compiere ma come un insieme di linguaggi che aiutano a fare esperienza del mistero della Pasqua di Gesù Cristo.

Viene allora da domandarsi: al di là dello spazio concesso al docente di liturgia, quale preparazione per i docenti è assicurata? Quale rapporto tra le discipline teologiche sulla linea di Optatam totius 16? E ancora: quale obbedienza ai contenuti e alle disposizioni della Chiesa è attuata? Bisogna riconoscere che i documenti offrono percorsi formativi adeguati, ma quanti celebrano dimenticando che la liturgia è opera della Chiesa e che non può essere “interpretata” secondo proprie fantasie o all’insegna di improvvisazioni? Se percepiamo tante lamentele è perché troppo spesso l’azione liturgica è “gestita” non all’insegna di quel signum unitatis che invece dovrebbe continuamente richiamare.

La celebrazione con il vecchio rito porterà più gente a partecipare alla Messa domenicale?

Sodi: No. Al di là di qualche sporadica curiosità, non facciamoci illusioni. Il cosiddetto vecchio rito continuerà a fare un po’ di rumore, ma nulla più. La vita delle parrocchie non sarà turbata perché la gente si è abituata ad ascoltare la Parola di Dio in lingua viva, a pregarla con il salmo responsoriale (assente nel vecchio rito!), ad accoglierla in un’omelia strettamente dipendente dalle letture e dal mistero che si celebra (e non una predicazione qualunque, e magari “a temi”, dimenticando così la tematica del Lezionario!), a trasformarla in preghiera con l’oratio fidelium (assente nel vecchio rito!), a seguire la preghiera eucaristica come momento per educare al mistero... mentre se ne fa esperienza viva (e non solo sentimentale).

Se tutto questo può offrire uno stimolo per la vita liturgica (e non solo) delle parrocchie, lo vedrei in un invito ad una maggiore cura nella preparazione delle celebrazioni, nella presidenza dell’azione liturgica, nella scelta dei canti (compresa la valorizzazione di alcuni in latino, spesso conosciuti ma poco valorizzati), nell’attenzione ai segni e ai simboli, nel rispetto del luogo sacro come spazio di dialogo con Dio, di preghiera personale...

I documenti ci pongono di fronte a nuove prospettive istituzionali e di responsabilità nella formazione?

Sodi: Le prospettive manifestate nel Summorum Pontificum non sono nuove nella prima parte; nuove sono le interpretazioni storiche, soprattutto per quanto si afferma a proposito di Pio V e Paolo VI (di fatto le due riforme liturgiche non sono state fatte esclusivamente da loro), e per le responsabilità che si delineano in affido all’Ecclesia Dei che con questo documento acquista una maggiore visibilità e una più forte autonomia rispetto alla Congregazione predisposta al Culto divino e alla disciplina dei Sacramenti.

Intravedo problemi attorno a tutto questo perché non si tratta solo di rieditare i vecchi libri liturgici, ma di preparare i sacerdoti e i seminaristi a svolgere questo servizio. E come coordinare tutto questo? Saranno disponibili altri corsi di liturgia alternativa nei seminari? Oppure si prospetteranno dei master per una preparazione accelerata? La stampa ha già informato sulla disponibilità di DVD in commercio per educare a celebrare con vecchio rito: ma è una visualizzazione di ciò che è contenuto nel De defectibus in celebratione missae occurrentibus che può educare per formare l’assemblea ad una vera esperienza del Mistero?

Insisto però su un dato di fatto: chi toccherà la problematica teologica ed ecclesiologica che sottostà a tutto questo? È la teologia liturgica che attende di essere declinata e accolta – sulla linea della tradizione patristica – per una formazione integrale in cui la lex orandi (culto) costituisce l’anello di incontro tra lex credendi (fede) e lex vivendi (vita).

Si pensi poi a tutto ciò che riguarda l'aspetto normativo vero e proprio. Ciò che più risalta è l’attenzione che si sposta dalla responsabilità del vescovo a quella del parroco il quale è invitato ad accogliere volentieri le richieste dei fedeli, e insieme a provvedere che il bene di essi «si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia [...] evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa» (art. 5). È un dispositivo che ha bisogno di essere letto con attenzione e che richiede una interpretazione, anche in vista di problemi che si intravedono sia in ordine alla celebrazione sia in ordine ad una pastorale e a una spiritualità. E' chiaro comunque che nessun sacerdote sarà obbligato a celebrare secondo il messale del 1962.

Passiamo ora alla Lettera di accompagnamento del Papa. Cosa l'ha più colpita?

Sodi: Innanzitutto la forte partecipazione personale del Papa a questa problematica. Inoltre mi ha colpito la distinzione che si fa tra forma ordinaria e forma straordinaria che caratterizza «un uso duplice dell’unico e medesimo Rito»; questo incide in una prassi che di fatto prende le mosse per la prima volta nella storia oggi. Mai è successo che uno stesso rito fosse celebrato con due forme diverse. Si tratta di una situazione nuova che sarà da valutare nella prassi; e speriamo che questi tre anni di sperimentazione siano sufficienti per valutare con oggettività i problemi (anche se alcuni hanno ricordato che il tempo delle “sperimentazioni” era stato chiuso da tempo).

Col “Motu proprio” tornano in vigore anche gli altri vecchi libri liturgici…

Sodi: Se ne elencano quattro: il Missale (ed. 1962), il Rituale (ed. 1952), il Pontificale (ed. 1961-1962) e il Breviarium (ed. 1962). Ma se ne dovranno aggiungere anche altri per completare l’orizzonte, e cioè il Martyrologium e il Caeremoniale episcoporum. La Lettera si premura di precisare: «... per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi». Questo è molto importante. Perché è un modo gentile, ma fermo, per far riconoscere da tutti, anche a coloro che hanno simpatie lefebvriane, che la Messa postconciliare è la Messa ordinaria della Chiesa cattolica di Rito romano, e non ci si può per principio rifiutare di celebrarla come se non fosse valida o peggio…

La riedizione di questi libri – personalmente ne curo una nella collana “Monumenta Liturgica Piana”, edita dalla Libreria Editrice Vaticana (diffusione@lev.va) – sarà un momento importante per verificarne i limiti rispetto agli attuali libri liturgici, e per apprezzare meglio la liturgia riformata secondo le indicazioni del Vaticano II.

Il Papa nella sua Lettera invoca anche una maggiore cura nelle celebrazioni liturgiche…

Sodi: Questo è molto importante. Dove la messa è celebrata con il dovuto decoro non ci saranno tentazioni di passare al rito “straordinario”. Speriamo che questo “Motu proprio” inciti tutti, fedeli e laici, ad una partecipazione attenta e rispettosa alla liturgia. Ma tutto questo sarà possibile a condizione che il responsabile della celebrazione agisca con la dovuta competenza e deontologia professionale! Ci sono ancora troppi “presidenti di assemblea” che non hanno mai letto né l’Introduzione al Messale né, peggio ancora, l’Introduzione al Lezionario. Come è possibile svolgere un servizio di educazione e formazione all’azione liturgica – e attraverso di essa – se non se ne conoscono i linguaggi e tutto ciò che è necessario per attivarli e farli “parlare” al cuore dei fedeli?

Per chi ha accolto senza pregiudizi e remore la riforma voluta dal Vaticano II questi ultimi documenti possono essere uno stimolo a continuare sulla linea della Chiesa, senza timori. Anche situazioni “negative” possono costituire un’autentica sfida ad andare oltre, a migliorare, a comprendere che il tessuto ecclesiale è costituito da tante realtà che richiedono talora tempo e generazioni per cogliere la via più idonea nella sequela Christi attraverso il linguaggio della celebrazione dei santi misteri.

In questi giorni sta arrivando in libreria un suo “instant book” sul Messale di Pio V: può anticipare qualcosa per i lettori di Zenit?

Sodi: Il volumetto di 48 pagine ha come sottotitolo: Perché la Messa in latino nel III millennio? come provocazione che l’editore (il Messaggero di Padova; ufficiostampa@santantonio.org) ha voluto mettere per sollecitare l’attenzione sulla problematica. Il breve testo si inserisce nella colluvie di interventi, per ora più di tipo giornalistico che altro, per offrire qualche iniziale utile precisazione. I quattro capitoletti trattano anzitutto del Messale per spiegare il genere di libro, visto che tutti i giornali ne hanno amplificato l’importanza. Per questo, in secondo luogo, era necessario offrire alcuni sommari accenni circa la storia di questo libro. Un terzo passaggio richiedeva di evidenziare le vere novità del Messale del Vaticano II. Il quarto, infine, è un invito a riflettere attorno all’interrogativo: Due forme per celebrare la stessa liturgia?

Comunque, ogni tipo di riflessione non potrà essere attuata con oggettività se non ci si confronta prima di tutto con il documento conciliare sulla Liturgia, la Sacrosanctum Concilium, e con la Costituzione apostolica di Paolo VI dal titolo Missale Romanum: un testo che si trova all’inizio di ogni Messale.

È il confronto con questo ampio documento, di importanza fondamentale, superiore ad un “Motu proprio”, che si può percepire meglio sia l’esigenza di conoscere meglio la storia, sia ciò che è stato operato con il nuovo Messale, sia il completo superamento del precedente Missale. Le parole con cui si conclude la Costituzione apostolica risuonano oggi più che mai eloquenti: «Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato (statuta et praescripta) vogliamo che rimanga valido ed efficace (firma et efficacia), ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere di contrario nelle Costituzioni e negli Ordinamenti Apostolici dei nostri Predecessori e in altre disposizioni, anche degne di particolare menzione e deroga».