"Sviluppare un atteggiamento di riconciliazione"

Discorso dell'arcivescovo Tomasi alla sessione del Comitato Esecutivo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

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CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 10 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo in traduzione italiana il discorso pronunciato il 2 ottobre scorso a Ginevra, in Svizzera, dall’arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni Specializzate a Ginevra, durante la 63a sessione del Comitato Esecutivo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. La traduzione è tratta dall’edizione odierna de L’Osservatore Romano.

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Signor Presidente,

L’aumento del numero di conflitti recenti ha prodotto nuove ondate di rifugiati e di persone sfollate. La futilità della violenza come metodo per risolvere dispute appare evidente dal costo, in termini di sofferenza, che centinaia di migliaia di persone, per la maggior parte donne e bambini, stanno pagando in seguito a decisioni politiche che non tengono conto del loro impatto umano. Le persone sradicate con la forza sfidano la comunità internazionale, che non è riuscita a impedirlo, a rispondere alla loro vulnerabilità. La vita familiare è stata sconvolta, i minori si ritrovano a condurre da soli una vita nei campi profughi o in pericolosi ambienti urbani, e in tutti i rifugiati l’esperienza traumatica della morte e della distruzione che hanno lasciato dietro di loro segnerà per sempre la loro esistenza. Questi fatti sono fin troppo noti, poiché si ripetono a ogni nuova crisi, senza, purtroppo, insegnarci ad evitare tali tragedie.

I media puntano i riflettori sui casi per loro politicamente più interessanti e lasciano nell’ombra della consapevolezza pubblica altre masse di persone sfollate, dimenticate e abbandonate al loro tragico destino. La Delegazione della Santa Sede prende atto ed è grata a quei Paesi che hanno tenuto aperti i propri confini e i propri cuori per accogliere i rifugiati che fuggono negli Stati confinanti, ed esorta tutti i Paesi membri ad aiutare condividendo l’onere che queste popolazioni rifugiate impongono a molti loro ospiti.

Nuove variabili, che complicano la situazione, rendono ancora più difficile l’obbligo di assistere i rifugiati di oggi. Non solo la persistente crisi economica limita le opzioni di risposta alle emergenze attuali, ma anche una devastante siccità, in alcune parti del mondo, ha danneggiato il raccolto e indebolito ulteriormente la ripresa economica. I prezzi del cibo sono instabili e i prodotti alimentari vengono utilizzati in modo eccessivo per i biocarburanti. Pertanto, il cibo per i campi profughi ha costi più elevati e rischia di essere insufficiente. Sarebbe un’ulteriore tragedia se la speculazione sui prodotti alimentari rendesse ancora più difficile la fornitura di assistenza umanitaria al numero crescente di profughi e di persone dislocate con la forza.

Per quanto riguarda la condivisione degli oneri nelle presenti circostanze, occorre tener conto della ricchezza e del livello di sviluppo del Paese. Permettetemi di citare un’osservazione pertinente di Papa Benedetto XVI, in una lettera rivolta al Cancelliere della Repubblica Federale di Germania: «La Santa Sede ha sottolineato ripetutamente che i Governi dei Paesi più poveri hanno, da parte loro, la responsabilità della good governance e dell’eliminazione della povertà, che però in ciò è irrinunciabile un’attiva collaborazione da parte dei partner internazionali. Qui non si tratta di un compito straordinario o di concessioni che potrebbero essere rimandate a causa di pressanti interessi nazionali. Esiste piuttosto un dovere morale grave e incondizionato, basato sulla comune appartenenza alla famiglia umana così come sulla comune dignità e destino dei Paesi poveri e dei Paesi ricchi che, mediante il processo di globalizzazione, si sviluppano in modo sempre più strettamente interconnesso».

I limiti sperimentati oggi nell’attuare le soluzioni permanenti classiche del ritorno volontario, del reinsediamento e dell’integrazione locale dovrebbero incoraggiare sia a compiere nuovi sforzi per prevenire i flussi di rifugiati, sia a elaborare meccanismi concreti per una distribuzione più equa della responsabilità nel mondo globalizzato attuale. L’applicazione del concetto di cittadinanza quale diritto fondamentale parificante piuttosto che l’affiliazione etnica o religiosa per la popolazione di un Paese, potrebbe servire da buon esempio di una nuova comprensione della coesione sociale che aiuti a prevenire i conflitti. L’impegno a sviluppare un atteggiamento di riconciliazione invece di approvare e insegnare l’odio e la vendetta ai bambini, specialmente a quelli colpiti dallo sradicamento forzato, ridurrà il rischio di vendette e di violenza future e il conseguente generarsi dei rifugiati. Il circolo vizioso può essere interrotto dal perdono, dal dialogo e dalla riconciliazione.

Signor Presidente,

Una conseguenza inevitabile del protrarsi della condizione di rifugiato è che i bambini che nascono in tali situazioni poi crescono. Come tutti i bambini hanno bisogno di speranza per il futuro e dell’opportunità di crescere e di diventare adulti produttivi. L’educazione è un elemento fondamentale in questo sviluppo. La mia Delegazione apprezza la visione estesa dell’educazione da parte dell’Unhcr, presentata nella sua recente politica per l’educazione. La preparazione di insegnanti, la disponibilità di strutture educative, per quanto semplici, programmi d’insegnamento regolari, sono tutte fonti preziose, e la loro importanza è testimoniata dalla loro attuazione nel più grande campo profughi del mondo, a Dadaab (Kenya). È anche molto importante riconoscere, nella politica dell’Unhcr, che far terminare l’educazione dei rifugiati dopo le scuole elementari significa impedire lo sviluppo dei bambini affidati alle nostre cure. La Santa Sede invita gli Stati che ospitano le popolazioni rifugiate a eliminare ogni ostacolo al proseguimento dell’educazione per questi bambini, ostacoli come il permesso di studio e la mancanza d’accesso alle borse di studio governative, affinché possano realizzare il loro potenziale. Laddove i Paesi non sono in grado di raggiungere questi obiettivi, dovrebbero ricevere aiuto dalla solidarietà internazionale. Sebbene al momento le risorse siano davvero scarse, investire nell’educazione assicura benefici per il futuro.

Signor Presidente,

Ancora una volta, quest’anno, è un dato di fatto che gli sfollati interni a causa dei conflitti sono più numerosi dei rifugiati. La mia Delegazione è anche consapevole che la questione della misura in cui l’Unhcr deve essere coinvolta nel fornire assistenza agli sfollati interni divide gli Stati. In alcuni casi ci sono una paura autentica di un «travalicamento della missione» e la preoccupazione che la missione centrale dell’Unhcr, la protezione dei rifugiati, ne possa soffrire. In altri casi c’è motivo di sospettare che la presenza, durante un conflitto armato interno, di occhi neutrali, internazionali, o la fornitura di un’assistenza salvavita a gruppi localmente svantaggiati potrebbero non essere gradite. La Santa Sede incoraggia l’Alto Commissariato a continuare a compiere un ulteriore sforzo per quanto riguarda le persone dislocate a causa di un conflitto armato. Ciò deve essere fatto in primo luogo cercando un accesso umanitario alle popolazioni colpite per verificare il loro bisogno di protezione, e in secondo luogo in coordinamento con altre agenzie delle Nazioni Unite, offrendo a tali persone un’assistenza cruciale. A questo proposito, la Santa Sede apprezza gli sforzi umanitari compiuti dall’Unhcr per le popolazioni dell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo. Allo stesso tempo, la mia Delegazione auspica sinceramente che gli appelli dei leader religiosi della regione vengano ascoltati e ricevano una risposta da tutte le parti coinvolte nel conflitto dell’area, e che cessino tutte le uccisioni, gli stupri e il reclutamento forzato di bambini soldato.

Signor Presidente,

In conclusione, poiché i conflitti armati persistono e nuove persone sradicate sono costrette a cercare la sopravvivenza nell’esilio e in situazioni precarie di sofferenza fisica e psicologica, diventa nostra comune responsabilità cercare e applicare forme di solidarietà e di protezione più creative e concrete.

(©L'Osservatore Romano 10 ottobre 2012)