Tecnica, tecnologia, arte nella situazione contemporanea (Seconda parte)

Una riflessione firmata da Rodolfo Papa, docente di Storia delle Teorie estetiche presso l'Urbaniana

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 868 hits

La tecnica intreccia la propria storia con l’arte, di cui condivide originariamente il nome: l’arte per i greci è tèchne: «Nella storia dell’Occidente la parola fondamentale che esprime il senso dell’arsè tèchne, da cui deriva la parola “tecnica”. Ma mentre in ars viene esplicitamente nominata la connessione calcolata dei mezzi al fine, téchne nomina invece i vari modi e settori in cui questa connessione si realizza, a partire da quello originario, mediante il quale il mortale copre il suo corpo e gli dà un rifugio»1.

Dunque ars e tèchne cominciano insieme la loro storia, e secondo Heidegger dovrebbero recuperarsi per una più profonda comprensione dell’essenza della tecnica, la quale richiede un confronto con un ambito che da un lato le è affine e dall’altro ne è fondamentalmente distinto: l’ambito appunto dell’arte2.

L’arte, come la tecnica, vive un momento problematico nella contemporaneità, una vera e propria crisi di identità. Numerosi teorici dell’arte ritengono che questa sia la questione a cui dare una risposta, considerando che, come dice Shiner, «Di qualsiasi cosa, oggi, si può dire che è “arte” e cavarsela così»3. Danto afferma: «Ritengo sia corretto chiedersi: in cosa consiste la differenza tra un’opera d’arte e qualcosa che non è un’opera d’arte, nel caso in cui non si rilevi nessuna significativa difformità percettiva tra due oggetti ?»4; Warburton aggiunge: «Vale certamente la pena di dedicare un po’ di energia al tentativo di rispondere alla questione, o almeno di mostrare perché una risposta è impossibile»5.

Questi autori per lo più ammettono di non riuscire a trovare una risposta: «La questione dell’arte, quando è posta al livello generale di “che cos’è l’arte?”, probabilmente non ha risposta»6. Tuttavia il loro impegno definitorio fornisce comunque importanti suggerimenti, in modo particolare ritengo assai utile l’invito di Warburton “dobbiamo tornare alle opere stesse”7, che riecheggia il monito fenomenologico di Husserl “Zu den Sachen Selbst”: Alle cose stesse!8, e che può essere interpretato come un utile invito a riflettere concretamente e non astrattamente, non per petizioni di principio, come sovente accade.

Il termine arte sembra sfuggire a ogni definizione9. Di fronte alla domanda “Che cosa è l’arte?”, viene dunque in mente la situazione descritta da sant’Agostino nel libro XI delle Confessioni a proposito della domanda “che cosa è il tempo?”: se non me lo domandano lo so, se me lo domandano non lo so. Si sente la necessità di definire il significato del termine, anche se nel contempo si avverte una difficoltà definitoria. Infatti, circoscrivere il significato dell’arte sembrerebbe apparentemente implicare il rischio dell’esclusione di novità e sperimentazioni, ma di contro, mantenerlo fluido e suscettibile di infinite interpretazioni di fatto impedisce la possibilità di una soluzione.

Nella teoria dell’arte convivono atteggiamenti diversi: tentare di definire e analizzare fino all’esaurimento di ogni punto interrogativo; oppure rinunciare ad una definizione di fronte al proliferare delle domande; o ancora identificare l’arte solo con un suo aspetto: una particolare disciplina, una particolare corrente, una particolare epoca storica.

La questione è difficile, e per essere affrontata richiede chiarimenti prioritari. Innanzitutto, cosa vuol dire definire? Definire significa spiegare “che cosa è”, dunque implica la conoscenza, seppure non esaustiva, di ciò che si definisce; inoltre definire non significa costringere una realtà dentro una parola, ma viceversa cercare un discorso che sappia dire la stessa realtà. Dunque, non bisogna avere paura delle definizioni, come se fossero delle prigioni. Inoltre, le definizioni possono essere di tanti tipi, secondo lo scopo e il tipo di conoscenza che si vuole o si può conseguire. Si può definire il “nome” oppure la “cosa”. Nel primo caso siamo di fronte a una definizione nominale, che può a sua volta consistere nell’etimologia, nella spiegazione dell’uso comune del termine, oppure nella specificazione di usi particolari, relativi a un contesto o a una persona. Nel secondo caso, siamo di fronte a una definizione “reale”, che può consistere nell’esplicitazione delle cause e dei principi, oppure nella determinazione di genere e differenza specifica, o ancora può sfumare in una descrizione. La tradizione classica (Aristotele, Tommaso d’Aquino10, solo per fare alcuni nomi) ci offre una definizione reale di ars, secondo genere e differenza: ars est recta ratio factibilium11. ovvero l’arte è la corretta ragione delle cose da fare. Dunque il genere è la “recta ratio”, e la specie viene differenziata dal riferimento ai “factibilia”, alle cose da fare, da produrre. L’arte viene così posta tra le virtù dianoetiche, cioè tra le perfezioni dell’anima razionale; inoltre è strettamente connessa con la conoscenza e con la fabbricazione di oggetti; potremmo esemplificare che arte è un “saper fare”. Come ha scritto in modo suggestivo Winckelmann: «Il pennello che l’artista tiene in mano deve essere intinto nell’intelletto»12.

Ma la questione va ulteriormente definita, come vedremo nel seguito.

(segue; la prima parte è stata pubblicata lunedì 28 maggio)

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NOTE

1 E. Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, pp. 283-284.

2 Cfr. M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1984.

3 L.Shiner, L’invenzione dell’arte. Una storia culturale [2001], trad.it., Einaudi, Torino 2010, p. 3.

4 A.C. Danto, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e il confine della storia [1997], trad.it., Bruno Mondadori, Milano 2008, p. 35.

5 N. Warburton, La questione dell’arte [2003], trad.it., Einaudi, Torino 2004, p. XIII.

6 Ibid ., p. 119.

7 Ibid ., p. 120.

8 Cr. E. Husserl, Ricerche logiche, a cura di G. Piana, Net, Milano 2005, vol. I. L’opera viene scritta tra il 1900 e il 1901.

9 Per quanto segue, cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, cap. I.

10 La validità di questa tradizione si verifica anche nella capacità di saper illuminare l’arte non occidentale; la Gatto Trocchi, in un libro in cui lamenta l’incapacità occidentale di comprendere l’arte non-occidentale, scrive facendo riferimento agli aborigeni (che senz’altro né Aristotele né Tommaso avevano presenti): «In loro si vede incarnare la definizione di Tommaso d’Aquino secondo la quale “l’arte imita la natura” nel senso che come la natura spinta dalla mano di Dio fa nascere fiori, animali e sorgenti, così l’artista, spinto dalla stessa mano, crea maschere, sculture e danze» C. Gatto Trocchi, Le Muse in azione, FrancoAngeli, Milano 2001, p. 11.

11 Così Tommaso d’Aquino, facendo riferimento ad Aristotele: «Ratio autem rei fiendae in mente facientis ars est; unde Philosophus dicit (Ethic., VI, c. 5) quod ars est recta ratio factibilium». Tommaso d’Aquino, Contra Gentiles, lib. 1 cap. 93, n. 4.

12 J.J. Winckelmann, Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura, in Pensieri sull’imitazione, trad.it. Aesthetica, Palermo 1992, p. 56.