Teologia dei Padri della Chiesa

Fondamenti dell'antica riflessione cristiana sulla fede

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di Robert Cheaib

ROMA, Sabato 10 marzo 2012 (ZENIT.org). - Come facevano i Padri della Chiesa teologia? Quali erano i loro punti fermi nella riflessione teologica che hanno fatto di loro l’anello di congiunzione tra la predicazione apostolica e tutta la successiva tradizione e riflessione cristiana? In cosa consisteva per questi «figli della Chiesa» – che «hanno insegnato ad essa ciò che da essa hanno ricevuto» (sant’Agostino) – l’essenza del cristianesimo? A queste domande e a tante altre risponde il libro dello storico e patrologo Michael Fiedrowicz, Teologia dei Padri della Chiesa edito dalla Libreria Editrice Queriniana per la collana «Biblioteca di teologia contemporanea».

I Padri – riscoperti con grande vigore dal Ressourcement del XX secolo, e reintegrati felicemente e fecondamente nella teologia conciliare grazie a grandi studiosi come Henri de Lubac, Yves Congar, Jean Daniélou, Hugo Rahner – sono di grande attualità. Di quest’ultima sono testimoni le collane di studi e di testi patristici che fioriscono in Italia, oltre ai tanti convegni (anche recenti), senza dimenticare le accurate catechesi che Benedetto XVI ha dedicato ai Padri negli scorsi anni. La fede cristiana, in fondo, se è giunta a noi così, e si è giunta a noi tout court, è grazie ai Padri. Il «tratto distintivo» della nostra fede – la fede che nella pienezza dei tempi, il Lógos divino si fede carne – ci è arrivato, secondo l’espressione di sant’Atanasio «dagli apostoli attraverso i Padri».

Di opere su temi teologici specifici dei Padri ce ne sono tante. Ciò che distingue l’opera di Fiedrowicz è l’impresa coraggiosa e ambiziosa di mostrarci l’idea di teologia stessa che i Padri avevano in mente. Il sottotitolo dell’opera, infatti, recita così: «Fondamenti dell’antica riflessione cristiana sulla fede». I Padri ebbero il delicato e oneroso compito di tradurre il messaggio evangelico ai loro contemporanei, facendo da battistrada in campi concettuali inesplorati fino ad allora, mostrando le ragioni della speranza a culture non ancora abituate alle categorie del messaggio cristiano e allo «stile» del Dio di Gesù Cristo. Per cui, il volume ripercorre i loci theologici dei Padri ed evidenzia il loro metodo e la loro impostazione sistematica.

Parlare di «teologia dei Padri» al singolare potrebbe sembrare una forzatura ingenua e semplicistica. Come potrebbero, infatti, persone che appartenevano a diverse generazioni e a varie aree geografiche e culturali avere un approccio unificato e uno sguardo sinottico? L’autore non si lascia andare a una pregiudiziale e acritica omogeneizzazione. Egli si dedica, piuttosto, attraverso un ricco ricorso alle fonti patristiche a mostrare come – nella varietà dei contesti, delle problematiche e degli accenti – i grandi Padri hanno avuto un’idea convergente sui fondamenti della nostra fede.

In questo modo l’autore ripercorre nove pilastri che distinguono questo stile teologico patristico, partendo dalla questione per niente scontata: «La legittimità di una riflessione sulla fede», ove mostra il passaggio non facile dalla simplicitas fidei all’esigenza di una cogitatio fidei proprio per tutelare la purezza e la rettitudine della fede dalle complicazioni e contaminazioni concettuali delle eresie.

Il secondo pilastro è costituito dal «principio di Tradizione» già evidenziato da Ireneo di Lione nella sua lotta contro le dottrine estranee degli gnostici: «La nostra è la retta fede, perché trae origine dall’insegnamento e dalle tradizione dei Padri e perché trova la sua conferma nel Nuovo e nell’Antico Testamento». Il punto di forza dei Padri viene dal fatto di essersi agganciati tenacemente «alla parola trasmessa fin da principio», alla traditio/parádosis del «deposito» di fede.

Il terzo pilastro è «il criterio della Scrittura» letta nella Chiesa secondo la «regula fidei» e l’ortodossa professione di fede (le quali costituiscono il quarto pilastro). L’autore spiega i principi ermeneutici che hanno distinto la lettura spirituale della Scrittura e i diversi sensi da essi cercati nel testo sacro in seno alla Chiesa, con essa e per essa. La lettura della Bibbia fatta nella Chiesa permise ai Padri di superare l’aporia della mera interpretazione simbolica – nel senso debole del termine – della Scrittura. Il «canone della fede» ha arricchito la lettura patristica con una preziosa chiave di lettura e valida pietra di paragone: «La verità tramandata e accolta, che il ministero ecclesiastico deve conservare e che non ha bisogno di creare».

Il quinto pilastro del teologare patristico è la «liturgia» ecclesiale quale esplicazione vitale comunitaria della tradizione apostolica. La liturgia non era soltanto il luogo privilegiato per spezzare la parola della fede, ma anche il correlato dialettico della formulazione e la crescita della stessa, seguendo il celebre principio «ut legem credendi lex statuat supplicandi» (affinché la regola del pregare stabilisca la maniera del credere).

Il sesto pilastro è quello del richiamo ai Padri stessi, è il cosiddetto «argomento dei Padri» cristallizzato dal Commonitorium di Vincenzo di Lerino: «è veramente e propriamente cattolico ciò che fu creduto in ogni luogo, sempre, da tutti».

Il settimo è il criterio dei «Concili» i quali si concepirono come «i portatori del consenso della Chiesa». I concili servivano come criterio sincronico e diacronico della retta fede e come istanza definitoria della stessa.

L’ottavo punto nodale è dedicato allo «sviluppo dottrinale», un elemento fondamentale con il quale i Padri hanno dovuto fare i conti. Il compito della custodia autentica della tradizione non poteva ridursi a qualcosa di statico; non poteva consistere nella mera ripetizione semplicistica dell’insegnamento degli apostoli. La domanda che si poneva era: com’è possibile portare avanti il necessario sviluppo dogmatico senza contaminare la dottrina degli apostoli? È questa domanda che guida l’ottavo capitolo del volume e che costituisce il terreno del discernimento posto dal nono capitolo sul discernimento tra «ortodossia ed eresia».

In sintesi, il libro di Fiedrowicz si pone come un dotto e competente approccio ai fondamenti e al metodo teologico dei Padri. L’esposizione – pur rispettando la complessità della tematica e pur abbondando di riferimenti – è chiara, lineare e di piacevole lettura. Siamo dinanzi a un’opera preziosa non solo per lo studio teologico, ma anche per una lettura personale ricchissima che apre gli occhi a quel privilegiato locus theologicus che sono i Padri.

robert@zenitteam.org

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