Terza predica d’Avvento di padre Raniero Cantalamessa

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CITTA’ DEL VATICANO, 19 dicembre 2003 (ZENIT.org).- Di seguito riportiamo integralmente il testo della terza predica d’Avvento prima del Natale, pronunciata da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, il quale ha preso ad esempio la vicenda di Madre Teresa di Calcutta per spiegare l’amore per Gesù.




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P. Raniero Cantalamessa


Avvento 2003 alla Casa Pontificia


Terza Predica



“CONOSCETE IL GESÙ VIVO?”



1. Gesù, senso della vita di Madre Teresa
Il confessore di Madre Teresa, il gesuita Padre Celeste Van Exem, ha detto di lei: “Il senso di tutta la sua vita è una persona: Gesù” . Il Postulatore generale della sua causa di beatificazione, dopo avere per anni studiato la sua vita, gli scritti e le testimonianze di altri su di lei, conclude: “Se devo dire, in sintesi, perché viene elevata agli onori degli altari rispondo: per il suo amore personale a Gesù che lei ha vissuto in maniera così forte da considerarsi come la Sua sposa. La sua è stata una vita Gesù-centrica”.

La testimonianza più significativa a questo riguardo è la lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità da Varanasi, durante la settimana santa, il 25 Marzo 1993 . “Una lettera così personale –diceva all’inizio- che ho voluto scriverla di mia propria mano”. In essa dice:
“Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da solo a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda? Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?…Non abbandonate mai questo contatto quotidiano con Gesù, non idea ma persona viva e vera”.

Qui si vede come Gesù non fosse per Madre Teresa un’astrazione, un insieme di dottrine, di dogmi, o il ricordo di una persona vissuta in altri tempi, ma un Gesù vivo, reale, qualcuno da guardare nel proprio cuore e da cui lasciarsi guardare.

La Madre spiega che se finora non aveva mai parlato così apertamente era stato per un senso di riserva e per imitare Maria che “conservava tutte le cose nel suo cuore”, ma che adesso sentiva il bisogno, prima di lasciarle, di dire loro qual era per lei il senso di tutta la sua opera: “Per me è chiaro: tutto nelle Missionarie della Carità esiste per saziare (la sete di) Gesù”. Alla domanda: “Chi è Gesù per me?”, ella risponde con una ispirata litania di titoli.

“Gesù
È la parola da pronunciare.
È la vita da vivere.
È l’amore da amare.
È la gioia da condividere…
È il sacrificio da offrire.
È la pace da portare.
È il pane di vita da mangiare...” .
L’amore per Gesù assume spontaneamente la forma di un amore sponsale. Lei stessa racconta:
“Dal momento che parlo tanto spesso di dare con un sorriso, una volta un professore negli Stati Uniti mi domandò: ‘Ma lei è sposata ?’. Gli risposi: ‘Sicuro che lo sono e a volte mi riesce difficile sorridere al mio sposo Gesù perché quando vuole sa essere molto esigente” .
La maggioranza degli alberi di alto fusto ha una radice madre che scende perpendicolarmente nel terreno ed è come la prosecuzione, sotto terra, del tronco. In italiano si chiama il fittone.

È essa che da a certi alberi, come la quercia, quella irremovibilità per cui neppure i venti più impetuosi riescono a sradicarli. Anche l’uomo ha questo fittone. Nell’uomo che vive secondo la carne esso è il proprio “io”, l’amore disordinato di sé, l’egoismo; nell’uomo spirituale è Cristo. Tutto il cammino verso la santità consiste nel cambiare nome e natura a quella radice, fino a poter dire con l’Apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Grazie anche alla lunga purificazione della sua notte oscura, Madre Teresa ha portato a compimento questo processo, nel quale tutti noi siamo impegnati.

2. Frutto dell’amore è il servizio
Uno dei detti più noti di Madre Teresa dice: “Il frutto dell’amore è il servizio e il frutto del servizio è la pace” . Le due cose –amore per Gesù e servizio dei più poveri dei poveri- sono nati insieme, come in una sola colata lavica, nell’anima di Madre Teresa, al momento della sua seconda chiamata, il 10 Settembre 1946. Diceva alle sue figlie:

“Ho sete e Lo avete fatto a me: ricordate di unire sempre le due cose, il mezzo con il fine. Che nessuno separi quello che Dio ha unito…Il nostro carisma è di saziare la sete d’amore e di anime di Gesù, operando per la salvezza e la santificazione dei più poveri dei poveri” .

“You – did- it - to- me : Lo – avete - fatto – a – me”: Madre Teresa scandiva queste parole sulle dita di una mano e diceva che era “il vangelo delle cinque dita”. Per Madre Teresa, Gesù che è presente nell’Eucaristia, è presente, in modo diverso ma ugualmente reale, “nello sconcertante travestimento del povero” (“in the distressing disguise of the poor”). La litania in onore di Gesù ricordata sopra continua dicendo senza alcuna cesura:

“Gesù è l’Affamato da saziare.
È l’Assetato da dissetare.
È il Nudo da vestire.
È il Senza tetto da accogliere.
È l’Ammalato da curare.
È la Persona sola da amare” .

Sappiamo tutti a quali livelli si è spinto il suo servizio ai più poveri dei poveri. In un incontro, una religiosa le fece osservare che lei viziava i poveri e offendeva la loro dignità, dando loro tutto gratis, senza chiedere ad essi nulla. Rispose: “Ci sono tante congregazioni che viziano i ricchi che non è male se ce n’è una che vizia i poveri”. Il capo dei servizi sociali di Calcutta aveva capito meglio di ogni altro, secondo Madre Teresa, lo spirito del suo servizio ai poveri. Un giorno le disse: “Madre, lei e noi facciamo lo stesso lavoro sociale, ma c’è una differenza: noi lo facciamo per qualcosa, lei lo fa per Qualcuno” .

C’è stato chi ha visto in ciò un limite, non un pregio, dell’amore cristiano per il prossimo. Amare il prossimo “per Qualcuno”, cioè per Gesù, non strumentalizza il prossimo, non lo riduce a mezzo in vista di un fine diverso, che, al limite, può essere quello egoistico di guadagnare meriti per il paradiso?

Questo è vero in ogni altro caso, ma non quando si tratta di Gesù, perché è contrario alla dignità della persona umana essere subordinata a un’altra creatura, ma non essere subordinata al creatore stesso, a Dio. Nel cristianesimo c’è una ragione ancora più forte. Cristo si è identificato con il povero. Il povero e Cristo sono la stessa cosa: “L’avete fatto a me”.

Amare il povero per amore di Cristo non significa amarlo “per interposta persona”, ma di persona. Questo è il mistero che si è impresso nella vita di Madre Teresa e che lei ha ricordato profeticamente alla Chiesa.

L’amore per Gesù ha spinto Madre Teresa, come altri santi prima di lei, a fare cose che nessun altro motivo al mondo –politico, economico, umanitario - sarebbe stato capace di indurre a fare. Una volta qualcuno, osservando quello che Madre Teresa stava facendo con un povero, uscì nell’esclamazione: “Io non lo farei per tutto l’oro del mondo!”. Madre Teresa rispose: “Io neppure!”. Voleva dire: per tutto l’oro del mondo no, ma per Gesù sì.

Madre Teresa ha saputo dare ai poveri non solo pane, vestiti e medicine, ma quello di cui hanno ancora più bisogno: amore, calore umano, dignità. Ella ricordava con commozione l’episodio dell’uomo trovato mezzo mangiato dai vermi in una discarica che, portato a casa e curato, disse: “Sorella, ho vissuto sulla strada come un animale, ma ora morirò come un angelo, amato e curato” , e morì poco dopo dicendo con un largo sorriso: “Sorella, vado a casa da Dio”. Madre Teresa con un bambino abbandonato in braccio, o china su un moribondo, è, credo, l’icona stessa della tenerezza di Dio.

3. “Io sono tra voi come colui che serve”

E ora la domanda d’obbligo: cosa dice a noi questo aspetto della vita di Madre Teresa? Ella ci ha ricordato che la vera grandezza tra gli uomini non si misura dal potere che uno esercita, ma dal servizio che presta: “Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo” (Mt 20,26).

Nessuno è dispensato dall’impegnarsi, in qualche modo, a servizio dei poveri, ma il servizio può assumere forme diverse, come molteplici e diversi sono i bisogni dell’uomo. Paolo parla di un “servizio dello Spirito”, diakonia Pneumatos (2 Cor 3,8) del quale sono incaricati i ministri della nuova alleanza. Pietro, negli Atti, parla di un”servizio della parola” proprio degli apostoli, più importante per essi del servizio delle mense (At 6,4).

Di questo servizio fa parte anche l’esercizio dell’autorità e il magistero ecclesiastico. “Io sto tra voi come colui che serve”, diceva Gesù agli apostoli (Lc 22, 27) e in che cosa consisteva questo suo servizio se non nell’istruirli, correggerli e prepararli alla futura missione?

Quello che Madre Teresa ricorda a tutti è che ogni servizio cristiano, per essere genuino, deve essere motivato dall’amore per Cristo. “Quanto a noi –diceva l’Apostolo ai Corinzi- siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2 Cor 4,5).

È possibile anche per chi lavora in Curia mettere in pratica quello che Madre Teresa chiamava “il vangelo delle cinque dita”: “Lo avete fatto a me”. Fare tutto per Gesù, vedere Gesù in coloro che si è chiamati a servire, fosse pure con una pratica burocratica..

Ma in questa circostanza il Predicatore della Casa Pontificia sente il bisogno di abbandonare il tono parenetico del “cosa si dovrebbe fare”, per assumere invece il tono gioioso del riconoscimento di ciò che è già.

Non posso lasciare passare l’occasione che mi è offerta di unire la mia piccolissima voce a quella di tutta la Chiesa. Sono venticinque anni che sotto i nostri occhi un uomo si consuma nel ”servizio dello Spirito”. In Giovanni Paolo II il titolo Servus servorum Dei, Servo dei servi di Dio, introdotto da S. Gregorio Magno, non è stato un titolo tra gli altri, ma il riassunto di una vita.

Anche questo servizio, come quello di Madre Teresa, ha avuto la sua sorgente nell’amore per Gesù. Quante volte il Santo Padre ha ripetuto la frase del vangelo che presenta il servizio pastorale di Pietro come espressione di amore per Cristo: “Simone di Giovanni, mi ami tu? Pasci le mie pecore” (cf. Gv 21, 15 ss.).

Segno che questa parola è stata il motivo ispiratore del suo pontificato, e quello che ancora lo spinge a spendersi per la Chiesa. Madre Teresa diceva spesso che “l’amore, per essere vero, deve far male” e non si può dire davvero che la sofferenza sia stata assente, in tutti questi anni, dalla vita del successore di Pietro…

Non è stata assente però neppure una tenerezza che ricorda quella di Madre Teresa. In molti abbiamo assistito con commozione, l’altra sera, nel palazzo di Montecitorio, alla prima proiezione del documentario intitolato “Giovanni Paolo II, testimone dell’invisibile”. Tra le immagini che più colpiscono sono quelle in cui il papa stringe a se e bacia dei bambini, o dei malati. Mi facevano pensare alle parole di Dio in Osea: “Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia” (Os 11, 4).

Santità, c’è nel Nuovo Testamento un passo che sembra scritto per essere pronunciato da lei davanti a tutta la Chiesa e io mi permetto di leggerlo, più per noi che per lei.

La Lettera ai Romani parla di una “consolazione che viene dalle Scritture” e che aiuta a “tener viva la nostra speranza” (Rom 15, 4) e credo che trasmettere un po’ di questa consolazione che viene dalle Scritture sia l’unica cosa che giustifichi l’ufficio che ricopro da ventiquattro anni. Il brano in questione è il discorso di commiato di Paolo dalla Chiesa di Efeso:

" Voi sapete come mi sono comportato con voi…
Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove…

Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi…

Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio…

Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue...

Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati” (Atti 20, 18-32).

In un solo punto quel giorno Paolo si sbagliò e questo ci tranquillizza; disse che non avrebbero più rivisto il suo volto, gettando tutti i presenti nel pianto. Ma era un timore, non una profezia; dalle Lettere pastorali sappiamo che egli rivide in realtà la Chiesa di Efeso due anni dopo, al termine della sua prima prigionia romana (cf. 1 Tim 1,3).

Se ho fatto male a prendermi la libertà di parlare così, Santo Padre, rimproveri Madre Teresa perché è lei che mi ha suggerito di farlo con l’amore che questa novella Caterina da Siena, portava al successore di Pietro.

4. L’amore per Cristo di cui non è possibile pensare uno maggiore

Ma ora una conclusione natalizia. Madre Teresa ci ha ricordato oggi qual è stata la molla segreta del suo servizio ai poveri e dell’intera sua vita: l’amore per Gesù. E questo è anche il segreto per celebrare un vero Natale. Nel canto natalizio Adeste fideles c’è un verso che dice: Sic nos amantem quis non redamaret? Come non riamare uno che ci ha amato tanto?”. Un cuore amante è l’unico presepio dove Cristo ama venire a Natale.

Ma dove trovare questo amore? Madre Teresa sapeva a chi chiederlo: a Maria! Una delle sue preghiere dice:

“Maria, Madre mia amatissima, dammi il tuo cuore così bello, così puro, così immacolato, così pieno di amore ed umiltà, che io possa ricevere Gesù come facesti tu e andare ‘in fretta’ a donarlo agli altri” .

Ma noi dobbiamo, su questo punto, essere più arditi ancora di Madre Teresa. Mi spiego. Madre Teresa ha una meravigliosa spiritualità, di cui ho cercato di mettere in luce qualche briciola. Ma la sua spiritualità, come del resto anche quella di Padre Pio, è segnata dal tempo in cui entrambi si sono formati.

Mancava dalla riflessione teologica (non dalla vita!) una chiara prospettiva trinitaria che ora, dopo il concilio, per esempio nella Novo millennio ineunte, appare la sorgente e la forma di ogni santità cristiana. La sua, come ricordava il Postulatore della causa, è una spiritualità “Gesù-centrica”, più che trinitaria.
Madre Teresa ha diverse e bellissime preghiere alla Vergine, ma nessuna (almeno negli scritti di lei finora conosciuti) allo Spirito Santo.

Questi viene nominato raramente e quasi solo per inciso, in occasioni di formule liturgiche tradizionali. Non c’è dubbio che la sua santità, come quella di tutti i santi, è da cima a fondo, opera dello Spirito Santo. San Bonaventura dice, della sapienza dei santi, che “nessuno la riceve se non chi la desidera e nessuno la desidera se non chi è infiammato nell’intimo dallo Spirito Santo” .

Solo che questo ruolo dello Spirito Santo non era abbastanza messo in luce nella formazione spirituale e teologica. Per fortuna non è l’ampiezza delle vedute teologiche che fa i santi, ma l’eroismo della carità.

Nessun santo, del resto, possiede, da solo, tutti i carismi ed esaurisce tutte le potenzialità racchiuse nel modello divino che è Cristo. La pienezza si trova nell’insieme dei santi, cioè nella Chiesa, non nel singolo. I membri di un istituto religioso dovrebbero essere tanto saggi da conservare intatto il patrimonio trasmesso dal fondatore, rimanendo aperti, nello stesso tempo, ad accogliere le luci e le grazie nuove che lo Spirito non cessa di elargire alla Chiesa.

Si resta perplessi davanti a quei movimenti o comunità in cui tutto –ogni parola di Dio, ogni intuizione e iniziativa spirituale – passa rigidamente attraverso il capo o il fondatore e da lui si trasmette alla base. È come se le persone rinunciassero, in tal modo, ad avere un rapporto proprio e originale con Dio, all’interno del comune carisma, per diventare dei semplici ripetitori.

Cosa scopriamo di nuovo circa l’amore per Gesù, partendo da una prospettiva trinitaria? Una cosa straordinaria: che esiste un amore per Gesù perfetto, infinto, il solo degno di lui, un amore “del quale non è possibile pensare uno maggiore”, e scopriamo che esiste per noi la possibilità di farne parte, di farlo nostro, di accogliere con esso Gesù a Natale.

È l’amore con cui il Padre celeste ama il suo Figlio, all’atto stesso di generarlo. Nel battesimo noi abbiamo ricevuto tale amore, perché l’amore con cui il Padre dall’eternità ama il Figlio si chiama lo Spirito Santo e noi abbiamo ricevuto lo Spirito Santo. Cosa crediamo che sia quell’”amore di Dio che è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo” (cf. Rom 5,5) se non, alla lettera, l’amore di Dio, cioè l’amore eterno, increato, con cui il Padre ama il Figlio e da cui discende ogni altro amore?

Dicevo la volta scorsa che i mistici non sono una categoria a parte di cristiani, non esistono per stupire, ma per indicare a tutti, come all’ingrandimento, qual è il pieno sviluppo della vita di grazia.

E i mistici ci hanno insegnato proprio questo: che, per grazia, noi siamo inseriti nel vortice della vita trinitaria. Dio, dice S. Giovanni della Croce, comunica all’anima “lo stesso amore che comunica al Figlio, anche se ciò non avviene per natura, ma per unione… L’anima partecipa di Dio, compiendo, insieme con lui, l’opera della Santissima Trinità” .

È Gesù stesso che ci assicura questo a chiare lettere: “…perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”, dice rivolto al Padre (Gv 17,26). In noi dunque per grazia c’è lo stesso amore con cui il Padre ama il Figlio.

Che scoperta, che orizzonti per la nostra preghiera e la nostra contemplazione! Il cristianesimo è grazia e la grazia non è che questo: partecipazione alla natura divina (2 Pt 1,4), cioè all’amore divino, essendo l’amore la “natura” propria, ciò di cui è fatto, il Dio della Bibbia.

Alcuni mistici, come Eckhart, hanno parlato di un Natale speciale, misterioso, che avviene nel “fondo dell’anima”. Esso si celebra quando la creatura umana, con la sua fede e umiltà, permette a Dio Padre di generare di nuovo in lei il proprio Figlio . Una massima ricorrente nei Padri - da Origene a S. Agostino e a S. Bernardo - dice: “Che giova a me che Cristo sia nato una volta a Betlemme, se non nasce di nuovo per fede nella mia anima?”.

L’uso di celebrare tre Messe il giorno di Natale viene tradizionalmente spiegato così: la prima commemora la nascita eterna dal Padre, la seconda la nascita storica da Maria, la terza la nascita mistica nell’anima.

Il mistico tedesco Angelo Silesio ha espresso questa idea in due versi: “Mille volte nascesse Cristo a Betlemme / Se in te non nasce sei perduto in eterno”. Questi versi meditava nel Natale del 1955 il noto convertito italiano Giovanni Papini; si chiedeva come potesse accadere questa nascita interiore e la risposta che diede a se stesso - e che può servire anche a noi – fu la seguente: “Questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelosia dinanzi alla gioia del nemico o dell’amico, rallegrati perché è segno che quella nascita è prossima…Il giorno in cui sentirai il bisogno di portare un po’ di letizia a chi è triste e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente".

"E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l’ottusità, la malignità e il gelo dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pareva impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore”.

Tutti questi sono “segni” dell’avvenuta nascita, ma la causa, ciò che la produce, è quella detta all’inizio: desiderio e attesa. Una fede piena di aspettativa, certa del fatto suo, expectant faith, secondo un’espressione cara ai cristiani di lingua inglese. Anche Maria concepì Cristo così: nel suo cuore, per fede, prima che fisicamente nella sua carne: prius concepit mente quam corpore.

Non occorre avere “sentimenti” particolari (chi può “sentire” una cosa del genere?); basta credere e, al momento di ricevere il corpo e il sangue di Cristo la notte di Natale, dire con semplicità: “Gesù, ti accolgo come ti accolse Maria tua Madre; ti amo con l’amore con cui ti ama il Padre celeste, cioè con lo Spirito Santo.
Con questi sentimenti auguro a lei, Beatissimo Padre, a voi, Venerabili Padri, e a voi, fratelli e sorelle, Buon Natale!