Terza predica di Quaresima del Predicatore della Casa Pontificia

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CITTA’ DEL VATICANO, venerdì 2 aprile 2004 (ZENIT.org).- Alle ore 9 di questa mattina, nella Cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Giovanni Paolo II, il Predicatore della Casa Pontificia, P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza ed ultima Predica di Quaresima.



Il Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: "Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi" (Lc 22,15).

Riportiamo di seguito per intero il testo della predica:







P. Raniero Cantalamessa

Quaresima alla Casa Pontificia 2004

Terza predica





La morale dice cosa fare



La Pasqua nella vita





1. Dalla fede alle virtù

La lettera t'insegna l'accaduto; ciò che devi credere, l'allegoria. / La morale, cosa fare; dove tendere, l'anagogia (Littera gesta docet, quid credas allegoria. / Moralis, quid agas; quo tendas anagogia). Siamo giunti al terzo livello di lettura della Scrittura: quello morale che cerca di trarre dalla Pasqua insegnamenti pratici per la vita e i costumi.

È importante notare l’ordine con cui si susseguono questi diversi sensi della Bibbia: non viene prima la morale e poi il mistero, prima le opere e poi la fede, ma al contrario. Viene rispettato il principio formulato da S. Gregorio Magno: “Non si perviene dalle virtù alla fede, ma dalla fede alle virtù”[1].

Purtroppo a un certo momento questo ordine risulta turbato. Ad alcuni Padri sembrò pedagogicamente più conveniente trattare prima delle cose morali e poi di quelle mistiche che sono le più alte. Ambrogio propone dunque il nuovo ordine: primo, la storia, secondo la morale, terzo il mistero [2]. Questa tendenza era rinforzata dal fatto che si metteva in rapporto la vita attiva con la morale e la vita contemplativa con il mistero e si sa quanto, nel medio evo la contemplazione simboleggiata da Maria, fosse ritenuta più alta della vita attiva simboleggiata da Marta. Quando poi si affermò l’abitudine di dividere la vita spirituale nelle tre famose tappe di vita purgativa, vita illuminativa e vita mistica, la morale che presiede alla vita purgativa non poteva che precedere, nel commentare la Scrittura, l’attenzione al mistero.

In tal modo, nella pratica anche se non in teoria, si venivano a collocare le opere davanti alla fede, la morale davanti al kerygma [3]. Anche questo contribuirà a creare quella situazione che fornirà a Lutero il pretesto per la sua contestazione radicale. Cristo non è per lui un modello da imitare con la propria vita, ma un dono da accogliere mediante la fede, punto e basta. Nasceva la controversia su fede e opere, destinata a trascinarsi così a lungo e creare tante false contrapposizioni.

Oggi, con il documento comune della Chiesa Cattolica e la Federazione delle Chiese Luterane, si è giunti, almeno su questo punto, a un accordo; non o la fede o le opere, ma e la fede e le opere, ciascuna però nel proprio ordine. In fondo era ciò che aveva enunciato S. Gregorio Magno con la sua massima: “Non si perviene dalle virtù alla fede, ma dalla fede alle virtù”.


2. Togliete il lievito vecchio

Applicata alla Pasqua la lettura morale ha alle spalle una lunga storia. S. Paolo scrive ai Corinzi: “Togliete via il lievito vecchio, per essere una nuova pasta, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con il lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5, 7-8).

Tutto sembra indicare che l’Apostolo scrive queste parole nell’imminenza di una festa di Pasqua, forse quella dell’anno 57. L’esortazione “celebriamo dunque la festa” si riferisce appunto alla Pasqua che ormai non è sentita più soltanto come ricordo dell’immolazione dell’agnello e dell’uscita dall’Egitto, ma anche e soprattutto come ricordo dell’immolazione di Cristo. È la più antica testimonianza dell’esistenza di una Pasqua cristiana, “la nostra Pasqua”.

Questa di san Paolo è dunque la prima predica “quaresimale” del cristianesimo e questo ce la rende ancora più attuale in questo momento. L’Apostolo trae spunto dall’usanza ebraica di perlustrare la casa la vigilia di Pasqua e far scomparire ogni traccia di pane fermentato, per illustrare le implicazioni morali della Pasqua cristiana. Il credente deve perlustrare, anch’egli, la casa interiore del suo cuore, per distruggere tutto ciò che appartiene al vecchio regime del peccato e della corruzione.

Lo sviluppo successivo della dottrina e della prassi della Chiesa ha precisato dove e come questa pulizia pasquale deve trovare la sua concreta attuazione, come si fa a togliere via “il lievito vecchio”: nel sacramento della riconciliazione. Applicando alla Pasqua lo schema quadripartito da noi seguito in queste meditazioni, un autore medievale scrive: "Pasqua può avere un significato storico, uno allegorico, uno morale e uno anagogico. Storicamente, la Pasqua avvenne quando l'angelo sterminatore passò per l'Egitto; allegoricamente, quando la Chiesa, nel battesimo, passa dall'infedeltà alla fede; moralmente, quando l'anima, attraverso la confessione e la contrizione, passa dal vizio alla virtù; anagogicamente, quando passiamo dalla miseria di questa vita ai gaudi eterni" [4].

Il legame stretto tra Pasqua e confessione fu sancito canonicamente dal concilio Lateranense IV del 1215che prescrisse di confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua [5]. Nella Novo millennio ineunte il Santo Padre esorta a “proporre in modo suadente ed efficace la pratica del sacramento della riconciliazione”[6]. Io non so se riuscirò a farlo “in modo suadente ed efficace”; voglio però raccogliere ugualmente l’invito e dire qualcosa che accresca in noi il desiderio di una buona confessione pasquale.

Diciamo anzitutto che il sacramento della riconciliazione non è l’unico mezzo che abbiamo a disposizione nella quotidiana lotta contro il peccato. I Padri e i dottori della Chiesa hanno riconosciuto all’Eucaristia un’efficacia generale per la liberazione dal peccato[7]. Il sangue di Cristo che in essa riceviamo “purifica le nostre coscienze dalle opere di morte”, ci assicura la Lettera agli Ebrei (Eb 9,14). “Ogni volta che bevi questo sangue –scrive S. Ambrogio- tu ricevi la remissione dei peccati e ti inebri di Spirito”, e ancora: “ Questo pane è la remissione dei peccati”[8]. Prima di distribuire la comunione la liturgia fa dire al celebrante: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Anche l’invocazione del Padre nostro “Rimetti a noi i nostri debiti”, secondo i Padri, è un mezzo per ottenere il perdono dei peccati.

Sappiamo tuttavia che il mezzo ordinario e necessario per ottenere il perdono dei peccati gravi commessi dopo il battesimo è il sacramento della riconciliazione. Esso è anche un mezzo eccellente per liberarsi dai peccati veniali e dai difetti ordinari. Non occorre ripetere qui i principi storici e teologici che riguardano questo sacramento che tutti conosciamo e che l’esortazione post-sinodale su “Riconciliazione e penitenza” del 1984 ha ampiamente illustrato. Solo alcune riflessioni di carattere esistenziale e spirituale.

La confessione è il momento in cui la dignità del singolo credente è più chiaramente affermata. In ogni altro momento della vita della Chiesa il credente è uno tra tanti: uno di quelli che ascoltano la Parola, uno di quelli che ricevono l’Eucaristia. Qui egli è unico e solo; la Chiesa esiste in quel momento soltanto per lui o per lei.

Questo modo di liberarsi dal peccato confessandolo a Dio attraverso il suo ministro, corrisponde al bisogno naturale della psiche umana di liberarsi da ciò che opprime la coscienza manifestandolo, portandolo alla luce e dandogli espressione verbale. Il salmo 32 descrive la felicità che scaturisce da una tale esperienza:


Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa,

e perdonato il peccato...

Tacevo e si logoravano le mie ossa,

mentre gemevo tutto il giorno.

Giorno e notte pesava su di me la tua mano,

come per arsura d'estate inaridiva il mio vigore.

Ti ho manifestato il mio peccato,

non ho tenuto nascosto il mio errore.

Ho detto: ‘Confesserò al Signore le mie colpe’

e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.





3. Rinnovare il sacramento nello Spirito



Se vogliamo però che questo sacramento sia veramente efficace nella lotta contro il peccato, il suo modo di amministrarlo e riceverlo deve essere rinnovato nello Spirito, come ogni altra cosa nella Chiesa. Il legame tra Spirito Santo e perdono dei peccati è nelle parole stesse di istituzione di questo sacramento: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20 22 s.).


Una antica preghiera liturgica dice: “Ti preghiamo Signore: lo Spirito Santo risani le nostre anime con i divini sacramenti, perché lui stesso è la remissione di tutti i peccati” [9]. Questa ardita affermazione si ispira a san Ambrogio. “Nella remissione dei peccati, scrive il santo, gli uomini svolgono un ministero, ma non esercitano alcuna potestà propria, poiché è per lo Spirito Santo che sono perdonati i peccati” [10].



Uno dei simboli dello Spirito Santo è il fuoco: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3,11 ); “Apparvero loro lingue come di fuoco...ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo” (At 2,4). Il fuoco purifica. Anche l’acqua simboleggia spesso la purificazione, ma con una differenza: l’acqua purifica la superficie delle cose, il fuoco anche l’interno, penetra tra fibra e fibra e libera dalle scorie. Per purificare l’oro non basta lavarlo, bisogna passarlo al crogiolo.

Questo fa lo Spirito Santo nel sacramento della riconciliazione. Egli libera l’immagine di Dio dalle incrostature del peccato e le ridona il suo splendore originario. Parlando del carbone ardente che purifica le labbra di Isaia (cf. Is 6, 6), sant’Ambrogio scrive: “Quel fuoco era figura dello Spirito Santo che sarebbe disceso dopo l’ascensione del Signore, per rimettere i peccati di tutti e per infiammare, come fuoco, l’anima e la mente dei fedeli” [11].

Rinnovare il sacramento nello Spirito vuol dire non vivere la confessione come un rito, un’abitudine, o un obbligo canonico da soddisfare, ma come un incontro personale con il Risorto che ci permette, come a Tommaso, di toccare le sue piaghe, sentire su di noi la forza risanatrice del suo sangue e gustare “la gioia di essere salvati”. La confessione ci permette di sperimentare su di noi quello che la Chiesa canta la notte di Pasqua nell’Exultet: “O felice colpa che ci ha meritato un tale Redentore!”. Gesù sa fare di tutte le colpe umane, una volta riconosciute, delle “felici colpe”, delle colpe che non si ricordano più se non per l’esperienza di misericordia e di tenerezza divina di cui sono state occasione!

Un miracolo più grande che dire a un paralitico: “Alzati e cammina” avviene in ogni assoluzione (cf. Mc 2,9). Solo l’onnipotenza divina può creare dal nulla ciò che non è, e ridurre al nulla ciò che è, e questo è ciò che avviene nella remissione dei peccati. In essa si compie di fatto ciò che avvenne di diritto sulla croce: viene “distrutto il corpo del peccato”, letteralmente “annientato” (Rom 6,7).

Il sacramento della confessione ci mette a disposizione un mezzo eccellente e insuperabile per fare sempre di nuovo l’esperienza della giustificazione gratuita per mezzo della fede. Ci da la possibilità di realizzare ogni volta il “meraviglioso scambio” per cui noi diamo a Cristo i nostri peccati ed egli da a noi la sua giustizia. Dopo ogni buona confessione, noi siamo il pubblicano che solo per aver detto: “O Dio abbi pietà di me peccatore!”, se ne torna a casa “giustificato”, perdonato, reso creatura nuova.

Ricevuta l’assoluzione, dobbiamo stare attenti a non ripetere l’errore dei nove lebbrosi che neppure si voltano indietro a ringraziare. Guardiamo cosa fa nel mosaico di questa cappella la peccatrice a cui è stato molto perdonato: con che infinita devozione e commozione se ne sta curva a lavare e baciare i piedi di Gesù e asciugarli con i capelli. Anche noi, dopo ogni confessione, possiamo correre alla casa dove Gesù è a banchetto –andare all’Eucaristia o davanti al Santissimo – e dare sfogo alla nostra commossa gratitudine.

Rinnovare il sacramento nello Spirito significa, poi, rivedere ogni tanto anche l’oggetto delle nostre confessioni. C’è il pericolo di rimanere fermi a schemi di esame di coscienza imparati da giovani e andare avanti con essi tutta la vita, mentre le situazioni sono cambiate e i nostri veri peccati non sono più gli stessi di una volta.

Qualche volta, quando non ci sono peccati gravi da confessare, io credo che convenga lasciare da parte tutti i nostri schemi e, preparandoci alla confessione, fare con Gesù un discorsino di questo tipo: “Gesù, in confidenza tra me e te soli: qual è la cosa che in questo tempo ti è dispiaciuta di più di me, quale ti ha veramente rattristato e offeso?”. In genere la risposta a questa domanda non si fa aspettare…Una volta avutala, andare diritti al punto e non seppellire in confessione quella cosa sotto una valanga di altri difetti abituali.


3. Penitenti e confessori

Molti di noi qui presenti non sono solo penitenti, ma anche confessori; non ricevono soltanto il sacramento della riconciliazione ma lo amministrano anche. Il rinnovamento del sacramento non riguarda solo il modo di riceverlo ma anche il modo di amministrarlo. Mi permetto di fare umilmente qualche riflessione al riguardo.

La Chiesa latina ha cercato di spiegare questo sacramento con l’idea giuridica di un processo da cui si esce assolti, o non assolti. In questo processo il ministro riveste la funzione del giudice. Questa visione, se accentuata unilateralmente, può avere delle conseguenze negative. Diventa difficile riconoscere nel confessore Gesù. Nella parabola del figliol prodigo il padre non si comporta da giudice ma, appunto, da padre; prima ancora che il figlio abbia finito di fare la sua confessione lo abbraccia e ordina la festa. Il Vangelo è il vero “manuale per confessori”; il Diritto canonico c’è per servirlo, non per sostituirlo.

Gesù non comincia con chiedere in tono perentorio all’adultera, a Zaccheo e a tutti i peccatori che incontra “il numero e la specie” dei peccati: “Quante volte? Con chi? Dove?” Si preoccupa anzitutto che la persona sperimenti la misericordia, la tenerezza e perfino la gioia di Dio nell’accogliere il peccatore. Sa che dopo questa esperienza sarà il peccatore stesso a sentire il bisogno di una confessione sempre più completa delle colpe. In tutta la Bibbia vediamo in atto la pedagogia di Dio di non chiedere all’uomo tutto e subito in fatto di morale, ma solo quello che, al momento, è in grado di capire. Paolo parla di una “divina pazienza” a questo riguardo (cf. Rom 3, 26). L’essenziale è che ci sia un inizio di vero pentimento e la volontà di cambiare e riparare il male fatto.

Il papa ha dato un segno forte in questo senso e non solo con l’enciclica “Dives in misericordia”. Nel 1983, mentre era in corso il Sinodo dei vescovi su “Penitenza e riconciliazione”, volle proclamare santo, alla presenza dell’intero Sinodo, il Beato Leopoldo Mandić, l’umile cappuccino che aveva passato la vita confessando.

È nota l’affabilità, l’amore, l’incoraggiamento con cui S. Leopoldo accoglieva e congedava ogni penitente. A chi lo rimproverava di essere “troppo buono” e che Dio gli avrebbe chiesto ragione della sua eccessiva larghezza con i penitenti, rispondeva : “Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui con il suo esempio. Se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza, potrei dirgli: “‘Paròn benedetto, questo cattivo esempio me l’avete dato Voi” [12].

I frutti attestano la bontà di questo suo modo di amministrare il sacramento. A distanza di mezzo secolo, ancora si incontrano in Italia persone che attribuiscono a lui il loro ritorno alla Chiesa. È vero che accanto a S. Leopoldo, tenerissimo in confessione, c’è, dello stesso suo ordine, un S. Pio da Pietrelcina di cui sono noti i modi a volte burberi di accogliere e congedare i penitenti; ma per imitarlo in ciò bisognerebbe essere sicuri di aver lo stesso dono che aveva lui di legare in questo modo ancora più strettamente a sé le anime e farle tornare al suo confessionale subito dopo, con mutate disposizioni di cuore.

Presentando un libro su S. Leopoldo, l’allora Cardinale prefetto della Congregazione dei santi, Pietro Palazzini, scriveva: “Se ci sono persone che hanno l’obbligo primario di salvare la confessione dalla crisi che sembra minacciarla, queste sono anzitutto i sacerdoti… Qualora il distacco dei fedeli da questo umanissimo e consolante sacramento dovesse realizzarsi in dipendenza da altre cause, ciò sarebbe doloroso…; ma non lo sarebbe mai quanto nel caso in cui ciò dovesse dipendere dai ministri”[13]. Non è raro incontrare persone che sono rimaste lontane dalla confessione per anni e a volte per tutta la vita per un incontro traumatico avuto l’ultima volta che si erano accostate al sacramento.

L’amministrazione della penitenza può diventare per un confessore un’occasione di conversione e di grazia, come lo è per un predicatore l’annuncio della parola di Dio. Nei peccati del penitente riconosce senza difficoltà, magari in forme diverse, i propri peccati e mentre ascolta una confessione non può fare a meno di dire tra se: “Signore, anch’io, anch’io ho fatto lo stesso, abbi pietà anche di me”. Quanti peccati, mai inclusi nei propri esami di coscienza, si scoprono ascoltando i peccati degli altri! A qualche penitente più afflitto, S. Leopoldo diceva per incoraggiarlo: “Siamo qui due peccatori: Dio abbia pietà di noi!” [14].

Termino questa meditazione con una poesia di Paul Claudel che descrive la confessione con le stesse immagini con cui la liturgia celebra la risurrezione di Cristo. Essa ci fa desiderare la gioia di giungere a Pasqua innovati nello spirito da una buona confessione:

“Dio mio, sono risuscitato e sono ancora con Te!

Dormivo ed ero coricato come un morto nella notte.

Dio disse: Sia fatta la luce ed io mi sono destato

Come si getta un grido!

Sono risorto e mi sono svegliato,

sono in piedi e comincio con il giorno che comincia!

Padre mio che mi hai generato prima dell’aurora,

mi colloco nella Tua presenza,

Il mio cuore è libero e la mia bocca è netta,

il corpo e lo spirito sono a digiuno.

Sono assolto da tutti i miei peccati

Che ho confessati uno a uno.

L’anello nuziale è al mio dito e il mio viso è pulito.

Sono come un essere innocente nella grazia

Che mi hai concessa”[15].





Buona e Santa Pasqua!



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[1] S. Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, II, 7 (PL 76, 1018).

[2] S. Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, III, 35 (PL 15, 1603): historiam , mores, mysterium.

[3] Cf. H. de Lubac, Exégèse médiévale, cit., I,2, p.413.

[4] Sicardo di Cremona, Mitrale, VI, 15 (PL 213, 543).

[5] Cf. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologma 1973, p. 245

[6] Novo millennio ineunte, 37.

[7] Cf. S. Tommaso d’Aquino, S. Th. III, q. LXXIX, aa.3-6).

[8] S. Ambrogio, De sacr. V,3,17 (CSEL 73, p. 65); De ben. Patr. 9,39 (CSEL 32,2, p.147).

[9] Messale Romano, Martedì dopo la Pentecoste

[10] S. Ambrogio, Sullo Spirito Santo, III, 137.

[11] S. Ambrogio, Sui doveri, III, 18, 103 (PL 16, 174).

[12] Testi citati in Lorenzo da Fara, Leopoldo Mandić. L’umanità, la santità. Padova 1987, pp. 103 s.

[13] Card. Pietro Palazzini, Presentazione del libro In nome della misericordia. S, Leopoldo Mandić e la confessione oggi,Padova 1990.

[14] Cf. Lorenzo da Fara, cit., p. 106.

[15] P. Claudel, Corona benignitatis anni Dei, Oeuvres poétiques, Parigi 1976, p. 377.