Terzo giorno di Esercizi Spirituali: "L'uomo è come un melograno"

Proseguono le meditazioni di mons. Angelo De Donatis nella Casa "Divin Maestro", ad Ariccia. Il rapporto tra opere dell'uomo e grazia di Dio al centro delle riflessioni di stamane e di lunedì pomeriggio

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 582 hits

La terza giornata di meditazioni degli Esercizi Spirituali quaresimali, ad Ariccia, si è aperta questa mattina con una immagine curiosa: mons. Angelo De Donatis che tiene in mano un melograno. È attraverso questo bel frutto, maturo e compatto, che il parroco di San Marco al Campidoglio ha spiegato, infatti, al Papa e a vescovi e cardinali della Curia Romana la bellezza della creatura umana.

L’uomo è come un melograno, ha affermato il sacerdote nella sua riflessione – pubblicata in sintesi da L’Osservatore Romano -: all’interno esso ha tanti piccoli semi carnosi, tanti quanti sono gli elementi del creato che Dio ha messo tutti insieme in un impasto, sul quale ha poi effuso il soffio della vita.

Nel momento in cui ognuno di quei piccoli semi, “colto dalla voglia di autoaffermazione, cercasse di espandersi in un confronto dispotico con gli altri”, provocherebbe l’esplosione e la disintegrazione del frutto. Lo stesso accade alla creatura umana, la cui bellezza – ha avvertito De Donatis - è destinata a disfarsi se si sottraesse artificiosamente al soffio di Dio, cioè all’amore misericordioso che egli ci dona.

Con la metafora del melograno – riferisce ancora il quotidiano vaticano – il predicatore ha voluto quindi spiegare l’effetto del male che si impadronisce dell’uomo. Come accadde all’indemoniato del Vangelo di Marco (Mc 5, 1-20) incontrato da Cristo. Mons. De Donatis ha ripercorso i momenti salienti del brano evangelico: il dialogo del demone con il Signore e la supplica di non essere scacciato; la domanda di Gesù per conoscere il suo nome a cui il demone risponde “legione”, per indicare l’enorme numero di spiriti immondi che si erano impossessati dell’animo del giovane, governandolo.

E ancora l’altra supplica dei demoni - una volta arresi davanti alla potenza di Cristo - ad essere almeno trasferiti nel vicino branco di porci, in modo da non essere costretti a girovagare ancora nell’aria. Una volta ottenuto da Gesù il consenso, i demoni fanno poi impazzire i duemila suini “sino a provocarne il suicidio di massa per affogamento nel mare”. Proprio su questo dettaglio si è soffermato De Donatis per la sua riflessione, perché – ha detto - “la reazione dei proprietari dei maiali ci avvicina a quanto accade oggi nel mondo”.

San Marco, infatti, narra che nessuno si accorse che quel giovane era tornato alla vita dopo che il suo animo e il suo corpo erano stati sgomberati dalla “legione”. Tutti invece si preoccupavano del danno economico provocato dalla morte dei porci, al punto da cacciare Gesù. “Il quale andò via, senza dir nulla”. È una vera e propria “ideologia economica” quella che emerge nel brano dell’evangelista, ha evidenziato il predicatore; un’ideologia “pagana” che impedisce agli uomini, oggi come allora, di incontrare Gesù.

Una ideologia che però è contrastata dalla religione: Gesù, infatti, “caccia il demone” e “l’uomo si ritrova libero, liberato da Cristo”, afferma mons. De Donatis. Il giovane “non ha più paura”, è stato salvato anche dalla paura, e “non perché facesse qualcosa di straordinario, ma perché arrivasse all’amore misericordioso di Dio”.

Per arrivare a questo amore, tuttavia - ha ammonito il parroco di San Marco al Campidoglio - è fondamentale, anzi necessario, l’aiuto dello Spirito Santo: “Senza di lui sarebbe un’impresa impossibile”, perché “non servono le nostre opere per arrivare a Dio”, ma “l’essenzialità dell’amore in Cristo”.

E proprio sul rapporto tra opere dell’uomo e grazia di Dio, il sacerdote ha dedicato buona parte della meditazione di lunedì pomeriggio. Spunto – informa L’Osservatore Romano – è stata la lettera di san Paolo agli Efesini (2, 1-10), che rimarca come il nostro compito non sia “far vedere al mondo cosa fa la Chiesa, cosa fanno i preti, cosa fanno i cristiani”, ma mostrare l’opera che Dio compie attraverso di noi.

È questa, sostanzialmente, la mondanità che più volte ha denunciato Francesco: mettere in primo piano il proprio impegno, le proprie opere, dimenticando l’iniziativa di Dio. E soprattutto trascurando il fatto che se c’è qualcosa da mettere in evidenza è  che siamo tutti semplicemente “peccatori perdonati”; come affermava San Paolo:  “Siamo salvi per la grazia, non per le opere della legge”.

Questa sete di apparire con le nostre opere è purtroppo oggi molto diffusa, ha osservato il parroco. “La vera ‘opera buona’ è Cristo”, ha detto; pertanto non bisogna cercare continuamente gli applausi, tantomeno alimentare invidie clericali. Anche la pastorale di oggi — ha soggiunto il predicatore — è in gran parte “uno sforzo per fare”, quando invece dovrebbe “scaturire come frutto dello Spirito”. L’attuale tendenza - per non chiamarla abitudine - è infatti di fare progetti “e poi chiedere al Signore di darsi da fare per non far andare male la missione”.

La prospettiva, dunque, va cambiata, ha chiosato De Donatis, esortando i cattolici a farsi un esame di coscienza e chiedersi: come mai la gente, vedendo la mole di lavoro e di opere che la Chiesa realizza, non dà lode al Padre? Un’altra metafora ha concluso la meditazione: bisogna incominciare a zappare, poi si butta il seme, s’innaffia e infine arriva il grano. In questo modo - ha assicurato il sacerdote - i frutti della fede nasceranno realmente dall’incontro tra Dio e l'uomo.