Tessitori di pace

Omelia per la S. Messa in suffragio del Capitano Giuseppe La Rosa

Roma, (Zenit.org) | 263 hits

Riprendiamo di seguito l’omelia tenuta questa sera da monsignor Vincenzo Pelvi, Ordinario Militare per l’Italia, nella Messa celebrata nella basilica romana di S. Maria degli Angeli in suffragio del Capitano Giuseppe La Rosa, ucciso in missione in Afghanistan. 

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Carissimi mamma Concetta e papà Biagio, Claudio, Antonio e Anna,

nella liturgia di stasera, la parola dell’apostolo Paolo diventa per noi una chiave di lettura del vangelo delle beatitudini: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione» (2Cor 1,3-4).   

Le beatitudini sono la consolazione della nostra vita; un manifesto difficile, incredibile, stravolgente e controcorrente: beati gli incompresi, i perdenti, gli ostinati a proporsi la giustizia, quelli di cui nessuno si accorge, che non finiranno nei libri di storia, eppure sono i tessitori segreti della giustizia, i pacificatori sconosciuti del mondo.

Gesù inaugura il rovesciamento dei valori. Se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora incarna il comandamento dell’amore. E questo, ovviamente, si oppone all’egoismo, è un esodo da se stessi; in tal modo l’uomo trova la grandezza della sua vocazione.

Giuseppe, un ragazzo determinato e generoso, motivato e sensibile, attento ai più deboli e bisognosi, era fiero e orgoglioso della sua professione, che gli permetteva di amare chi non è amato e di sperare l’insperabile. Il suo era un amore pieno, attivo, solidale, preoccupato, che non attende di essere ricambiato per donarsi.   

Egli sapeva bene che amare può portare a morire per l’altro. Una concezione della vita come relazione dice la sensatezza della disponibilità a morire per l’altro. Disponibilità che è il segno della responsabilità radicale per l’altro. Nella finitezza del nostro amare noi sperimentiamo l’infinitezza del nostro essere. Nel frammento del nostro amore noi sperimentiamo il tutto dell’amore.    

Per Giuseppe l’amore non è mai stato una lezione di cose. L’amore evangelico ha la sua grammatica e in Giuseppe si rivelava come linguaggio del cuore aperto e del corpo donato, della volontà ferma, della tenerezza d’animo e del pensiero lungimirante.

Caro Giuseppe, l’Italia tutta, particolarmente chi ti ha voluto bene e che tu hai tanto amato, coloro che ti sono stati vicini e continuano il tuo impegno umanitario, ti dicono grazie per aver reso noi più capaci di sperare nell’unità della famiglia umana.  

La pace, talvolta, rischia di essere considerata solo come frutto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare scambi economici. E’ vero che la costruzione della paceesige la costante tessitura di contatti diplomatici, di incontri culturali, di accordi su progetti comuni, di impegni condivisi per arginare le minacce di tipo bellico e le ricorrenti tentazioni terroristiche. Ma perché tali sforzi possano produrre effetti duraturi, è necessario che si appoggino su valori radicati nell’amore alla vita. 

Ai nostri soldati, custodi della vita nei teatri operativi, anche per salvaguardare il significativo ruolo internazionale dell’Italia, va manifestato doverosa riconoscenza e concreta vicinanza. Chi, pagando di persona, con le lacrime e il sangue, costruisce nell’infermo afghano il futuro sereno della popolazione non è certo aiutato né dalle nostre sensibilità altalenanti, né da interessi di parte, né da parole e comportamenti egoistici.

Eppure, i nostri giovani militari cercano di promuovere la riconciliazione e la pace in Paesi in cui si sparge ancora tanto sangue in guerre che sono sempre una follia. Non possiamo tirarci indietro, proprio nelle situazioni di maggiore dolore. Sosteniamo, invece, ogni tentativo che può condurre alla sicurezza e alla pace dei popoli, bisognosi di cooperazione e solidarietà.

Volgiti a noi, Signore, e abbi misericordia, perché siamo tristi e angosciati. Vedi il dolore di questa famiglia. Tu che sei sempre vicino a chi ha il cuore spezzato raccogli le nostre lacrime, una a una, come in uno scrigno prezioso, quasi fossero il Tuo tesoro.

La fede è una luce che fatica a illuminarci quando ci scontriamo con la durezza di un dolore, con l’urlo lancinante che ci apre al distacco della morte.       

Cari genitori quanto eroismo nella vostra, come nelle famiglie dei nostri militari. Il mondo non lo vede, ma Dio vede e si fa vicino, vede e asciuga le lacrime segrete di quanti, madri e padri, moglie e figli, portano la vita quotidianamente con dignità e sacrificio, semplicità e onestà. Non dimenticate che il dono della vita di Giuseppe resta un evento incancellabile nella storia della pace, una eredità di amore che arricchisce di speranza la stagione che ci è toccato vivere.

Santa Maria, Donna della pace, Signora delle cose impossibili, noi ti chiediamo di starci vicino, perché incombe il dolore e irrompe la prova e ci avvolge il buio severo della morte. Vieni a cullarci, vieni e consolaci, alleggerisci con le tue carezze di madre la nostra sofferenza e conforta chi ha perso un figlio, il marito, il padre per la pace. Non ci lasciare soli e in queste ore di oscurità stringici a te, trasformando il nostro lutto in aurora di risurrezione. Amen.

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo