Testamenti biologici: ultime volontà di chi?

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ROMA, lunedì, 13 marzo 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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Il Comitato “Scienza e diritto”, promosso dalla “Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze”, ha presentato il 1 marzo a Roma un’iniziativa di sicuro effetto: l’istituzione di un registro dei testamenti di vita, ovvero una raccolta di testamenti biologici redatti dai cittadini per chiedere fondamentalmente che alcune forme di trattamento di fine vita, in caso di perdita di coscienza, non vengano attivate.

I membri del comitato hanno parlato di un “boom”, con centinaia di iscrizioni già nelle prime ore dopo la conferenza inaugurale. Ma già si delinea il dubbio che questa risposta sia meno indicativa della mentalità comune di quanto i suoi promotori vogliano far credere. Intanto perché molte delle prime “firme” derivano senza dubbio dalla partecipazione immediata e integrale di quei gruppi, assolutamente minoritari, che nel nostro paese appoggiano eutanasia e suicidio assistito.

Inoltre, potrebbero aver avuto un peso le notorie ambiguità e confusioni terminologiche che circondano il tema dell’accanimento terapeutico, del rifiuto della terapia, dell’aiuto a morire; in altre parole, alcuni potrebbero avere in buona fede creduto che scegliere i testamenti di vita non equivalga in alcun modo a compiere scelte di tipo eutanasico. Quando Umberto Veronesi afferma, ad esempio, “Io il testamento biologico l’ho fatto […], già da ora ho deciso liberamente che non voglio accanimenti terapeutici”, non tutti comprendono subito che l’eminente professore ha dato disposizioni eutanasiche.

Incuranti di ciò, i sostenitori del progetto hanno affermato soddisfatti che le numerose adesioni rappresentano il segno indiscutibile della tendenza, anche in Italia, al consenso verso l’eutanasia. A differenza di quanto ha inteso affermare il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nel parere su Dichiarazioni anticipate di trattamento (18 dicembre 2003), il testamento biologico proposto dalla Fondazione apre infatti decisamente la strada all’eutanasia, unendo in un’unica battaglia la scelta “testamentaria” dei trattamenti in fase terminale e il “diritto di morire”.

Il documento del CNB stabiliva che le dichiarazioni anticipate di trattamento dovessero contenere semplici indicazioni sulle forme di assistenza che si desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico, ed escludendo alcune richieste: ad esempio la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti.

Il CNB aveva cioè pensato a tali direttive dei pazienti come ad uno strumento di difesa rispetto all’eccessiva ingerenza del medico nelle decisioni di fine-vita, all’accanimento terapeutico e all’eutanasia. Pur comprendendo tali intenzioni, non pare in effetti che gli obiettivi indicati dalle dichiarazioni anticipate del CNB richiedano una normativa ad hoc. Il valore consultivo per le preferenze di trattamento dei pazienti, anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, mentre il divieto di praticare l’eutanasia è parimenti già sancito dalla legge, rientrando nel generale divieto di uccisione di consenzienti.

Non stupisce dunque che i membri del Comitato “Scienza e diritto” abbiano precisato in più occasioni che l’approccio del CNB è decisamente troppo blando. Al contrario, la loro formulazione punta a rivendicare la più completa possibilità di “autodeterminazione” del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. Il presupposto è esplicitamente pro-eutanasico: ognuno, dicono, deve essere libero di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire, che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. E con il testamento biologico si vuole consentire l’esercizio di questo inesistente diritto anche a chi non può rivendicarlo, ad esempio perché in coma. Si tratta insomma di un completo rovesciamento dei diritti umani (cfr. C. Navarini, Su autonomia e diritto di morire, ZENIT, 15 gennaio 2006).

L’unica limitazione dovrebbe consistere nel fatto che la volontà di morire (ovvero di non ricevere alcun sostegno vitale) sia effettivamente “l’ultima volontà” della persona. Ovviamente, non essendo la volontà registrabile nei casi di incoscienza o incapacità di comunicazione, il testamento dovrà rispecchiare la volontà testamentaria, che verrà – ma arbitrariamente – considerata “volontà attuale”. La scrupolosa redazione del testamento dovrebbe servire appunto a mantenere tale “attualità”. Al di là del fatto che un simile intento è strutturalmente irrealizzabile in un documento come le direttive anticipate, che per definizione si redige in un momento diverso rispetto a quello in cui si verificheranno eventualmente le situazioni delineate, resta l’obiettivo di fondo di questo problematico strumento: si riconosce alla volontà individuale uno spazio tendenzialmente infinito, ovvero l’autorità di decidere il valore della propria vita.

Ma è doveroso chiedersi se questo spazio ci appartenga. Possiamo fare della nostra vita tutto ciò che volgiamo, anche quando va contro la vita stessa? Possiamo attribuire noi il valore della nostra vita, o di una qualsiasi altra vita? Questo è il punto fondamentale: se esistano realtà – principi e valori – che trascendono la nostra conoscenza e la nostra volontà, e che valgano quindi per tutti gli uomini in virtù della loro natura, oppure se ogni essere umano sia un mondo a sé, che determina in modo solitario e irrelato la fonte e i confini di ogni elemento valutativo.

Che è quanto dire: anneghiamo veramente in una sconfinata giungla di etiche fra loro indifferenti oppure vi sono universali etici su cui non si può transigere? A giudicare dal costante sforzo compiuto dagli uomini per garantire alcuni diritti umani fondamentali quali segni di civiltà e quali condizioni di una società sana, si direbbe di sì. D’altra parte, che cosa fonda l’illegittimità etica dell’omicidio? Forse il fatto che si uccida un proprio simile senza il suo consenso? Eppure è evidente che se qualcuno si avvicinasse e chiedendo ad un altro di sopprimerlo, quest’ultimo non sarebbe per ciò stesso legittimato a farlo.

Gli ordinamenti riconoscono sempre dei limiti agli accordi fra gli uomini, in virtù del riconoscimento di beni universali e inalienabili. Come la vita umana, che merita tutela indipendentemente dai desideri, dalle opinioni, dalle teorie dei singoli. Un mondo che considera “meno grave” uccidere un malato consenziente rispetto ad un soggetto sano, è un mondo profondamente deviato ed ingiusto, così ingannevole e disonesto da arrivare a sostenere che la presenza del dolore – o della dipendenza, o dell’incoscienza – possano modificare l’essenza stessa della vita umana, trasformandola da bene in sé indisponibile a condizione “indegna di essere vissuta”.

Solo valutando come “indegne” le vite dei sofferenti diverrebbe giusto eliminarle, e permettere anche a chi non abbia la facoltà del raziocinio di vedere soddisfatto questo diritto. Ma che cosa accade quando una società ammette un tale diritto? Accade che ogni vita umana, anche la più “riuscita”, è sostanzialmente indifendibile, perché il principio del valore viene spostato dal fondamento naturale umano (ogni uomo va difeso in quanto partecipa dell’umanità che ha in se stessa il suo valore) all’inaffidabilità della valutazione soggettiva, con tutti i conseguenti possibili abusi.

Saranno di volta in volta la maggioranza, il “sentire comune”, o il più forte a decidere quando una vita sia o non sia degna, e ad esercitare sulle coscienze un’impercettibile continua pressione che porti sempre più persone a decidere “autonomamente” che la loro vita non ha più senso, perché fa ormai parte di una della categorie che vengono identificate come inutili.

Lo prova l’esperienza dei malati. Alcuni medici trascurano il fatto che i pazienti che “non ce la fanno più”, che sentono la vita come un peso, che chiedono magari l’eutanasia, non chiedono mai in prima istanza la morte, ma una vita migliore e un po’ più di (vera) compassione. Ora, la grande scoperta che i palliativi ci insegnano quotidianamente, è che questa vita migliore è sempre possibile, anche in fase terminale e fra atroci sofferenze. È possibile sedare il dolore fisico e assistere la sofferenza morale, psicologia e spirituale dei morenti, regalare ancora molte (o poche) ore di vita autentica, circondata di senso e di affetto.

Curare fino in fondo, e riconoscere un senso pieno alla vita dei malati terminali, non vuol dire in alcun modo fare dell’accanimento terapeutico, cioè prolungare inutilmente e consapevolmente l’agonia attraverso trattamenti inefficaci e gravosi, ma accompagnare con responsabilità e fedeltà la vita del malato, confermando ad ogni istante il fatto che egli è ancora importante.

Il testamento biologico del Comitato “Scienza e diritto”, a dispetto delle sue pretese, non lascia molto spazio alla libertà di scelta: orienta il paziente ad una visione ristretta e unilaterale, che lo porterebbe a sottoscrivere posizioni sconcertanti. Ad esempio, “considero prive di valore e lesive della mia dignità tutte le situazioni in cui non fossi capace di un’esistenza razionale e/o fossi impossibilitato da una malattia irreversibile a condurre una vita di relazioni”.

Ancora porterebbe ad invocare la sospensione dei mezzi di sostegno vitale nel caso di malattia allo stadio terminale, anche quando questo fosse fonte di ulteriori sofferenze per il morente (pensiamo ai danni da disidratazione per chi rifiutasse i fluidi per via artificiale, o alla “fame d’aria” per automatica negazione della ventilazione meccanica). Non solo; il modello di testamento della Fondazione precisa che, qualora la sospensione delle terapie non producesse la morte, ci si dovrebbe appellare direttamente al “trattamento eutanasico, nel modo che sarà ritenuto più opportuno per la conclusione serena della mia esistenza”.

Non vi è in una simile prospettiva alcuna autentica libertà, alcun uso responsabile della volontà, ma unicamente una strada a senso unico che non permette di interrogarsi sul senso della propria esistenza, di prepararsi serenamente a ben morire, di affrontare seriamente le domande cruciali (chi sono, da dove vengo, che cosa c’è dopo la morte) che investono tutti gli esseri umani soprattutto al termine della vita, per la loro costitutiva apertura alla trascendenza.

È infine una strada che apre eugenisticamente ad un processo di selezione del valore della vita in base a criteri di efficienza e di benessere, che porterebbe anche socialmente a vedere sempre più spesso nei malati cronici o terminali, nei depressi, nei sofferenti in genere, degli individui scomodi, di cui è meglio liberarsi.

Come diceva Nietzsche: “Il malato è un parassita della società. In certe condizioni non è decoroso vivere più a lungo. Continuare a vegetare in una imbelle dipendenza dai medici e dalle pratiche mediche, dopo che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe suscitare nella società un profondo disprezzo” (F. W. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Newton Compton, Roma 1980, pp. 64 ss.).

Non c’è alternativa: o si rende la società il teatro di continue battaglie fra debole e forte, fra degno e non degno, con continue prevaricazioni e soprusi, oppure si riconosce il valore naturale della vita umana come bene indisponibile, negando a strumenti subdoli come i testamenti biologici aprire surrettiziamente la via a nuovi “diritti civili”.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]