Testimoni di umanità ancor prima che campioni nello sport

Nell'Udienza alla delegazione del C.O.N.I., Benedetto XVI ha esortato gli atleti Olimpionici a non inseguire solo risultati cedendo al rischio di "scorciatoie" come il doping

| 937 hits

di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 17 dicembre 2012 (ZENIT.org) – Lealtà, rispetto del proprio corpo, senso di solidarietà, altruismo, ma anche gioia, soddisfazione e festa. Sono questi i requisiti che fanno di un atleta un vero campione e un modello da imitare, secondo Benedetto XVI.

Ricevendo in Udienza, questa mattina, la Delegazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (C.O.N.I.), il Papa ha esortato gli atleti vincitori della medaglia ai giochi olimpici e paralimpici di Londra 2012 ad essere veri “testimoni”, lodandoli per le abilità tecniche ma, soprattutto, per le qualità morali dimostrate durante l’evento sportivo internazionale.

“In campo - ha detto il Santo Padre ai rappresentanti dell’Italia alle Olimpiadi – avete messo le vostre doti e le vostre capacità, acquisite con l’impegno e il rigore nella preparazione, la costanza nell’allenamento, la consapevolezza dei vostri limiti”. Una “dura disciplina” che però ha portato a raggiungere importanti successi, tradottisi materialmente nelle 28 medaglie di Londra, di cui 8 d’oro.

Non è però l’oro conquistato che edifica lo sportivo: “agli atleti – ammonisce il Papa - non è chiesto solo di competere e ottenere risultati”. Ogni attività sportiva, amatoriale o agonistica, richiede infatti “un cammino di autentica maturazione umana, fatto di rinunce, tenacia, pazienza, e soprattutto umiltà, che non viene applaudita, ma che è il segreto della vittoria”.

Prima dell’atleta c’è, dunque, la persona umana. Lo sport, pertanto, deve essere sempre “al servizio della persona”, e non viceversa. È in quest’ottica che la Chiesa da sempre è attenta all’attività sportiva, ha ricordato il Pontefice. Già il Concilio Vaticano II parlava di sport nella Gaudium et spes collocandolo nel settore della cultura, ovvero “nell’ambito in cui si evidenzia la capacità interpretativa della vita, della persona e delle relazioni”.

Ciò che la Chiesa ha promosso e continua a promuovere è una “cultura dello sport fondata sul primato della persona umana”. Essa – ha sottolineato il Pontefice –  è testimoniata oggi dai numerosi spazi ludici e sportivi negli oratori parrocchiali e nei centri giovanili. Ma anche dalle associazioni sportive d’ispirazione cristiana, vere “palestre di umanità”, in cui è possibile “coltivare quel forte desiderio di vita e d’infinito” nei giovani.

L’atleta “che vive integralmente la propria esperienza si fa attento al progetto di Dio sulla sua vita” ha rimarcato poi Benedetto XVI. Nei pensieri del Papa, gli atleti sono dunque dei “campioni-testimoni”, con una missione da compiere: “essere, per quanti vi ammirano, validi modelli da imitare”.

La stessa missione interessa anche i Dirigenti, gli allenatori, gli operatori sportivi, chiamati a farsi “testimoni di buona umanità, cooperatori con le famiglie e le istituzioni formative, maestri di una pratica sportiva che sia sempre leale e limpida”.

In tal senso – ha incoraggiato il Santo Padre – “la pressione di conseguire risultati significativi non deve mai spingere a imboccare scorciatoie come il doping”, che sono in realtà “vicoli ciechi” evitabili attraverso il gioco di squadra e il “sostegno a chi riconosce di avere sbagliato, in modo che si senta accolto e aiutato”.

Il vero traguardo dell’attività sportiva in questo Anno della fede - ha detto infine il Papa – è educare la persona all’”agonismo spirituale”: vivere, cioè, ogni giorno “cercando di far vincere il bene sul male, la verità sulla menzogna, l’amore sull’odio, e questo prima di tutto in se stessi”.

Nella prospettiva della nuova Evangelizzazione, invece, il mondo dello sport può diventare “un moderno Cortile dei gentili”, ovvero “un’opportunità preziosa di incontro aperta a credenti e non credenti, dove sperimentare la gioia e la fatica di confrontarsi con persone diverse per cultura, lingua e orientamento religioso”.

Benedetto XVI ha terminato il suo discorso ricordando la “luminosa” figura del beato Pier Giorgio Frassati, “un giovane che univa in sé la passione per lo sport e la passione per Dio”. L’esempio del Beato, ha concluso, “ci mostri che essere cristiani significa amare la vita, amare la natura, ma soprattutto amare il prossimo, in particolare le persone in difficoltà”.