"The Artist": la voce tace ma i cuori parlano

Il cinema muto ritorna in auge con una storia brillante e, al tempo stesso, commovente

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di Luca Marcolivio

ROMA, sabato, 24 dicembre 2011 (ZENIT.org) – Una storia d’altri tempi, colma di tenerezza, che diverte e commuove. The Artist, nelle sale italiane da poche settimane, è una delle pellicole più originali del momento.

Coproduzione franco-americana, il film è diretto da Michel Hazanavicius ed interpretato da Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell e Penelope Ann Miller.

La scelta del regista di girare un film muto e in bianco e nero, accompagnato soltanto da una gradevole colonna sonora a base di charleston, non è affatto una scelta eccentricamente old fashioned.

Le modalità espressive e scenografiche di The Artist suggeriscono invece un’acuta riflessione sulla rapidità dei cambiamenti nel campo della comunicazione e su come le innovazioni nell’ambito dell’industria culturale possano incidere profondamente nella mentalità di ogni tempo e nella vita delle persone.

Ne è scaturito un esperimento che potremmo definire “cinema nel cinema”: vi si racconta infatti la storia di George Valentin (Jean Dujardin) un divo che sta vivendo il momento di gloria del cinema muto.

Siamo nel 1927, a pochissimi mesi dal lancio del primo film sonoro: Valentin viene fotografato mentre, quasi per caso, si ritrova abbracciato con Peppy Miller (Bérénice Bejo), un’aspirante attrice sconosciuta e ambiziosa.

Nel giro di pochi giorni l’immagine dei due rimbalza su tutti giornali scandalistici e per la giovane si rivelerà un formidabile trampolino di lancio.

Negli anni successivi, infatti, Peppy diventerà una delle dive più pagate di Hollywood: oltre a una bella presenza, ha una splendida voce, sa cantare, sa ballare e i suoi talenti la renderanno una stella di prima grandezza del cinema sonoro.

Parallelamente si assiste al tristissimo declino di George Valentin, che testardamente ha snobbato l’innovazione, considerandola un involgarimento dell’arte cinematografica, ostinandosi a girare nuovi film muti che si riveleranno dei flop clamorosi.

La verità è che Valentin, nella loquela, è terribilmente inespressivo e pieno di difetti di pronuncia: il sonoro, il suono stesso, diventeranno la sua principale ossessione e su questo elemento il regista Hazanavicius ha imbastito alcune geniali trovate che lasciamo scoprire agli spettatori al momento della visione.

Abbandonato dalla moglie e finito sul lastrico, George si ritrova costretto a mettere all’asta tutti i suoi beni. Un giorno, al colmo della disperazione, dà fuoco alle sue vecchie pellicole custodite in casa propria e rischierà di morire soffocato nell’incendio.

Verrà salvato per miracolo dalla prontezza del suo formidabile jack russell che gettatosi fuori di casa si lancia all’inseguimento di un poliziotto e, abbaiando furiosamente, riuscirà ad attirarlo sul luogo del disastro.

Ormai George Valentin è un personaggio talmente dimenticato che quando sul giornale appare la notizia dell’incidente, il titolo riporta: Attore si salva da un incendio, senza nemmeno specificarne il nome.

In ospedale l’ex divo riceve la visita di Peppy, che non l’ha mai dimenticato e che si offre di ospitarlo in casa sua, durante la convalescenza.

Un giorno Valentin, mentre Peppy è impegnata sul set, scopre che l’attrice custodisce nello scantinato della sua villa pressoché tutti i beni venduti nell’asta fallimentare, compreso il preziosissimo ritratto dell’attore assieme al fedele cagnolino.

Ferito nell’orgoglio l’attore decide di farla finita, barricandosi con una rivoltella nella sua casa ormai semidistrutta.  Non avendo trovato l’amico in casa propria, Peppy, guidata da un formidabile intuito, si precipita da George.

Quando questi è ormai con la pistola puntata in bocca, irrompe un “bang” (ovviamente non espresso sonoramente ma da una scritta gigante…). Non è la pistola di George ma l’automobile di Peppy che, nella foga, è finita contro l’albero davanti l’abitazione, distogliendo l’attenzione dell’aspirante suicida.

È l’epilogo di un dramma e l’inizio del sodalizio artistico tra George Valentin e Peppy Miller, che, vista l’incapacità di recitazione vocale di lui, si cimenteranno in numeri di danza e di tip-tap, diventando degli epigoni di Fred Astaire e Ginger Rogers.

Il film colpisce per la delicatezza dei sentimenti che, riescono a farsi strada anche nell’America cinica ed ambiziosa dei Roaring Twenties, i ruggenti anni ’20 del proibizionismo e di un illusorio boom economico, presto spazzato via dalla crisi del ’29.

Al crollo in borsa della fine di quel decennio si fa riferimento in un paio di scene: un emblematico richiamo all’attualità di questi giorni e ad una recessione globale, alla quale si può sopravvivere – sembra suggerire il regista – attraverso la creatività e la bellezza dei sogni del celluloide e della musica, nel segno di un’amicizia vera (se tra George e Geppy sia amore non è dato a intendere: anche questo è un tratto originale del film) che trionfa proprio nei momenti di miseria e dolore.

Atmosfere magiche e retrò per un film, il cui epilogo riporta alla mente l’opera di un gigante dell’epoca in cui è ambientato: Frank Capra e, in particolare, il suo capolavoro La vita è meravigliosa.