Tolleranza e discriminazione dei cristiani

Intervista al professor Rocha Scarpetta

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ROMA, lunedì, 26 giugno 2006 (ZENIT.org).- L’intolleranza religiosa non esiste solo nei regimi dittatoriali, ma esiste anche - in modo più sottile - nelle società libere e democratiche, secondo quanto spiega un professore di teologia delle religioni ed ecumenismo.



Joan-Andreu Rocha Scarpetta, docente presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” e l’Università Europea di Roma, è intervenuto al vertice promosso dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) sull’attuazione della tolleranza. Il tema dell’incontro, svoltosi ad Almaty (Kazakistan) dal 12 al 13 giugno, è stato: “Promuovere l’intesa interculturale, interreligiosa ed interetnica” (Cfr. ZENIT, 13 giugno 2006).

In questa intervista, Rocha Scarpetta parla delle nuove forme di intolleranza religiosa, presenti nei Paesi dell’OSCE, che tendono a porre in ridicolo pubblicamente i cristiani, in particolare attraverso i mezzi di comunicazione.

Quale era l’obiettivo dell’incontro dell’OSCE ad Almaty?

Rocha: L’obiettivo era quello di valutare e proporre nuove forme di promozione dell’intesa interculturale, interreligiosa ed interetnica.

Lo svolgimento di questo incontro è stato condizionato dai recenti avvenimenti relativi alla pubblicazione delle vignette sul profeta Maometto, percepita come una grave offesa alla sensibilità religiosa altrui.

Come si ricorderà, questi eventi hanno provocato anche l’uccisione di un sacerdote cattolico in Turchia, l’aggressione e le minacce contro altri cristiani e numerosi episodi di violenza in molte parti del mondo. Non hanno avuto come conseguenza, quindi, un unico effetto, ma una reazione a catena nell’ambito di popolazioni di altro credo.

Questo contesto ha quindi offerto uno spunto per un’opportuna focalizzazione del problema dell’identità religiosa e del suo ruolo nella società, in un contesto di libertà di espressione e di differenziazione religiosa.

Il tema della discriminazione dei cristiani è stato affrontato in modo particolare in questa riunione?

Rocha: L’OSCE si sta impegnando nella lotta contro la discriminazione e l’intolleranza, in particolare nell’ambito dell’antisemitismo e dell’islamofobia, con programmi specifici ed ampi.

Ma riguardo la discriminazione dei cristiani c’è ancora molta strada da fare. La discriminazione delle minoranze religiose sta acquisendo importanza nell’agenda delle organizzazioni, ma la discriminazione dei cristiani sembra essere vista ancora sotto un basso profilo.

Come si manifesta la discriminazione e l’intolleranza nei confronti dei cristiani?

Rocha: Si tratta di fenomeni evidenti non solo nei Paesi che sono ancora incapaci di assicurare la libertà religiosa, ma nel contesto culturale generale. Essi si manifestano soprattutto attraverso la ridicolizzazione dei simboli, delle pratiche e delle istituzioni cristiane.

La recente produzione di cartoni animati della serie “Popetown”, che ha messo in ridicolo specifici aspetti della fede cristiana ed ha rappresentato le autorità della Chiesa come delinquenti coinvolti in ogni tipo di attività malvagie, ne è un chiaro esempio.

Diversi siti Internet sono stati recentemente chiusi per aver usato un linguaggio anticristiano. Molte sono le opere d’arte moderna e di teatro che mettono in ridicolo i simboli e le pratiche cristiane. Vi sono persino alcuni politici che si permettono di scherzare con i simboli cristiani in pubblico.

Il numero crescente delle offese contro i cristiani, sotto questi aspetti dell’ironia, dell’arte o della concezione distorta della libertà d’espressione, dimostrano che qualcosa andrebbe fatto.

Come spiega lei questa situazione?

Rocha: Nei Paesi in cui il Cristianesimo costituisce il tessuto culturale di fondo e dove la religione è stata ridotta a questione personale, ci siamo abituati ad una fede soggettiva in cui crediamo senza appartenere (“believing without belonging”).

Questo crea una situazione confusa in cui prendere in giro i simboli di ciò in cui crediamo appare come una cosa normale che non ci tocca.

L’assenza di reazioni promuove la diffusione di queste offese che poi costituiscono il seme della discriminazione e dell’intolleranza.

Cosa possono fare i cristiani per lottare contro questo tipo di discriminazione nei confronti della propria fede?

Rocha: La prima cosa è riconoscere questa realtà di discriminazione velata. L’equilibrio tra libertà d’espressione e rispetto della sensibilità religiosa è una sfida imponente.

I cristiani devono imparare a reagire di fronte a queste situazioni, ovviamente senza usare la violenza, ma dimostrando il proprio scontento, nell’ambito dei mezzi di comunicazione che le producono e delle istituzioni civili che le permettono. Questo creerebbe, man mano, una nuova sensibilità sull’uso improprio dei simboli cristiani nella sfera pubblica.

Anche le organizzazioni non governative potrebbero svolgere un ruolo importante. Alcune lavorano attivamente contro la discriminazione dei gruppi etnici e religiosi. Forse è arrivato il momento che esse inizino ad evidenziare la discriminazione pubblica dei simboli, delle pratiche e delle istituzioni cristiane, e non solo la vera e propria persecuzione dei cristiani.

Questa prospettiva aprirebbe la via ad azioni più specifiche, come la creazione di un codice di deontologia sulla libertà d’espressione e il rispetto verso le religioni, che potrebbe arginare l’aumento della discriminazione contro la fede cristiana e i suoi simboli.