Tornare al lavoro in tempo di crisi

Editoriale del "Bollettino di dottrina Sociale della Chiesa"

Trieste, (Zenit.org) Giampaolo Crepaldi | 295 hits

Riportiamo l’editoriale del “Bollettino di dottrina Sociale della Chiesa” (Anno VIII (2012), numero 4, ottobre-dicembre) scritto da Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Presidente dell'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuan. 

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È indubbiamente un frangente particolare per la storia economica e sociale quello in cui prende vita questo numero del Bollettino, caratterizzato da una crisi economica internazionale grave e perdurante.

Certamente, però, non si può pensare ad una crisi in termini globali senza riconoscere le profonde differenze con le quali essa si manifesta nei diversi angoli del pianeta: mentre,infatti, i Paesi emergenti si interrogano sui temi della sostenibilità di una forte crescita,in Europa i governi si confrontano con una recessione apparentemente irrisolvibile.

Tuttavia, un tratto comune si ritrova nella tornare al lavoro in un tempo di crisi questione del lavoro: se nei Paesi occidentali le emergenze paiono essere quelle della precarietà, della disoccupazione giovanile e del continuo venir meno di posti di lavoro un tempo considerati “sicuri”, in altri Paesi ancora vigono condizioni di lavoro massacranti e che mettono a repentaglio l’integrità – fisica, intellettiva e morale – dei lavoratori.

Potrebbero sembrare problemi diversi,perché i contesti in cui si generano sono profondamente differenti; tuttavia, in essi si intravede una duplice ragione di comunione: una prima ragione risiede nelle strette interrelazioni che avvincono l’intera economia globalizzata, tanto che non si può più, ingenuamente, pensare a problemi singolari senza collocarli in un ampio sistema di concause a molteplice effetto. Basti, ad esempio, fare riferimento al fenomeno della delocalizzazione produttiva che “sposta” i problemi del lavoro da un angolo all’altro del pianeta.

Il presente numero del Bollettino, però,intende concentrarsi su un secondo ordine di condizioni, che paiono affondare alle radici del problema e non tanto alla sua presente fenomenologia. Per questo, si è scelto di non concentrarsi su singole – pur importanti – problematiche che investono l’odierno mondo del lavoro, ma si compie qui un percorso di “ricerca di senso” teso ad illuminare il ragionamento economico e politico sul lavoro.

Appare, infatti, impossibile approcciarsi al tema del lavoro come fosse un mero problema tecnico, scevro di gravi implicazioni etiche: proprio l’aver dimenticato i fondamenti umanistici del lavoro pare motivo di crisi e di riflessione profonda.

Dunque, la dimensione economica della crisi risulta, senz’altro, la più evidente: la costante perdita di posti di lavoro, ad esempio,è la naturale conseguenza della stagnazione dei mercati e della sfiducia che li invadono.

Tuttavia, il problema non è (solo) economico, ma anzi la prospettiva economica non è che una conseguenza di problemi ben più profondi.

Il tema del lavoro palesa, ad esempio, una dimensione sociale, che si riverbera sull’equilibrio dei contesti sociali e su quel fondamento della società che è la famiglia; ha poi una dimensione politica, atteso che la sostenibilità dei provvedimenti di ammortizzazione sociale ed il sostegno all’occupazione divengono temi imprescindibili per qualsiasi forza politica si proponga di governare qualsiasi Paese.

Ancora, esiste una dimensione giuridica del problema del lavoro, attesa la palese insufficienza degli istituti giuslavoristici in vigore;ciò si dimostra con palese virulenza tanto in Italia – dove la legislazione sul lavoro appare spesso ancorata a modelli di mercato irrealistici – quanto in quei Paesi dove le tutele del lavoro sono, invece, del tutto insufficienti.

Vi è, infine, una dimensione profondadella questione, connessa alla comune e diffusa perdita del significato profondo dellavoro, nella sua “sostanza etica”, per usare la felice espressione del Beato GiovanniPaolo II, che mettendo in luce la radicebiblica del pensiero cristiano sul lavoro,ne rammentava come in esso il lavoratore si palesa quale «…persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso» (LE, 6).

Per questo, tra tutti i problemi aperti – rispetto ai quali servono decisioni al tempo stesso creative, solide e coraggiose – si vuole, in questo Bollettino, ribadire quanto il pensiero economico e politico necessitino di una “purificazione” mediante il loro radicamento in un fondamentale quadro etico di riferimento. I rischi di un’economia e di una politica, avanzate sotto il profilo dello sviluppo scientifico, ma sradicate dalle loro radici (etiche) di servizio alla persona umana, sono gravissimi, soprattutto su temi che coinvolgono direttamente la persona nel suo “compiersi” spirituale, morale e materiale.

Ha scritto Benedetto XVI: «La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa» (SS, 25). Non è possibile, dunque,abbandonare l’uomo-lavoratore ad un pensiero debole, che genera raffinati tecnicismi svuotati di senso: ciò diverrebbe non solo disumano, ma anche poco lungimirante e,dunque, contrario alla stessa economia.

Il contributo della Dottrina sociale della Chiesa, a questo riguardo, diviene fondamentale perché nel suo continuo dialogo con il mondo – e con il mondo del lavoro, in particolare – permette di porre in luce alcuni elementi fondamentali del ragionamento.

Si pensi, ad esempio, alla solidarietà internazionale ed intergenerazionale, che genera responsabilità reciproche tra Paesi e sistemi economici e che, dunque, impedisce di “trasferire” i problemi del lavoro da un angolo all’altro del pianeta senza preoccuparsi delle conseguenze di tali azioni, magari dettate da considerazioni efficientistiche. E qui tornano in mente, ad esempio, i dibattiti – purtroppo così attuali – sulle scelte di questa o quella multinazionale che deve decidere in quale Paese chiudere i propri stabilimenti produttivi; nulla sarebbe più distruttivo, in tali contesti, di miopi posizioni sindacali che vedessero nella scelta di tagliare stabilimenti in altri Paesi una soluzione efficace per la difesa del lavoro dei propri iscritti. Ma ancor peggio sarebbe pensare ad una bieca concorrenza tra Stati che – giocando sulla pelle dei lavoratori – trovino nella diminuzione dei sistemi di sicurezza sociale un metodo per trattenere o attirare investimenti stranieri: questi rischi sono stati messi in luce, recentemente, da Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas in Veritate.

Ancora, la Dottrina sociale della Chiesa richiama costantemente alla funzionalizzazione della crescita economica allo sviluppo integrale, che impone di guardare con attenzione ai temi dello sviluppo non limitandosi a semplificazioni estreme quali quella dell’equivalenza indistinta tra sviluppo e crescita dei ritmi produttivi o quella della decrescita. Le scelte, in tal senso, non possono che essere orientate ad un bene integrale,che non considera mai una sola dimensione della vita umana e sociale, ma comporta un atteggiamento inclusivo.

Si pensi, poi, al richiamo alla dignità di ogni lavoro sia nella sua dimensione tecnica,perché collabora alla complessiva realizzazione del disegno di sviluppo umano, sia nella sua dimensione soggettiva, perché esercitato da persone umane. In questo senso, molto è il lavoro da fare per recuperare dignità e centralità di ogni funzione lavorativa, soprattutto nei settori di servizio alla persona.

Vi è, poi, il richiamo costante al lavorocome mezzo di raggiungimento di un’equità sociale duratura e stabile, condizione perun sostenibile sviluppo economico; a taleriguardo, scrive Benedetto XVI: «La dignità della persona e le esigenze della giustiziarichiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l ’obiettivo dell ’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti».

Sopra ogni cosa, però, torna il fondamentale recupero metodologico della dimensione soggettiva del lavoro: esiste uno spazio di umanesimo nel lavoro, perché esso permette il pieno compimento della persona umana.

Esiste, quindi, anche una dimensione spirituale del lavoro, in quanto momento in cui l’uomo diviene collaboratore alla creazione: in esso l’uomo incontra il Creatore e adempie al suo ruolo di coadiutore del continuo lavoro di creazione.

Se, dunque, si approccia il tema del lavoro come centrale per lo sviluppo dell’umanità,esso non può mai ridursi a singoli problemi:l’obiettivo di questo numero monografico,dunque, è quello di rispondere all’urgenza di umanizzazione del discorso economico ed al bisogno di porre a sistema diversi problemi tecnici radunandoli al servizio della persona. 

Per ogni approfondimento http://www.vanthuanobservatory.org/