Tra Chiesa e democrazia non c’è antagonismo

Afferma il professor César Izquierdo

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PAMPLONA, mercoledì, 21 settembre 2005 (ZENIT.org).- Secondo il professor César Izquierdo, il presunto antagonismo tra Chiesa e democrazia si basa su una concezione “selvaggia” di quest’ultima.



Per Izquierdo, coeditore insieme a Carlos Soler del libro “Cristianos y democrazia” (“Cristiani e democrazia”) e Direttore del dipartimento di Teologia Dogmatica della Facoltà di Teologia dell’Università della Navarra, è infatti sbagliata l’idea per cui “tutto dovrebbe essere sottoposto alla decisione dei cittadini”.

A questo “si oppone non solo la Chiesa, ma il semplice senso comune”, ha constatato in una intervista concessa a ZENIT.

“Ciò che dà fastidio ad alcuni è che non solo la Chiesa, ma anche molti cittadini di varie provenienze professionali e culturali difendano l’esistenza della verità e del bene per la società, come fondamenti della giustizia – ha spiegato –. Solo se ci sono una verità e un bene oltre la discussione, le libere opinioni e il puro pragmatismo è possibile difendere la giustizia, soprattutto nei confronti dei più deboli, in qualsiasi società”.

“Chi non ammette questo diffonde un senso di democrazia che equivale ad un relativismo epistemologico e morale: nessuno può dire agli altri cos’è vero o buono, per cui bisognerebbe limitarsi ad essere d’accordo ad accettare, a dare per buono quello che la maggioranza dice in ogni momento”.

Secondo il professor Izquierdo, dietro l’opinione per cui tutto è soggetto al consenso ci sarebbero “coloro che si servono della democrazia come strategia per i propri interessi particolari, sia ideologici che economici, politici e culturali”.

“Tutti gli uomini sono uguali e hanno diritto ad avere delle opinioni, si afferma, ma quanti hanno il potere dei media, della politica, dell’economia, ecc., utilizzano tutta la loro forza per influire sui risultati che interessano loro”, ha proseguito, sottolineando che per fare questo “non esitano a perseguire la ‘morte civile’ di chi si azzarda a difendere il contrario”.

Quanto al fatto che le opinioni della Chiesa in ambito politico vengano spesso definite intromissioni, Izquierdo ha osservato che “in un sistema democratico la libera espressione di opinioni sull’andamento della società non è mai un’intromissione. Questa è la grandezza della democrazia”.

“Quando si accusa la Chiesa di intromissione indebita si agisce in modo ben poco democratico, perché in definitiva l’unica cosa che le si rimprovera è il fatto di non essere d’accordo con altre opinioni”, ha denunciato.

Anche se ciò che “rende viva una società” è proprio il fatto che “tutti possano proporre – e mai imporre – la propria visione delle cose al servizio della società”, perché “il contrasto di opinioni e il dialogo rispettoso stimolano i cittadini a partecipare al dibattito sociale”, ciò che accade è che “molti teoricamente amici della libertà reagiscono con crudeltà quando qualcuno non la pensa come loro”.

Un esempio di questo si riscontra spesso nelle armi dialettiche che vengono utilizzate. “Così, mentre la Chiesa espone il suo atteggiamento con rispetto ed argomentazioni, sa che azzardandosi a farlo deve prepararsi ad essere oggetto di ogni tipo di ironia, di argomenti poco gentili, denigrazioni e derisioni. Attaccare la Chiesa è una cosa che non costa caro nella nostra società”.

Secondo Izquierdo, si arriva ad una sorta di paradosso quando si parla di minoranze religiose e del rispetto e della tutela loro dovuti. “Il rispetto nei confronti delle minoranze è alla base della democrazia, che tuttavia si governa contando sulle maggioranze – ha constatato –. Si assiste quindi ad un curioso contrasto: chi difende il diritto della maggioranza ad ispirare il governo di una società rispettando almeno in teoria i gruppi minoritari agisce in modo diverso quando si tratta di un aspetto fondamentale della società com’è quello religioso”.

“E’ un altro caso di imposizione di un pensiero unico, in base al quale tutto va interpretato a partire dalle decisioni politiche della società – ha osservato –. Per questo l’attenzione alle minoranze religiose passa dall’essere un obbligo della società a diventare una scusa per indebolire la Chiesa, con cui si identifica la maggioranza dei cittadini”.

Nel comparare la visione di Giovanni Paolo II e quella Benedetto XVI su Chiesa e democrazia, il docente spagnolo ha affermato che in essi è identica la visione della Chiesa, sebbene quest’ultima “viva in ogni tempo in circostanze diverse”.

“Quanto alla democrazia, non mi risulta che ci sia altra differenza tra un Papa e l’altro se non la diversa esperienza personale”, ha continuato Izquierdo.

“Per Papa Karol Wojtyla la democrazia è stata, per molti anni, un’aspirazione per la sua patria e per gli altri Paesi dell’est con regimi comunisti. Benedetto XVI, invece, conosce la democrazia dal suo interno, con le sue evoluzioni, i suoi progressi e i suoi passi indietro. Entrambi, ad ogni modo, hanno avuto la comune esperienza di vivere sotto regimi totalitari”.

“Ratzinger ha dovuto subire il nazismo (al quale si era arrivati con il consenso democratico dei cittadini tedeschi), Wojtyla ha vissuto la maggior parte della sua vita in un regime comunista – ha concluso –. Questa esperienza comune ha fatto sì che entrambi avessero un particolare apprezzamento per la libertà, una libertà che può essere tale solo se va unita alla verità”.