Tra le mura dell'anima (Prima parte)

Il racconto di chi ha pensato di portare Gesù nelle carceri, ed ha scoperto Cristo nel volto di detenuti e vittime

Rimini, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 580 hits

Perché si dovrebbero aiutare i detenuti? Perché una persona sana di mente dovrebbe spendere, tempo ed energie per aiutare gente che ha commesso atti malvagi? Chi può essere così folle da chiedere ad un padre di perdonare e aiutare chi gli ha ucciso il figlio? Con quale logica si può immaginare di redimere le tante vittime del male con atti di immensa e coraggiosa carità? Come fare ad amare chi ha compiuto atti che hanno fatto male a tante persone? E’ giusto provare a far lavorare insieme vittime e carnefici? Come è possibile far riconoscere le responsabilità ai colpevoli e lenire le ferite delle vittime?

Impossibile direbbero alcuni. Eppure esiste una associazione che si chiama Prison Fellowship International, presente in 132 paesi ed in tutti continenti, i cui affiliati entrano nelle carceri per promuovere quella che chiamano “giustizia ripartiva”, cercando di allievare la sofferenza delle vittime e recuperare l’umanità dei colpevoli.

La sezione italiana si chiama Prison Fellowship Italia Onlus ed è diretta da Marcella Clara Reni.

Gli italiani, che come si sa tendono sempre a migliorare i progetti, non si sono accontentati di assistere i carcerati. Così dopo l’esperienza “Sicomoro” svolta nel carcere di Opera, hanno coinvolto nel progetto anche gli ex detenuti, le loro famiglie e le vittime.

Per raccontare l’esperienza di chi ha pensato di portare Gesù nelle carceri e ha scoperto che Cristo si trovava nei volti e nelle sofferenze di carcerati e vittime, Marcella Reni e Carlo Paris hanno scritto il libro “Tra le mura dell’anima” (edizioni Sabbiarossa).

Per saperne di più ZENIT ha intervistato Marcella Clara Reni. Una donna coraggiosa, sposata, madre di tre figli, di professione notaio, direttore Nazionale del Rinnovamento nello Spirito, Presidente di Prison Fellowsìhip Italia Onlus e di Victim Fellowship Italia Onlus

Perché hai iniziato questo lavoro con i carcerati?

E’ successo in maniera del tutto casuale. Faccio di professione il notaio, e ho un papà maresciallo dei Carabinieri. Come si può immaginare ho una formazione e mentalità molto legalista. Un giorno viene da me un conterraneo e mi dice: ‘Caro Notaio mio fratello è un giovane medico, è recluso in attesa di giudizio, ma lui è innocente, non ha fatto niente. Bisognerebbe andare in carcere per ricevere una sua procura generale’. Sono andata a ricevere questa procura con grandi pregiudizi. Pensavo: ‘dicono tutti così, sono tutti innocenti, ma poi va a sapere…’

Ho incontrato questo giovane. In maniera fredda e distaccata gli ho letto la procura. Ho cercato di capire se capisse quanto stavo leggendo. Quando ho finito di leggere e l’ho invitato a firmare, mi sono resa conto che era come se fosse fisicamente ed emotivamente morto. Mi sono sentita a disagio. Ero già in un cammino spirituale e mi ha molto colpito vedere un giovane che non aveva più voglia di vivere. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto: ‘coraggio, da oggi io pregherò per lei, ogni giorno reciterò un Padre nostro per lei’. Ho raccolto le mie carte, Me ne sono andata e ho cominciato a  pregare davvero per quest’uomo. Ogni sera recitavo un Padre nostro.

E mi chiedevo, e se fosse vero che è innocente? Perché tanto dolore? Poi la vita frenetica mi ha distratto, non ho più pregato per lui. Dopo un paio di anni mi arriva in studio un uomo che non ho riconosciuto, e mi ha detto: ‘Buona sera notaio, sono quello del carcere. Volevo dirle grazie per avermi salvato la vita. In questi due anni per tre volte ho tentato il suicidio. Per tre volte ho sentito nel cuore una voce che diceva: ‘Fuori c’è qualcuno che prega per te’. E per tre volte mi sono fermato all’ultimo istante.

In verità io mi ero dimenticata di pregare per lui, però Dio non lo ha mai dimenticato e si era ricordato di lui. Da qui nasce il mio interesse per i detenuti. Successivamente a questo fatto ho avuto la possibilità di incontrare in Italia alcuni esponenti di Prison Fellowship International che non conoscevo. Si tratta di un associazione che è presente in cinque continenti ed erano venuti a chiedere di aprire una sezione in Italia.

Cercavano un gruppo di cattolici. Avevano chiesto in Vaticano a Giovanni Paolo II, li aveva indirizzati al Rinnovamento nello Spirito, perché “solo gente appassionata e entusiasta di Dio poteva svolgere un lavoro del genere”.

Così dopo vari incontri, nel 2009 nasce e comincia ad operare lai Prison Fellonwship Italia Onlus.

Per ragioni professionali e visto che sono laureata in giurisprudenza, quelli del RnS mi hanno proposto di dirigere l’associazione. Ho preso questo progetto con molta superbia, pensavo di andare nelle carceri per portare Gesù e la cosa che invece mi ha toccato il cuore e che mi ha convertito e che quando sono entrata nella carceri ho trovato lì Gesù Vivo che mi veniva incontro. Non ho portato niente se non la mia povertà.

(La seconda parte verrà pubblicata domani, martedì 30 aprile)