Tra le mura dell'anima (Seconda parte)

Il racconto di chi ha pensato di portare Gesù nelle carceri, ed ha scoperto Cristo nel volto di detenuti e vittime

Rimini, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 501 hits

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte dell'intervista con Marcella Clara Reni, direttrice dell'associazione Prison Fellowship Italia Onlus. La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 29 aprile.

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Come è nata Prison Fellowship International e in che modo la sezione italiana si è sviluppata?

Prison nasce nel mondo perché nel 1976 il senatore democratico Charles Colson braccio destro di Nixon viene accusato di Watergate informatico. Venne condannato  a tre anni di carcere. Lì si convertì e quando uscì dal carcere vendette tutto quello che aveva per dedicarsi all’opera di portare aiuto a tutti i detenuti nel mondo. Esistono luoghi nel mondo dove la detenzione è disumana, e Colson diceva: “con Gesù il carcere, anche il peggiore, diventa un luogo più umano, senza Gesù è un luogo disumano”. 

Nel contesto di questa che è una sorta di ‘compagnia degli amici dei detenuti’, l’intuizione, che per ora è solo italiana, ha fatto un passo in avanti con il progetto Sicomoro che è un incontro tra detenuti e vittime, Così abbiamo fondato in italia anche la Victim Fellowship, perché ci rendiamo conto che le vittime soffrono non meno dei detenuti e che hanno bisogno di essere ristorati, e in qualche maniera risarciti dai detenuti in una relazione di riparazione.

Parlando con un detenuto che si era macchiato di ben trentacinque omicidi, Mario Congiusta, a cui è stato ucciso il figlio perché si è opposto ad una richiesta di ‘pizzo in Calabria’, gli ha detto ‘per te prima o poi la pena finisce. La mia pena invece non finirà mai’.

Oggi Mario Congiusta, spiega che “va dal dolore all’impegno perché non succeda ad altri”, ed ha ritrovato la sua serenità dopo aver lavorato per il progetto Sicomoro. Come lui sono tante le vittime che ritrovano la pace dopo aver lavorato per i progetti di Prison e Victin Fellowship..

Il Primo progetto ‘Sicomoro’ è nato nel carcere di Opera.  Tutti ergastolani. Gente che hanno le mani che grondano di sangue.  Lo abbiamo fatto chiedendo che ci affidassero i detenuti  più buoni per provare a vedere se funzionava. Gli esperti ci hanno dato invece i peggiori perché hanno detto: ‘se funziona con loro funzionerà con tutti’ E ha funzionato!

Ma chi ve lo fa fare?

E’ una cosa che ci chiedono tutti. E’ un modo di restituire e riconquistare al bene persone, perché ci rendiamo conto che molti di loro, anche i più criminali,  sono essi stessi vittime, nel senso che molti vengono da situazioni familiari disperate, da povertà sociali e morali, e noi abbiamo il dovere di riparare i danni

E poi assistiamo a tantissime storie dei conversioni. Uno che abbiamo incontrato al primo progetto Sicomoro era un testimone di Geova.  Nato e vissuto in una famiglia di Testimoni di Geova. Alla fine del progetto ha chiesto di ricevere i sacramenti cattolici.  Oggi è battezzato e quando gli ho chiesto perché aveva preso questa decisione mi ha risposto, “il Dio che mi avevano presentato (Geova) mi aveva sempre giudicato, voi mi avete portato un Gesù che mi perdona” ed io voglio questo Dio.

Cosa si può fare per sostenere il vostro lavoro?

Noi siamo molto poveri, non abbiamo né finanziamenti nè sponsor, però tutti i proventi del libro vanno ai progetti Sicomoro.

Quello che sarebbe utile è che le vittime che hanno desiderio di guarire le ferite del danno subito, ci contattino. Abbiamo visto che l’incontro tra vittime e detenuti  crea benefici per entrambi.

Adesso stiamo per entrare nel carcere di Modena, dove c’è un braccio di detenuti che si sono macchiati di femminicidio.  Ci sono molti islamici, ben 15 di loro hanno accettato di partecipare al progetto.

L’incontro tra le vittime e i detenuti presuppone un lavoro difficile e faticoso, ma genera tante grazie. Nel libro c’è la lettera di una delle vittime, una ragazza di 23 anni che all’inizio era molto spaventata e scettica. Apostrofava i detenuti accusandoli di essere dei vigliacchi. Dopo questa esperienza ha però inviato una lettera in cui ha scritto: “Carissimi. Mi siete mancati. Questa è stata l’esperienza più grande della mia vita”.

Noi aiutiamo le persone accompagnandole con le preghiere, e assistiamo a cambiamenti miracolosi.  Ci sono due detenuti che hanno partecipato al progetto Sicomoro.  Le famiglie di questi due detenuti sono rivali in maniera feroce da decenni, Si tratta di due famiglie di clan rivali della stessa città. Già essere riusciti farli incontrare è stata un miracolo.  Il direttore del carcere mi ha detto che le due famiglie si stanno riconciliando, così siamo diventati strumenti di pace.

All’inizio avevamo difficoltà a farci accedere alle carceri, adesso ci cercano, perchè hanno capito la potenza del progetto. Sono almeno dieci le carceri che hanno chiesto il nostro intervento.

Appena dentro al carcere facciamo una presentazione ai detenuti spiegando il progetto. Quelli che decidono di partecipare vengono selezionati. In base al tipo di crimine noi cerchiamo le vittime. Quelle che vengono in carcere, buttano in faccia ai detenuti il loro dolore. Questa esperienza fa prendere coscienza e consapevolezza ai detenuti che non possono fare a meno di capire la sofferenza che hanno procurato. Questo li spinge  a cercare di riparare il danno. Si tratta di incontri a forte carica emotiva che toccano il cuore anche di noi che organizziamo l’incontro. A quel punto si inizia una relazione con pentimenti e perdono. I risultati sono incredibili, con il recupero di vite macchiate dal crimine e vittime liberate dalla sofferenza.

La crescita del progetto è tale che abbiamo organizzato dei corsi per preparare i volontari. Chiunque, anche non cattolico, può partecipare al corso di formazione, e lavorare nel progetto. Abbiamo dei siti chiunque voglia aiutare se partecipa al corsop fine maggio a Loreto primo di giugno chiunque voglia partecipare ci scriva.