"Trasformare l'egoismo in dono e la vendetta in perdono"

Il Papa riceve il Corpo diplomatico presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno e, ricordando le tragedie nel mondo, avverte che la chiusura porta distruzione, mentre è necessaria una "cultura dell'incontro"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 449 hits

Dall’Africa al Medio Oriente, fino all'Asia ed all’Europa. Abbraccia ogni angolo del mondo il discorso di Papa Francesco al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, incontrato oggi nella Sala Regia per i tradizionali auguri di inizio anno. Con gli ambasciatori, il Pontefice apre il suo “cuore di pastore, attento alle gioie e ai dolori dell’umanità”, rinnovando il costante invito alla pace, alla fraternità e al rispetto dei diritti umani, a partire da quella “cultura dell’incontro” divenuta ormai un marchio del suo pontificato.

Il Santo Padre ripercorre l’anno appena concluso “denso” di avvenimenti per la vita della Chiesa e di relazioni diplomatiche prolifiche con i paesi dei cinque continenti. Si collega poi al tema del suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, la fraternità come fondamento e via per la pace, per ribadire che essa  “si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia". Proprio la famiglia “per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore” e, con quel “lessico di pace” che Benedetto XVI riconosceva come sua prerogativa principale, contribuisce ad una maturazione “dello spirito di servizio e di condivisione”. Il presepe dimostra tutto questo: in esso, osserva il Papa, “vediamo la Santa Famiglia non sola e isolata dal mondo, ma attorniata dai pastori e dai magi, cioè una comunità aperta, nella quale c’è spazio per tutti, poveri e ricchi, vicini e lontani”.

“Purtroppo, spesso ciò non accade”, evidenzia Francesco, anzi “aumenta il numero delle famiglie divise e lacerate” a causa di “condizioni difficili” e della mancanza degli stessi mezzi di sussistenza. Sono necessarie pertanto “politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia”. A rimetterci sono soprattutto due categorie: gli anziani “considerati un peso”, e i giovani che “non vedono davanti a sé prospettive certe per la loro vita”. Queste, invece, sono per il Santo Padte “la speranza dell’umanità”. È saggio perciò “non emarginare gli anziani dalla vita sociale per mantenere viva la memoria di un popolo”, afferma. Parimenti, “è bene investire sui giovani, con iniziative adeguate che li aiutino a trovare lavoro e a fondare un focolare domestico”.

Come dimenticare, parlando dei giovani, l’entusiasmo e il calore della GMG del luglio scorso a Rio de Janeiro: “Quanti ragazzi contenti ho potuto incontrare! –ricorda Francesco - Quanta speranza e attesa nei loro occhi e nelle loro preghiere! Quanta sete di vita e desiderio di aprirsi agli altri! La chiusura e l’isolamento creano sempre un’atmosfera asfittica e pesante, che prima o poi finisce per intristire e soffocare”.

Lo confermano “le immagini di distruzione e di morte” che hanno scandito il 2013: fotogrammi di “dolore” e “disperazione” che hanno preso “il volto dell’invidia, dell’egoismo, della rivalità, della sete di potere e di denaro!”. Laddove, però, sembrava che tali realtà prendessero il sopravvento, è giunto il Natale, che – dice Papa Francesco – “infonde in noi cristiani la certezza che l’ultima e definitiva parola appartiene al Principe della Pace”, il quale “trasforma l’egoismo in dono di sé e la vendetta in perdono”.

È con questa fiducia che bisogna guardare all’anno appena avviato, insiste Bergoglio, tracciando una mappa di tutti i territori feriti dai mali appena denunciati. La Siria anzitutto. Il Papa ricorda la giornata di digiuno e preghiera indetta lo scorso settembre per “scongiurare l’aggravarsi della violenze”, e auspica “una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto” che prenda le mosse magari dalla prossima Conferenza Ginevra 2 del 22 gennaio. “Non si può accettare che venga colpita la popolazione civile inerme, soprattutto i bambini”, esclama il Pontefice, esortando “a favorire e garantire, in ogni modo possibile, la necessaria e urgente assistenza di gran parte della popolazione”, e ringraziando “l’encomiabile sforzo” di Paesi come Libano e Giordania per l’accoglienza ai numerosi profughi siriani.

Con lo sguardo fisso al Medio Oriente, il Vescovo di Roma esprime inoltre la sua preoccupazione per “le tensioni che in diversi modi colpiscono la Regione”. In particolare, il cuore del Papa palpita per le “difficoltà politiche in Libano”; per l’Egitto “bisognoso di una ritrovata concordia sociale”, per l’Iraq “che stenta a giungere all’auspicata pace e stabilità”. Sono però di consolazione “i significativi progressi” nel dialogo tra Iran e ‘Gruppo 5+1’ sulla questione nucleare. Un grande incoraggiamento va anche ai negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi: “Faccio voti – afferma Bergoglio - affinché le Parti siano determinate ad assumere, con il sostegno della Comunità internazionale, decisioni coraggiose per trovare una soluzione giusta e duratura ad un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria e urgente”.

Ad angosciare il Santo Padre è inoltre l’esodo dei cristiani da Medio Oriente e Nord Africa: “Essi desiderano continuare a far parte dell’insieme sociale, politico e culturale dei Paesi che hanno contribuito ad edificare – osserva - e ambiscono concorrere al bene comune delle società nelle quali vogliono essere pienamente inseriti, quali artefici di pace e di riconciliazione”. In altre parti dell’Africa, prosegue, “i cristiani sono chiamati a dare testimonianza dell’amore e della misericordia di Dio”. E in vaste aree della Nigeria o della Repubblica Centro africana “continua ad essere versato tanto sangue innocente” e la popolazione “soffre” per i semi di distruzione sparsi nel paese. Il Papa ribadisce quindi l’impegno della Chiesa cattolica “per fornire ogni aiuto possibile” e “per ricostruire un clima di riconciliazione e di pace fra tutte le componenti della società”.

L’attenzione della Santa Sede non si concentra solo sull’Africa, ma segue anche le vicende dell’Asia, dove – dice il Pontefice – “la Chiesa desidera condividere le gioie e le attese di tutti i popoli che compongono quel vasto e nobile continente”. In particolare, il Papa implora per la Corea “il dono della riconciliazione”, in virtù anche della lunga storia asiatica “di pacifica convivenza tra le sue varie componenti civili, etniche e religiose”. “Occorre incoraggiare tale reciproco rispetto”, insiste Bergoglio, specialmente di fronte ai preoccupanti segnali di indebolimento causati da “crescenti atteggiamenti di chiusura” e “motivazioni religiose”, che “tendono a privare i cristiani delle loro libertà e a mettere a rischio la convivenza civile”.

Nel suo primo discorso ai rappresentanti della Santa Sede nel mondo, il Vescovo di Roma non può fare a meno poi di denunciare il male della fame: “Non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini; se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la cultura dello scarto”. L’aspetto peggiore, osserva il Santo Padre, è che spesso non solo “il cibo o i beni superflui”, ma gli stessi esseri umani sono “oggetto di scarto”, buttati via come "cose non necessarie”. Quindi afferma: “Desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani”

Oltre alla fame, non si può restare immobili mentre in zone come il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi si consumano carestie, violenze e soprusi, che costringono alla fuga moltitudini di rifugiati costretti a vivere in campi “dove non sono più considerate persone ma cifre anonime”. Altri, “con la speranza di una vita migliore, intraprendono viaggi di fortuna, che non di rado terminano tragicamente” rimarca il Successore di Pietro, ricordando la visita a Lampedusa che ha lasciato impresso nella sua mente i terribili ricordi dei naufraghi annegati nel Mediterraneo.

“Purtroppo – rileva - vi è una generale indifferenza davanti a simili tragedie, che è un segnale drammatico della perdita di quel senso della responsabilità fraterna, su cui si basa ogni società civile”. Al popolo italiano – al quale, afferma, “guardo con affetto, anche per le comuni radici che ci legano” – il Papa augura quindi “di rinnovare il proprio encomiabile impegno di solidarietà verso i più deboli e gli indifesi e, con lo sforzo sincero e corale di cittadini e istituzioni, di superare le attuali difficoltà”.

Tra le “ferite alla pace”, Bergoglio elenca infine “l’avido sfruttamento delle risorse ambientali”: “Anche se la natura è a nostra disposizione troppo spesso non la rispettiamo e non la consideriamo come dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future”. Come recita, però, un detto popolare: "Dio perdona sempre, noi perdoniamo a volte, la natura – il creato – non perdona mai quando viene maltrattata!”. Non trascuriamo “gli effetti devastanti di alcune recenti catastrofi naturali”, avverte il Santo Padre. Su tutte: “le numerose vittime e le gravi devastazioni nelle Filippine e in altri Paesi del Sud-Est asiatico provocate dal tifone Haiyan”.

Nelle ultime parole di Francesco, il monito di Paolo VI: “La pace non si riduce ad un’assenza di guerra”, ma “si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”. “È questo lo spirito che anima l’azione della Chiesa ovunque nel mondo – conclude il Pontefice - attraverso i sacerdoti, i missionari, i fedeli laici”, che si prodigano “in molteplici opere di carattere educativo, sanitario ed assistenziale, a servizio dei poveri, dei malati, degli orfani e di chiunque sia bisognoso di aiuto e conforto”.