Tribolati, ma non schiacciati!

Nella prefazione al libro di Rodolfo Casadei l'arcivescovo caldeo di Kirkuk spiega il martirio dei cristiani

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di monsignor Louis Sako

ROMA, sabato, 25 agosto 2012 (ZENIT.org).- Quattro anni fa Rodolfo Casadei portava nelle librerie italiane un libro che aveva un sapore speciale per la sua spontaneità e per la sua lingua diretta e viva.

S'intitolava “Il sangue dell'agnello” (edizioni Guerini e Associati 2008) e raccontava le persecuzioni contro i cristiani nel Vicino Oriente.

Oggi torna a noi con altre storie di cristiani di Iraq, Iran, Libano, Sudan e Uganda, sotto il titolo: “Tribolati, ma non schiacciati” (Lindau 2012).

L'autore che ha viaggiato in tutti questi paesi, ha incontrato la gente del posto e descrive le cose direttamente. Non fa  speculazioni a distanza, ma parla della realtà quotidiana che le comunità vivono.

I cristiani dell'Iraq e di tutta la regione non hanno conosciuto pace lungo tutta la loro storia. Sempre sono stati sottoposti a pressioni, sia prima che dopo l'avvento dell'islam.

E nulla lascia pensare che presto troveranno la pace. I loro paesi esistono sotto forma di instabili mosaici, senza che esista un progetto da parte dei governanti per integrare tutta la popolazione in un'unica cittadinanza con gli stessi diritti.

Gli uomini di potere musulmani sunniti e sciiti hanno come unico punto di riferimento per la loro azione politica la loro religione, e pensano che i cristiani, che lo accettino oppure no, sono cittadini di seconda categoria che dovrebbero lasciare il paese se non sono contenti della tolleranza loro riservata.

Ma questa tolleranza non significa per nulla libertà e uguaglianza. La tolleranza non è la libertà. Tolleranza è termine  peggiorativo. Vuole dire: tu sei sbagliato, ma sopporto che tu esista...

Le nostre Chiese in Oriente  sono  Chiese apostoliche perché sono martiri. La fede infatti non è né una questione ideologica, né un'utopia, quanto piuttosto un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo, che amiamo e al quale doniamo l'intera nostra vita.

Per Lui, bisogna ogni giorno andare un po' più lontano, fino al sacrificio. Tale è l'espressione assoluta della fedeltà a questo amore: oggi più che mai, in Iraq noi siamo consapevoli che credere significa amare e amare significa donarsi. E il titolodel libro esprime questo e si muove nella giusta direzione: Tribolati, ma non schiacciati.

In che cosa speriamo? Nel Vangelo, prima e dopo la Risurrezione, molte volte Gesù rassicura i suoi discepoli dicendo loro: «Non abbiate paura». E quando Gesù ce lo ripete oggi, si fonda sull'amore del Padre per noi e sul suo amore a Lui.

Un amore al quale noi stessi, per parte nostra, possiamo rispondere e che è strettamente legato alla nostra fede. L'amore e la fede sono in realtà una medesima cosa. Vanno a braccetto.

È questo amore senza limiti che dà senso alla vita.

E che le dona al contempo la sua dimensione eterna, perché coloro che amano sanno che il loro amore li supera e rappresenta il vero mistero.

L'amore è il paradigma della vera via per la risurrezione.

Ecco lo nostra speranza.

Noi cristiani d'Iraq, in quanto minoranza perennemente costretta alle difficoltà e al sacrificio, sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati, sequestrati, uccisi. Sappiamo per certo cosa vuol dire sentirsi impotenti!

Ho detto talvolta  che coloro che vogliono vedere l'inferno devono venire in Iraq!

Siamo consapevoli dei rischi, ma la nostra fede ci dona il coraggio di continuare a sperare e amare.

La nostra Chiesa è apostolica non solo perché è stata fondata dagli apostoli, ma perché è martire come lo è stata la Chiesa degli apostoli.

Seguendo l'esempio dei nostri martiri iracheni, che non possiamo certo dimenticare, noi troviamo la forza di perseverare, sperando in un cambiamento dei cuori di tutti gli uomini, là dove germoglia la Grazia divina.

Speriamo vivamente che il sacrificio di 973 cristiani -fra loro un vescovo e cinque preti giovani- e anche di migliaia di musulmani innocenti in Iraq non sarà vano.

Contribuirà un giorno alla comprensione dell'amore, in quanto significato possibile della vita.

Rodolfo Casadei mostra di essere un cristiano credente perché attraverso il racconto di queste storie esemplari invita i cristiani di tutto il mondo a "rinnovare" il loro impegno nel seguire Cristo, misurandolo col martirio sopportato dai cristiani perseguitati, in Iraq e nel resto del mondo.

E a mostrare la solidarietà e il sostegno dei fratelli e delle sorelle cristiani d'Occidente e altrove, che incoraggia questi cristiani che soffrono a restare nella loro terra con le loro Chiese.

È proprio questa unità pur nella distanza con tutti i cristiani che ci aiuta a vivere qui, in pace accanto ai musulmani, per continuare la nostra presenza e la nostra testimonianza di amore e perdono.

Non dovete mai dimenticare che queste Chiese d'Oriente oggi minoranze sono le radici della vostra fede.