"Trovare un linguaggio comune"

Intervista a mons. Marcuzzo sull'incontro del Comitato di collegamento cattolico-ebraico a Madrid

Roma, (Zenit.org) | 279 hits

Mons. G.B. Marcuzzo, Vicario patriarcale per Israele, ha partecipato dal 13 al 17 ottobre 2013 al 22° incontro del Comitato internazionale di collegamento cattolico-ebraico (ILC o IC-JLC) a Madrid. In un’intervista pubblichiamo le risposte di Mons. Marcuzzo alle domande dei giornalisti:

Qual’è la sua valutazione generale dell’incontro?

L’incontro si è svolto in un’atmosfera di cordialità, di apertura di spirito e di profondo ascolto vicendevole. Il dibattito è stato molto elevato e esteso; erano in effetti presenti dei vescovi e dei rabbini, degli esperti e dei responsabili venuti dal mondo intero e con una gamma di esperienze impressionante. Il giudizio globale è sicuramente positivo.

Quali sono precisamente i migliori risultati di questo incontro?

Credo che questi incontri in generale, e questo in particolare aiutino molto a trovare un linguaggio comune, a mettere insieme sia le idee che il lavoro di cooperazione, a realizzare degli obiettivi comuni, in questo caso specifico: la lotta contro le cause della violenza contro le minoranze e gli ‘altri’. Anche per i punti sui quali non siamo d’accordo, siamo spontaneamente portati ad essere attenti alla sensibilità degli altri.

Qual’è il contributo speciale che ha potuto dare a questo incontro?

In quanto Vescovo di Terra Santa, insieme al Padre Custode, ho portato la mia esperienza e ho soprattutto parlato delle sfide che la mia comunità cristiana affronta ogni giorno in Terra Santa dove non si può parlare di persecuzione e di cristianofobia, ma dove non mancano gli abusi, la violenza, l’intolleranza, il vandalismo, la discriminazione, i pregiudizi e la disuguaglianza nei confronti dei cristiani. Ho anche raccontato degli esempi  dalla nostra vita quotidiana.

Naturalmente, ho parlato anche dei punti positivi ed incoraggianti di cui ci rallegriamo nella società in Israele, Palestina, Giordania, tra cui il più importante è la libertà di religione, di culto, di attività, di formazione, di movimento, ed i buoni rapporti che manteniamo ed anche rafforziamo con i musulmani, gli ebrei, i drusi. Un buon passo avanti è stato fatto attraverso delle iniziative private, le istituzioni religiose e le associazioni interreligiose per combattere l’ignoranza reciproca.

Sono sempre più convinto dell’importanza e delle necessità di una formazione solida sulla vera realtà cristiana in Terra Santa e soprattutto sulla necessità di comunicare a livello popolare e dunque all’interno delle mentalità culturali.  Bisogna anche spiegare il fatto che ormai qualcosa di nuovo e molto positivo è stato introdotto nelle relazioni tra religioni e culture in Terra Santa. Purtroppo una grande maggioranza è rimasta bloccata negli antichi pregiudizi. Il dialogo tra cattolici ed ebrei è giustificato, certo, ma se noi vogliamo combattere la persecuzione e la violenza, ho con insistenza ricordato ai delegati il bisogno di lavorare insieme e di invitare i musulmani ad unirsi al nostro dibattito e alla nostra collaborazione.

Su quale punto ha voluto insistere di più e con più convinzione?

Oltre a ciò che ho appena detto, ho sostenuto il bisogno di uno sforzo speciale per invitare incessantemente i partecipanti ad informarsi bene e a ‘distinguere’ bene. Ho infatti notato una grande confusione, una disinformazione ed un’accettazione passiva di alcune certezze stereotipate e false che regnano in molti spiriti  a proposito della Palestina e di Israele, e quindi dei cristiani di questi due paesi. In secondo luogo, ho insistito sulle cause dell’intolleranza e, non potendo parlare di laicità positiva dello Stato, ho incessantemente proposto la ‘piena cittadinanza’ (‘mwatanah’), come rimedio al confessionalismo. Sono stato francamente sorpreso nel vedere che certi non accettano questo termine, altrimenti molto innocente, per paura di mettere in pericolo l’identità tipica del paese. Ho apprezzato alcuni rabbini, come David Rosen che hanno condiviso questa posizione con forza: “proprio per il bene del paese stesso nella sua interezza, per l’armonia sociale e per le esigenze dei valori biblici”.

Il terzo punto sul quale sono spesso ritornato è l’assoluta necessità di migliorare e di cambiare il programma della formazione e dell’educazione nelle scuole, nei  centri di culto e nei mezzi di informazione. In questo campo le autorità politiche e civili ed i leaders religiosi hanno ancora molto da fare. Se in tutte le chiese, le sinagoghe e le moschee del mondo si sentisse costantemente l’esortazione; “amate gli altri!”, la situazione cambierebbe veramente. Se in tutti i manuali scolastici si presentassero anche e soprattutto i punti in comune e la conoscenza positiva dell’altro, molti conflitti potrebbero essere evitati.

La Redazione

(Testo tratto dal sito del Patriarcato latino di Gerusalemme, 17/10/2013)