"Tu non temere, continua a credere e a sperare"

Omelia del card. Tarcisio Bertone alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia di San Tommaso d'Aquino

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CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 2 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo dell'omelia tenuta ieri dal cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, in occasione della Sessione Plenaria della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino.

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«O memoriale mortis Domini,
Panis vivus, vitam praestans homini,
praesta meae menti de te vivere
et te illi semper dulce sapere» (Inno Adoro te devote).

Cari fratelli e sorelle,

nel giorno del Signore, abbiamo la gioia di ritrovarci intorno alla sua mensa. L’Eucaristia è il momento culminante di ogni incontro ecclesiale, anche di questa Sessione Plenaria della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Perciò ho voluto porre all’inizio della nostra meditazione una strofa dell’Inno Adoro te devote. Al centro delle vostre giornate di studio, arricchite dagli interventi degli illustri Relatori e dalle relative discussioni, viviamo in questo momento l’ora dell’incontro, l’ora dell’ascolto e della comunione. La viviamo in questa Cappella Paolina che costituisce un luogo privilegiato del Palazzo Apostolico, un luogo silenzioso in cui è custodito il Santissimo Sacramento. Da qui rivolgiamo il nostro devoto pensiero al Santo Padre Benedetto XVI, il quale mi ha incaricato di trasmettervi il Suo cordiale saluto e di parteciparvi la Sua Benedizione, che impartirò al termine della Celebrazione.

Vorrei pertanto cogliere con voi qualche spunto che ci viene dalla Parola di Dio, e lasciare che sia illuminata in questo modo la tematica da voi già affrontata secondo numerosi punti di vista. Il Vangelo e la prima Lettura propongono il tema di Dio e di Gesù Cristo come sorgente di vita, che ha un potere assoluto sulla morte fisica e sulla malattia. La seconda Lettura ci ricorda invece che la carità di Cristo è la radice e il modello della carità ecclesiale. Entrambi questi aspetti hanno una forte connessione con il Mistero eucaristico.

Il brano del Libro della Sapienza e quello del Vangelo di Marco formano un dittico stupendo, proprio nella loro diversità, nei lori modi opposti e complementari di affrontare la questione cruciale del rapporto tra Dio e la morte. Lo scrittore sapienziale ci offre una delle risposte più limpide e preziose alla domanda di sempre: se Dio ha creato tutto, ed è buono, da dove viene il male? La risposta è netta: «Dio non ha creato la morte» (Sap 1,13), ma questa «per l’invidia del diavolo è entrata nel mondo» (Sap 2,24). Il Vangelo invece ci racconta un avvenimento, anzi due intrecciati tra loro: la risurrezione della figlia di Giairo e la guarigione dell’emorroissa (Mc 5,21-43). Gesù appare quale Signore assoluto capace di risvegliare dalla morte, che per Lui è come un sonno, e di guarire dal male anche solo al contatto con la sua persona, purché – questa è la condizione essenziale – chi lo accosta sia animato dalla fede.

Proprio questa fede, profonda e luminosa, anima Tommaso d’Aquino quando contempla il Santissimo Sacramento, «Panis vivus, vitam praestans homini». Nell’Eucaristia Gesù Signore è presente come fonte di vita; è presente in forma visibile, tangibile sotto le specie del pane e del vino. Le specie sensibili possono essere paragonate alle vesti di Gesù, che la donna del Vangelo vuole toccare: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti – dice –, sarò salvata» (Mc 5,28). Le toccò, e da Gesù uscì una forza che, grazie alla sua fede, la risanò all’istante (cfr Mc 5,29-30). Quante volte noi, specialmente noi sacerdoti, tocchiamo il Corpo eucaristico di Cristo! Con quale fede lo facciamo? Con quale ansia di essere guariti da Lui?

Questa elemento del contatto concreto e personale lo ritroviamo anche subito dopo, nel racconto della risurrezione della figlia di Giairo. Entrato nella stanza dove lei giace defunta, Gesù «prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”. E subito la fanciulla si alzò e camminava» (Mc 5,41-42). Venendo a visitarci nella Comunione eucaristica, Gesù in un certo senso ci prende per mano e ci chiama a risvegliarci dal sonno della morte, a rialzarci dalle nostre cadute, dalle inerzie che rallentano il nostro cammino verso la misura alta della vita cristiana, verso la maturità di Cristo in noi. Anche qui la fede è necessaria perché Gesù possa operare con efficacia; in questo caso la fede del padre della fanciulla, a cui Gesù disse: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36).

Queste parole sembrano riassumere il messaggio del Beato Giovanni Paolo II al cristiano del Duemila: Non temere, soltanto abbi fede!

Sono parole che indicano bene la rotta per quello che sarà l’Anno della fede indetto da Benedetto XVI, evento che, distribuito su un intero anno, farà di noi, se lo vogliamo, “testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto nel mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la “porta della fede” (cfr Benedetto XVI, Lett. Ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011).

Alla luce del racconto evangelico, possiamo intendere l’appello ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, in questo senso: Anche se ti dicono che non c’è più niente da fare, anche se sembra che la morte abbia avuto l’ultima parola, non temere, continua soltanto ad avere fede; anche se i sapienti di questo mondo, riuniti al capezzale dell’umanità, deridono Gesù e lo commiserano per la sua ingenua fiducia in Dio, tu non temere, continua a credere e a sperare. Questo atteggiamento del cuore trova la sua figura emblematica e culminante proprio nella fede in Gesù Eucaristia, cioè nella presenza di Lui vivo in mezzo al suo popolo, nel mistero per cui Egli continua a trasformare l’uomo e il mondo con il suo Sacrificio d’amore e rimane con noi per guidarci nel cammino verso il Regno di Dio.

In questo pellegrinaggio, sostenuto dal «Panis viatorum», la Chiesa è chiamata a seguire Gesù non solo quanto al fine, ma anche quanto ai mezzi e ai modi per giungere al Regno. L’Apostolo lo ricorda ai Corinzi: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Da questa «grazia», che si rinnova in ogni liturgia eucaristica, viene alla comunità cristiana la forza per praticare la condivisione fraterna. Lo ricordava il Beato Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia: «L’Eucaristia, essendo la suprema manifestazione sacramentale della comunione nella Chiesa, esige di essere celebrata in un contesto di integrità dei legami anche esterni di comunione … poiché – e qui citava l’Aquinate – essa “è come la consumazione della vita spirituale e il fine di tutti i Sacramenti”» (n. 38).

«Bone Pastor, Panis vere,
Jesu nostri, miserere!
Tu nos pasce, nos tuere,
Tu nos bona fac videre
In terra viventium» (Inno Lauda Sion).