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Intervista a don Fortunato Di Noto, fondatore dell’Associazione Meter

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ROMA, venerdì, 14 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervista a don Fortunato Di Noto apparsa su PaulusWeb (anno II n. 20 - maggio 2010).




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di Paolo Pegoraro


18 indagati per divulgazione e detenzione di materiale pedopornografico su Internet: è il risultato dell’ultimo bliz della Polizia Postale di Catania, scattato il 6 maggio a concludere un’operazione partita da una segnalazione dell’Associazione Meter. Che oggi gode della massima stima nazionale e internazionale. Ma non è sempre stato così. Converrebbe scorrere all’indietro gli archivi dei quotidiani online per rendersi conto che una decina d’anni fa la parola d’ordine sulla bocca di tanti ministri e onorevoli fosse “non creare allarmi sociali”. Nonostante il palese vuoto normativo. Quando ammettere la diffusione del male non andava giù a nessuno. Don Fortunato Di Noto ci lavora da oltre vent’anni. Ha affrontato subito la marea nera che montava sul web, senza sconti né illusioni. Lo hanno ripetutamente accusato di dare la caccia alle streghe. Ora il Presidente della Repubblica invia annualmente a Meter il proprio Messaggio in occasione della XIV Giornata dei Bambini Vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza. E quest’anno anche papa Benedetto XVI ha voluto esprimere la propria stima e incoraggiamento all’Associazione di Avola (Sr). «Caro Papa, non ti sentire mai solo» hanno risposto i bambini in una lettera commovente rivolta al Santo Padre. Una lettera per la quale Benedetto XVI ha voluto inviare il suo ringraziamento pochi giorni dopo. Don Di Noto ne è chiaramente contento.

Partiamo dallo speciale saluto che il Santo Padre ha rivolto alla vostra Associazione lo scorso 25 aprile...

«Sono più che felice che il Santo Padre abbia voluto concederci un riconoscimento di così alto profilo. Evidentemente il nostro impegno è stato conosciuto e apprezzato, anche perché si tratta di un impegno sereno, equilibrato, silenzioso. Che si preoccupa non solo di tutelare le vittime e di prevenire gli abusi, ma anche d’informare le comunità cristiane in Italia e all’estero, nonché di seguire i rapporti istituzionale con vari governi. Un riconoscimento, quello di papa Benedetto, che ci sprona a fare sempre di più e a fare bene, secondo un criterio di attenzione e di cura adatto alle delicate situazioni di sofferenza dei bambini».

Come cominciarono i primi passi di Meter intorno al 1989. Perché proprio lei – un sacerdote – si sentì chiamato in prima persona a occuparsi delle vittime di abusi?

«Teniamo conto che in quegli anni mancava una normativa adeguata a tutelare in maniera efficace i diritti dell’infanzia. Proprio nel 1989 si era appena visto il barlume della Convenzione del Fanciullo... nulla a che vedere che l’apparato di cui godiamo oggi, però.

Personalmente c’è stata quasi una coincidenza profetica tra quanto stavo vivendo all’inizio del mio sacerdozio e ciò che poi è avvenuto. Da una parte, io sono sempre stato innamorato delle nuove tecnologie e posso dire di essere ormai da vent’anni un missionario della rete. Dall’altra, invece, mi venivano raccontate le storie di questi bambini: nel 1989-’90, anche se nessuno ne era a conoscenza, già circolavano le immagine pedopornografiche online. Questo mi pose automaticamente una questione: intervenire o lasciar perdere? Decisi di operare. Cominciò così un percorso con la mia comunità parrocchiale di Avola – diocesi di Noto – nella quale giunsi nel 1995. Con i giovani della parrocchia – molti dei quali oggi sono professionisti, ma soprattutto papà e mamme – abbiamo cominciato quest’avventura che ci ha portato a essere, dopo tanti anni, una delle realtà più importanti al mondo per la prevenzione degli abusi, il contrasto della pedofilia e la tutela dell’infanzia».

All’inizio non mancarono le incomprensioni, anche in ambito ecclesiale, mentre oggi le giunge questo riconoscimento. Lei, come pastore impegnato nella difesa dei più piccoli, come legge l’attuale crisi degli abusi che sta attraversando la Chiesa?

«Credo che tutto ciò che diventa purificazione sia sempre un bene. È molto importante che la Chiesa, da un punto di vista operativo, stia facendo pulizia di questi sacerdoti che si sono macchiati di così gravi reati. Dal momento in cui si sono macchiati di questi atti, questi preti non possono vivere il loro sacerdozio in pienezza: comprendiamo il perdono, ma anche la devastazione avvenuta su quei bambini, che non a caso vengono chiamiati “sopravvissuti”. La Chiesa – oggi più che mai e grazie anche alle Linee guida volute dall’attuale Pontefice – non tornerà indietro.

Non possiamo tacere. Ricordo che ancora nel 1996 scrissi al Corriere della Sera una lettera, poi pubblicata, dove invitavo a una pastorale ordinaria e limpida della Chiesa in tal senso. Se oggi ci troviamo a essere investiti dallo scandalo di alcuni sacerdoti è anche perché alcuni vescovi hanno irresponsabilmente taciuto... ma questo non lo dico io, lo dicono le dichiarazioni della Chiesa e le ultime dimissioni. Questo ovviamente comporta un dolore da una parte, ma dall’altra un impegno ulteriore. Insieme possiamo sicuramente far sì che la Chiesa sia sempre un luogo accogliente e di protezione, ma soprattutto un luogo di annuncio dell’amore di Dio. E questa è la cosa più importante».

Il tema della 44ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali investe proprio la presenza del sacerdote nella rete, esperienza che lei vive da lungo tempo. Come si è andato regolarizzando il web, in questi anni?

«Partiamo dal fatto che internet è un dono di Dio all’uomo e deve essere utilizzato nel migliore dei modi. È un mezzo che ha cambiato le relazioni e il nostro modo di percepire la realtà, ma proprio perché “mezzo”, chi lo utilizza ha una responsabilità etica... l’uomo non può limitarsi ad “abitare” il web, proprio perché nel web l’uomo testimonia se stesso. E se l’uomo ha una sua identità, coerenza e responsabilità, testimonia ciò è e ciò che ha incontrato: per noi cristiani Gesù Cristo, per tanti altri l’onestà di vivere nella verità e nella giustizia.

Per di più, internet è un processo irreversibile. Evitiamo perciò di pensare a censurarlo o chiuderlo; e tuttavia, proprio perché è un mezzo che veicola l’uomo, non nascondiamoci che ci sono molti uomini che hanno scelto il male e veicolano e amplificano il proprio male. Per questo il web è diventato anche un pericoloso strumento invasivo di cybercrime, di pedofilia online, di adescamento di bambini... Ma chiediamoci anche: perché questo può avvenire? perché un bambino può cadere nella trappola dell’adescamento? Molte volte perché c’è una privazione affettiva nella realtà quotidiana della loro vita.

Internet può diventare uno strumento per la comunicazione del vangelo, ma anche uno strumento di lucro sulle foto o video pedopornografiche di bambini che sono stati violati. Il problema non è il mezzo, ma l’uomo».

L’avvento del web 2.0 e dei social network ha imposto un cambio di prospettiva?

«Tantissimo. Personalmente, sono convinto che il fenomeno dei social network finirà tra cinque anni, dopo questo boom e le utilizzazioni spesso improprie. Questo creare relazioni, o ritrovarle, è interessantissimo, ma siamo onesti: su FaceBook, anche se ho duemila “amici”, mi sento molto più solo che nella vita reale. Su questa piattaforma la comunicazione avviene solo per alcuni aspetti superficiali o molto pratici.

Eppure la mia presenza sui social network può essere di aiuto per chi ne ha bisogno, per chi cerca di superare un dolore o attraversa una fatica. L’uomo ha necessità di relazione. E la vita virtuale deve vivere di vita reale. Non dimentichiamolo, altrimenti rischiamo di diventare non persone, ma avatar... cioè illusioni di uomini reali».

A questo proposito – secondo i dati da voi forniti nel volume L’innocenza tradita (Città Nuova 2006) – l’età del cyberpedofilo si aggira tra i 21 e i 30 anni... ovvero l’età in cui le energie affettive dovrebbero esplodere nella vita reale. Dati confermati a oggi?

«Sono dati purtroppo riconfermati. Non solo. Come Associazione Meter stiamo studiando le modificazioni di profilo del cyberpedofilo, perché l’età si sta abbassando ulteriormente. Tanto che abbiamo oramai minori che abusano di altri minori. Vediamo quincenni e sedicenni che fanno di tutto, abusando di bambini anche molto più piccoli. Questo dimostra come la banalizzazione – della relazione affettiva e sessuale da una parte, e dall’altra del corpo come strumento di comunicazione dell’amore pervertito in strumento di soddisfacimento immediato – stia creando molti e seri problemi.

Assistiamo inoltre al crescere di un altro filone drammatico, quello dell’infantofilia, dove le vittime hanno tra gli 0 ai 2 anni al massimo. Il profilo del cyberpedofilo, dunque, si modifica alla luce della produzione e della fruzione del materiale che viene prodotto e poi messo in rete. Questo è il grande dramma sotto gli occhi di tutti, al quale dovremmo reagire non solo commuovendoci, ma in maniera ben più forte e ben più intensa».

È stato scritto che l’altra faccia del problema della pedofilia è un Occidente affetto da pedofobia: incapace cioè di rispettare i più piccoli, impaurito dall’innocenza, preoccupato di sessualizzare quanto prima i propri giovani.

«È vero, oggi viviamo in una società adultocentrica. Tutto è a misura dell’adulto e i bambini sono adultizzati in mille maniere. Faccio un esempio banale: alle trasmissioni televisive abbiamo bambini che cantano secondo estensioni vocali non sono adatte allo sviluppo delle loro corde.

Questo succede perché tutto ciò che riguarda l’infanzia, nel mondo occidentale, è misurato secondo le regole della produzione: il bambino è diventato merce e produce merce. Produce benessere. Basti dire come la pedopornografia fa un giro di affari di 13 miliardi di euro l’anno: quale migliore dimostrazione di bambini trasformati in oggetti di consumo!».

Cos’ha da dire a questa società la religione del Dio che si è fatto Bambino?

«Dobbiamo tornare a guardare a questo Bambino per il nostro operare e agire bene. Forse è maturo il momento per fare un patto educativo comune, per creare non steccati ma collaborazione fattiva, affinché ognuno apporti ciò che è bene per domani.

In fondo, ciò che abbiamo fra le mani è il futuro: i bambini crescono e attraverso l’educazione formiamo gli uomini e le donne di domani, che promuoveranno e faranno il bene.

Rendiamoci conto che il digital divide non riguarda solo internet, e nemmeno la povertà materiale, quanto invece la povertà affettiva che nutre le deviazioni e le assurde speculazioni che avvengono sulla pelle degli esseri umani. Molto già si fa – e molto fa la Chiesa cattolica attraverso l’aspetto educativo e di formazione – ma, insieme, bisogna fare di più».