Tutti peccatori bisognosi del perdono di Dio. Anche il Papa che si confessa ogni 15 giorni...

Nell'Udienza generale, Francesco ricorda che la Chiesa è serva del ministero della misericordia e invita i sacerdoti a non "maltrattare" i fedeli in confessione. Prega poi per le vittime dell'alluvione in Sardegna

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 815 hits

Sacerdoti, vescovi o addirittura Papi, una cosa accomuna tutti: essere peccatori bisognosi del perdono di Dio che si può sperimentare solo nel Sacramento della Riconciliazione. Francesco nell’Udienza generale di oggi torna a ribadire uno dei suoi concetti più cari: l’infinita misericordia di Dio che non si stanca mai di offrirci quel perdono che, come cristiani, necessitiamo costantemente. Anche il Papa, il Capo della Chiesa universale, ha bisogno di ricevere questo abbraccio riconciliante di Dio. Infatti – ammette Francesco – “anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché il Papa anche è un peccatore!”.

All'Udienza di oggi sono quasi 50 mila i fedeli presenti in San Pietro, incuranti del tempo che minaccia un diluvio, ma che invece si riduce a qualche leggera goccia di pioggia. Il Papa compie il suo solito giro in jeep, acclamato e fotografato come una superstar dai pellegrini che lo rincorrono tra i settori della piazza. L'immagine più significativa? Oggi è più di una. Francesco che scende dalla vettura per andare ad abbracciare un'anziana in carrozzella. I gesti di tenerezza verso i bambini piccoli o gli infermi presenti (tra questi molti malati di fibrosi cistica). Il bacio ad un uomo dal volto tumefatto, la cui malattia gli ha lasciato una conca vuota al posto di naso, zigomi e mascella. O, infine, il fotogramma del Santo Padre che giunto sul sagrato, sotto la pioggierella, si volta e trova davanti a sè una immensa distesa di ombrelli colorati. 

Nella catechesi, il Santo Padre riprende poi il filone di mercoledì scorso sulla remissione dei peccati riferita al Battesimo. Oggi però vi aggiunge un altro tema: il “potere delle chiavi”, simbolo biblico della missione che Gesù diede agli Apostoli. “Anzitutto dobbiamo ricordare che il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo” sottolinea Bergoglio, rammentando che Cristo Risorto, nel cenacolo, soffiò sugli Apostoli e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». “Gesù, trasfigurato nel suo corpo – commenta il Papa - ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione: la pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione”, ma soprattutto lo Spirito Santo “che di tutto questo è la sorgente”.

Il soffio di Gesù, prosegue il Santo Padre, trasmette “la vita nuova rigenerata dal perdono”. Il Messia, però, compie prima un altro gesto: “Mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato”. Mostra cioè quelle “ferite” che “rappresentano il prezzo della nostra salvezza”. È “passando attraverso” le piaghe di Cristo che lo Spirito Santo porta il perdono di Dio, dice il Papa. E da lì, questo potere passa agli Apostoli.

Per questo, rimarca il Pontefice, si dice che la Chiesa sia “depositaria del potere delle chiavi”. Depositaria e non “padrona”, precisa Francesco, nel senso che la Chiesa “è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino”. In questo modo, aggiunge, “Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria”. La Chiesa, quindi, “che è santa e insieme bisognosa di penitenza”, “accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita”.

Non tutti, però, capiscono oggi questa “dimensione ecclesiale del perdono” - osserva il Successore di Pietro - perché accecati dall’“individualismo” e dal “soggettivismo” che contagia gli stessi cristiani. È vero: il perdono di Dio ad ogni peccatore pentito avviene in una dimensione intima e personale, “ma il cristiano – precisa il Santo Padre - è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa”. Dunque per i cristiani c’è “un dono in più” che allo stesso tempo è “un impegno in più”, passare cioè “umilmente attraverso il ministero ecclesiale”.

In tal senso, il sacerdote diventa “strumento per il perdono dei peccati”. Il prete confessore che, come tutti, “è un uomo che ha bisogno di misericordia”, diventa realmente uno “strumento di misericordia” che ci dona “l’amore senza limiti di Dio Padre”. È dunque priva di fondamenta la teoria di coloro che evitano il Sacramento della Riconciliazione perché si confessano “direttamente con Dio”. “Dio ti ascolta sempre” dice il Pontefice, ma è lì nel confessionale che “manda un fratello a portarti il perdono a nome della Chiesa”. Per questo anche il Papa ha bisogno di confessarsi frequentemente. Il confessore – “confessa” Bergoglio – “sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono”.

D’altro canto, il sacerdote si trova a dover perdonare i peccati, a svolgere cioè un “servizio” come “ministro da parte di Dio”. Un compito estremamente “delicato” - osserva il Papa - che “esige che il suo cuore sia in pace, che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori”. Soprattutto, prosegue, egli deve essere “consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse”. Se dunque un sacerdote non ha “questa disposizione di spirito” – dice il Papa – “è meglio che finché non si corregga, non amministri questo Sacramento”. Perché “i fedeli penitenti hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio”.

Al termine della catechesi, il Papa saluta i pellegrini nelle diverse lingue. Tra questi, i fedeli di Urbisaglia e di Termoli-Larino, venuti numerosi (circa 3.100 questi ultimi) in occasione dell’Anno della Fede. Come pure i rappresentanti dei Focolari, i partecipanti alla Conferenza Intermediterranea dei Frati Minori Conventuali e la Confederazione Imprenditori e Commercianti di Catanzaro. Rivolge poi un particolare saluto alle famiglie Bergoglio di Cortiglione Robella e di Casale Monferrato.

In questo mese di novembre, esorta poi il Pontefice, “non dimentichiamo i defunti, i nostri cari, i benefattori e tutti coloro che ci hanno preceduto nella fede”. La Celebrazione eucaristica, afferma, “è il miglior aiuto spirituale che noi possiamo rendere alle loro anime, particolarmente a quelle più abbandonate”. Un ultimo speciale pensiero va infine alle vittime dell’alluvione che in questi giorni ha messo in ginocchio la Sardegna. “Preghiamo per loro e per i familiari e siamo solidali con quanti hanno subito dei danni” dice Papa Francesco, e conclude l'Udienza del mercoledì con una preghiera silenziosa per tutti i “fratelli sardi” che vale molto più di mille parole.