Un'analogia antica per parlare della Trinità

La vita trinitaria come danza

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 353 hits

Nel libro L’arte di amare, Fromm osserva che la natura dell’amore vero è paradossale: esso unisce senza dissolvere l’alterità. L’amore è quando due diventano uno, senza cessare di essere due. Hegel anche ha delle intuizioni ricche sulla qualità dialettica dell’amore:

"Amore è distinguere due che però non sono, l’uno per l’altro, semplicemente diversi. La coscienza, la sensazione di questa identità, questo essere al di fuori di me e nell’altro, è appunto l’amore. Io non ho la mia autocoscienza in me, bensì nell’altro; però quest’altro, in quanto è fuori da se stesso, ha la sua autocoscienza soltanto in me, ed entrambi siamo soltanto questa coscienza del proprio essere-al-di-fuori-di-sé e della propria identità. Questo è l’amore, mentre è un discorso vuoto quello che parla di amore senza sapere che questi è la distinzione e il superamento del distinto".

La natura dell’amore che unisce senza dissolvere la distinzione si manifesta in modo privilegiato e assoluto nella Trinità. Le persone divine, infatti, sono unite non per confondersi, ma per contenersi l’una nell’altra. Le ipostasi trinitarie non esistono solo l’una con l’altra, ma l’una nell’altra.

Giovanni Damasceno offre un termine greco che riassume questa visione: perichóresis. La parola è composta da peri (attorno) – pensiamo alla parola perimetro – e choreia (danza) – pensiamo alla parola coreografia o anche coro (chorus). Le due parole insieme significherebbero danzare attorno cantando.

Il concetto di perichóresis (circumincessio) si fonda sulle affermazioni di Gesù: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,10.11); «Il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,38; 17,21). A partire da questi versetti, viene sviluppata una riflessione sulla reciproca inabitazione delle persone trinitarie.

L’immagine che rende meglio il concetto è quella della danza. Pensiamo ad esempio al quadro La danza di Henri Matisse. Nella danza raffigurata vi è una comunione di persone che danzano in cerchio. Il movimento volontario e trascinante della danza le rende uno. La bellezza del balletto si fonda sul loro libero corrispondere al movimento e al ritmo della coreografia. La riuscita del ballo si fonda sul fatto che ognuno si muove facendo spazio all’altro e, contemporaneamente, entrando nello spazio lasciato proprio a lui dall’altro.

Così possiamo pensare per analogia alla Trinità: la vita di Dio non è stasi, ma è estasi, è un dinamismo d’amore, di donazione e di risposta all’amore e nell’amore. È in una parola una danza dell’amore.

Questa danza è rappresentata in un modo incantevole dalla danza di sguardi che vediamo nella celeberrima icona della Trinità di Andrej Rublëv. L’icona, ricchissima di simbologia, offre a chi contempla gli occhi dei tre personaggi un circolo di vita, di sguardi e di riguardo. Il Padre guarda al contempo il Figlio e lo Spirito e i due ricambiano lo sguardo d’amore. Ognuno si ritrova negli occhi dell’altro e offre all’altro lo spazio accogliente del proprio amore. «Ogni persona si immedesima nell’altra, si dona all’altra e fa essere l’altra» (Cantalamessa).

Quest’icona, conosciuta come la philoxenia (amore del forestiero), ovverol’ospitalità di Abramo, è in verità un inno all’ospitalità dello sguardo e del cuore della Trinità. Non a caso, il quarto posto alla mensa è aperto ed è rivolto a chi guarda il quadro, affinché entri nella danza trinitaria di amore, di accoglienza, di sguardi e di donazione.

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Il testo è estratto dal capitolo quinto, dedicato alla Trinità, del libro Un Dio umano edito dalla San Paolo