Un anno fa iniziava la "Quaresima della Chiesa"

In un loro saggio Andrea Gagliarducci e Marco Mancini rievocano i giorni della rinuncia di Benedetto XVI e analizzano le novità del pontificato di papa Francesco

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 509 hits

Quella del 2013 non fu una Quaresima come tutte le altre. Appena due giorni prima del Mercoledì delle Ceneri, esattamente un anno fa, papa Benedetto XVI annunciava la sua rinuncia al magistero petrino, un fatto senza precedenti negli ultimi sei secoli.

Un evento che dapprima seminò sorpresa, angoscia e smarrimento in milioni di cattolici in tutto il mondo e che, in seguito, avrebbe aperto la strada a una serie di cambiamenti nella Chiesa, di cui il successore, papa Francesco, si sarebbe preso carico e di cui è ancora difficile decifrare la portata e le prospettive.

Una retrospettiva di quei giorni eccezionali e sconvolgenti è stata fornita dai giornalisti Andrea Gagliarducci e Marco Mancini, nel loro volume  La Quaresima della Chiesa (Tau Editrice, 2013).

Uno dei coautori, Andrea Gagliarducci (vaticanista per testate come Il Tempo, La Sicilia, Korazym, National Catholic Agency e National Catholic Register e curatore del blog www.mondayvatican.com) ha illustrato a ZENIT il significato della sua opera.

***

Il vostro libro ci fa rivivere a distanza di un anno, i vari passi che hanno segnato una svolta epocale nella storia della Chiesa. Fra 10 o 20 anni cosa ci rimarrà di quegli avvenimenti straordinari, come li racconteremo ai nostri figli, alle nuove generazioni?

Andrea Gagliarducci: Prevedere il futuro è difficile. Di certo rimarrà il racconto di un avvenimento particolare, straordinario. Una scelta che non è stata ancora pienamente compresa, perché effettivamente non è ancora stato pienamente compreso il pontificato di Benedetto XVI. Ricordo le facce sgomente di noi tutti quando abbiamo appreso della rinuncia. Una scelta che contrastava con l’immagine che certa stampa aveva dato di Benedetto XVI, quella di un Papa arretrato, attaccato al passato, staccato dal mondo. Da lì vengono molte delle interpretazioni forzate della sua rinuncia, che ci fanno dimenticare che prima di tutto un Papa è sacerdote e vescovo. Ecco perché io e il collega Marco Mancini abbiamo sentito l’esigenza di far rivivere quei giorni. C’è ovviamente il nostro punto di vista. Ma cerchiamo di farlo scomparire tra i fatti. Perché il rischio, tra dieci-venti anni, è quello di essere presi ancora dall’emotività. E quindi di non comprenderlo fino in fondo. Ecco, tra dieci-venti anni forse potremo avere una nuova prospettiva delle cose. Una prospettiva più distaccata, e quindi più lucida.

Qual è, dunque, il vostro punto di vista su questo storico evento?

Andrea Gagliarducci: Come spiegavo, cerchiamo di andare oltre i pettegolezzi. In fondo, noi non sappiamo cosa alberga nella mente di un Papa, non possiamo minimamente immaginare quali siano le sue preoccupazioni. Tendiamo ad andare oltre le prime interpretazioni, quelle di un Papa che rinuncia per lo scandalo. Prima di tutto, Benedetto XVI ha interrogato la sua coscienza. Si è chiesto se davvero ce l’avrebbe fatta a continuare. Poi si è probabilmente chiesto se lasciava la casa in ordine, e ha chiuso le ultime pratiche. Non ha voluto rinunciare quando il processo di Vatileaks doveva essere chiuso. Certo, ci sono delle cose rimaste aperte. Ma quelle fanno parte della storia, niente si chiude mai definitivamente, il percorso della Chiesa va avanti. Quando ha sentito di aver compiuto il suo compito, ha pensato di assolverne un altro. Quello di uomo che resta nel recinto di Pietro, resta con la Chiesa. A noi sembra che le spiegazioni umane siano sempre le migliori.

Un aspetto su cui vi soffermate parecchio è la continuità tra i due pontificati: una tesi, la vostra, niente affatto scontata. Anzi, secondo molti commentatori, al contrario, gli elementi di rottura sono prevalenti...

Andrea Gagliarducci: Il problema è definire se la rottura si delinea attraverso l’emotività o attraverso la dottrina. Ecco, se parliamo di approccio con le persone, di risposta della gente, persino di carattere… quello potrebbe essere considerato una rottura. Come alcuni considerano una rottura le omelie del mattino alla Domus Sanctae Marthae, o il fatto che il Papa viva lì e non nel Palazzo Apostolico. Ma questo in fondo fa parte di una scelta e di una sensibilità di un Papa che per primo ha cercato di spiegare che vivere a Sanctae Marthae non era un attacco allo sfarzo del palazzo, era un motivo più personale. Papa Francesco vuole dare segnali di pastoralità, e per questo in qualche modo sconvolge la normale vita quotidiana del Vaticano. Ma il punto è: ha cambiato qualcosa della dottrina? Basta andare a guardare ciò che dice continuamente sul diavolo, sulla Chiesa gerarchica, sulla dottrina per comprendere che lui ha preso l’eredità non di Benedetto XVI, ma di un depositum fidei che non intende cambiare. Ha solo dato a questo depositum fidei un approccio basato sulla misericordia. Ma in fondo era un approccio portato avanti anche dal predecessore, il quale più volte aveva chiesto alla Chiesa di non chiudersi nei moralismi e nei precetti.

Svariate pagine le dedicate al delicatissimo processo di riforma della Curia Romana da parte di papa Francesco: a tuo avviso il nuovo pontefice sta riuscendo nel suo intento? Quali ostacoli sta affrontando o dovrà affrontare?

Andrea Gagliarducci: Se il Papa stia riuscendo nel suo intento, lo definirà solo la storia. Al momento siamo in una fase di studio, che è una fase che dura da molti anni. La riforma della Curia va fatta, ma è anche vero che la Pastor Bonus (la costituzione pastorale che regola le funzioni della Curia) non è stata applicata in tutte le sue parti. Il rischio che deve affrontare il Papa è quello cosiddetto di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Si parla di una riforma generale, di una costituzione pastorale completamente nuova, ma più probabilmente per ora si procederà a degli accorpamenti dei dicasteri, come tra l’altro aveva fatto Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato. Di fatto, la più grande difficoltà per papa Francesco è trovare un equilibrio tra l’istituzione e l’innovazione dell’istituzione. Le riforme più importanti (la riforma finanziaria in primis) sono state portate avanti da persone della Curia e spesso, quando sono state affidate ad esperti esterni, hanno mancato di cogliere il centro dei problemi della Santa Sede. Questa capacità degli uomini della Curia non va persa, ma va valorizzata. Ed è questo il compito più arduo del Papa, a mio modesto avviso.

Avete scelto come titolo La Quaresima della Chiesa. Questa Quaresima è ancora in corso? Che tipo di Pasqua vivrà (o forse sta già vivendo) la Chiesa?

Andrea Gagliarducci: Io e il collega Marco Mancini abbiamo deciso di chiamare il libro La Quaresima della Chiesa perché in fondo gli eventi avvengono in Quaresima. Benedetto XVI annuncia la rinuncia due giorni prima del Mercoledì delle Ceneri, e tutti gli eventi che portano alla sede vacante, e poi quelli della sede vacante, avvengono in periodo di Quaresima. Tempo di penitenza, certo. Ma anche tempo di purificazione e rinnovamento. La Chiesa vive la sua Pasqua ogni volta che celebra l’Eucarestia con fede viva. Forse siamo in Quaresima come Chiesa da troppo tempo, siamo troppo presi dalle ondate di secolarizzazione… ma il popolo di Dio è vivo. La Pasqua non dipende dalle riforme strutturali, né da chi è il Papa. La Pasqua dipende proprio dalla fede in Gesù. Solo attraverso Gesù si raggiunge il rinnovamento.