Un augurio per il nuovo anno

Le "opere belle" delle beatitudini

Roma, (Zenit.org) Anna Rotundo | 873 hits

«Mentre Gesù si trovava in Betania, in casa di Simone e il lebbroso, gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!". Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei"» (Mt, 26-6-13).

E’ a partire da una meditazione del cardinale Carlo Maria Martini su quest’episodio evangelico che vogliamo riflettere sul rapporto fra bellezza e povertà (nel senso dato al termine dalle beatitudini), a partire da quell’azione  che è criticata dai discepoli ma che Gesù, sorprendendoci, chiama «opera bella”.

Se il testo italiano fa leggere: «un’azione buona», il testo greco dice : «opera bella», cioè degna, in cui l’umanità si esprime al meglio». È un gesto eminentemente sacerdotale: l'unzione di Gesù come sacerdote, re e profeta, ed è compiuto da una donna! Ella versa sul capo del Maestro ciò che ha di più prezioso: un profumo di nardo, ma molto più ciò che esso rappresenta. Quel vaso infranto infatti racconta di lei, di quel  “cuore puro” di cui parlano le beatitudini, che si è spezzato per la sovrabbondanza dell'amore.

E questo sono  le beatitudini: non meri aggettivi, ma, piuttosto, atteggiamenti vissuti: “opera bella” è l’essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l’essere di cuore semplice (i puri di cuore), operatori di pace. E una lettura attenta noterà come non a caso sia stata collocata al primo posto  nel Discorso della Montagna proprio la beatitudine relativa alla povertà: le altre beatitudini non sono infatti che la  sua riformulazione, e non nell’aldilà, ma nel qui e ora della storia. La forma verbale usata dall'evangelista, “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” ha infatti valore di presente atemporale (non limitato all' istante in cui la beatitudine viene proclamata), e segnala il momento in cui Dio comincia ad esercitare la sua regalità su quanti scelgono di essere poveri: ogni interpretazione di rassicurante consolazione futura  è fuori luogo perché Dio, dice Maria nel Magnificat, già “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”: Già Dio, qui e ora, ha compiuto un’opera “bella”.

E i poveri? Che dire dei poveri? Nell’episodio di Betania - osserva Martini - i discepoli sono fuori strada e in realtà non si preoccupano dei poveri! Se ne preoccupa il «vero discepolo» che è la donna, perché essi oppongono erroneamente il servizio reso ai poveri all’adesione personale a Gesù  quasi si dovesse scegliere tra le due opere.

La domanda che più si è ripercossa nella storia della esegesi è sul significato dell’affermazione: «I poveri li avete sempre con voi». Forse Gesù dice che non c’è nulla da fare di fronte alla povertà?

O piuttosto Giuda, che prende per sé ciò che è di altri, rappresenta il modo di vivere del “mondo”, che, accaparrando, crea la povertà, e col pretesto della beneficenza utilizza i poveri per il proprio profitto?

La Chiesa di Gesù non è “per” i poveri: è essa stessa una comunità di poveri che si amano e, attraverso la condivisione, superano la condizione di oppressione.

Povertà allora come rivoluzionaria spiritualità: già Edward Schillebeeckx aveva indicato nelle beatitudini evangeliche, riassunte nel comportamento di fondo della povertà (anawah), il segreto della spiritualità della Chiesa sull’esempio di Maria. Ella compie le “opere belle”: dice il suo “sì” all’Angelo, va a trovare la cugina Elisabetta che la proclama “beata”, e tutto compie scavalcando le strutture patriarcali del suo tempo che imponevano ad una donna di fare cose come queste solo dopo aver chiesto il permesso al marito: in questo senso, Martini nota che se la donna di Betania avesse chiesto consiglio ai discepoli, questi le avrebbero detto che era inutile versare quell’olio, che non ce n’era bisogno! Ma Gesù ci sorprende con quella rivoluzionaria ricompensa:  “In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei"». Sì, perché  «Questa donna ha fatto quello che ha potuto» (cfr. Mc 14,8). Ci richiama così l’obolo della vedova che, pur avendo fatto niente dal punto di vista dell’efficienza, ha però fatto tutto perché ha espresso se stessa. E le donne del mattino della Resurrezione, che, incuranti di come avrebbero smosso la potente pietra che chiudeva il sepolcro, corrono dall’Amato. E quando Gesù dice: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14), non reagisce alla sorveglianza dei discepoli che volevano impedire alle donne di presentare i loro figli al Maestro, dando ragione alle donne piuttosto che agli uomini, a quelle donne  che cercavano per i loro figli la beatitudine dell’Amore? A somiglianza dell’amore di una madre per il figlio, per essere cristiani non basta “dare” ma bisogna “darsi”.

E chi è invece il cattivo discepolo? Colui che non capisce questi valori, che li critica, che va alla ricerca di gesti clamorosi, dalle risonanze grandiose.

Gesù difende e loda la donna di Betania, così come difende Maria dalle insinuazioni di Marta che accusa la sorella di perdere tempo ascoltando la Parola, ribadendo un’altra beatitudine «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11,27-28).

Allora,” i poveri li avremo sempre con noi”, non soltanto nel senso che saranno della nostra famiglia, della nostra realtà, ma anche e soprattutto perché noi, con Gesù crocifisso e risorto, avremo scelto questo tipo di vita.

* Bibliografia: «Il dono dell’amore»a cura di Cristina Uguccioni, edizioni Paoline.