Un centro per la vita nel "teatro della morte" dei gulag staliniani

A Magadan un'iniziativa pro-life con il sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre

Roma, (Zenit.org) | 203 hits

Ogni anno in Russia centinaia di migliaia di bambini non vengono alla luce. A fronte di 10 nascite si registrano 13 gravidanze interrotte. Durante il periodo sovietico l’aborto costituiva un metodo di controllo delle nascite e la pratica è purtroppo ancora molta diffusa. Nel 2011 i bambini non nati sono stati quasi un milione. È quanto racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre padre Michael Shields religioso appartenente ai Piccoli Fratelli di Gesù e parroco della Chiesa della Natività di Gesù a Magadan, piccola cittadina portuale dell’estremo nord est russo.

Quando nel 1994 ha lasciato l’Alaska per trasferirsi in Russia padre Michael era già a conoscenza dell’alto numero di vite spezzate, «ma solo qui ho compreso la reale entità di questa tragedia». Quasi ogni donna con più di trent’anni aveva già abortito. Alcune perfino dieci o quindici volte. Per il religioso la mancanza di rispetto per la vita umana è frutto della drammatica storia della città che è nata come centro amministrativo dei campi di prigionia staliniani, in cui dal 1932 al 1954 hanno perso la vita circa due milioni di persone. «Il nome Magadan in Russia significa morte».

A poco a poco padre Michael è riuscito a convincere le donne a condividere il dolore e il senso di colpa per aver rinunciato al proprio bambino. Poi è nato il Rachel’s Vineyard (Il vigneto di Rachele) dove si organizzano annualmente ritiri spirituali. A volte le donne accendono dei ceri per i loro «figli non nati», sotto all’icona della Madonna del Perpetuo Soccorso. «Un giorno ne sono entrate cinque e hanno acceso ben 47 candele».

Al tempo stesso la parrocchia – sostenuta da ACS - offre sostegno morale, spirituale ed economico a tutte le ragazze che non vogliono perdere loro figlio. La Chiesa cerca di rispondere concretamente alle esigenze delle donne distribuendo vestiti, cibo, medicine. In molte ricorrono all’aborto per problemi economici. «Tante di loro non hanno letteralmente un tetto sopra la testa. Qui avere un bambino può significare perdere tutto». Ogni mese si rivolgono a padre Michael almeno 15 ragazze che ricevono assistenza fino ad un massimo di tre anni. «Abbiamo salvato ben 65 bambini che non sarebbero mai nati – dice ad ACS - ci siamo presi cura di tanti piccoli con problemi di salute e abbiamo aiutato molte mamme a costruirsi una vita. Il nostro programma è grandioso e me ne accorgo guardando questi bambini che giocano e ridono.  Li amo tantissimo».

La parrocchia ha anche un piccolo appartamento in cui ospita per brevi periodi le partorienti e le neo-mamme. E molti dei medici della zona, che conoscono il religioso americano e la sua opera, forniscono loro cure gratuite. Padre Michael convince le gestanti a sottoporsi ad un’ecografia il prima possibile. «Vedere quel piccolo puntino in bianco e nero e sentire il battito del suo cuore crea un fortissimo legame e suscita un immediato istinto materno. E un semplice gesto come quello di acquistare dei vestitini può far comprendere che quella che sta crescendo è già vita». Una volta al mese le ragazze con i loro bambini s’incontrano con alcune parrocchiane, condividono i problemi e le paure e si scambiano completini e consigli. «Le nostre volontarie, i nostri angeli, sono divenute delle mamme per tante di queste giovani. Molte di loro non hanno mai avuto una figura materna a fianco, indispensabile per imparare ad essere madri».

Grazie all’impegno della Chiesa Magadan si sta trasformando da teatro di morte in luogo pieno di vita. «Credo che sia perché è aumentato il numero dei fedeli. Più persone credono in Dio, più grande è l’amore per la vita. Perché il Signore è vita».