Un cristiano può credere in altre forme di vita

Parla il Direttore dell'Osservatorio astronomico vaticano

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CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 maggio 2008 (ZENIT.org).- Il fatto di essere cristiani non è in contrasto con l'ammettere altre forme di vita, ha affermato l'astronomo e sacerdote José Gabriel Funes, Direttore della Specola Vaticana.

Il gesuita argentino, di 45 anni, ha affrontato il tema in un'intervista rilasciata a “L'Osservatore Romano” in cui sostiene che potrebbero esistere altri esseri viventi oltre a quelli conosciuti “perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio”.

“Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come 'fratello' e 'sorella', perché non potremmo parlare anche di un 'fratello extraterrestre'? Farebbe parte comunque della creazione”.

Il sacerdote ha quindi proposto di prendere in prestito l'immagine evangelica della pecora smarrita.

“Il pastore – ha spiegato – lascia le novantanove nell'ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore”.

“Se anche esistessero altri esseri intelligenti – ha infatti osservato –, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell'amicizia piena con il loro Creatore”.

In caso contrario, ha aggiunto, “sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini”.

Secondo il sacerdote, “l'astronomia ha un valore profondamente umano”: “apre il cuore e la mente”, “ci aiuta a collocare nella giusta prospettiva la nostra vita, le nostre speranze, i nostri problemi”.

In questo senso, commenta, “è anche un grande strumento apostolico che può avvicinare a Dio”.

Quanto all'origine dell'universo, padre Funes ha affermato di ritenere la teoria del big bang la più attendibile dal punto di vista scientifico, pur continuando a credere “che Dio sia il creatore dell'universo e che noi non siamo il prodotto della casualità ma i figli di un padre buono, il quale ha per noi un progetto d'amore”.

“La Bibbia fondamentalmente non è un libro di scienza”, commenta. “È una lettera d'amore che Dio ha scritto al suo popolo, in un linguaggio che risale a duemila o tremila anni fa. All'epoca, ovviamente, era del tutto estraneo un concetto come quello del big bang. Dunque, non si può chiedere alla Bibbia una risposta scientifica”.

La fede e la scienza, ha proseguito il gesuita, “non sono inconciliabili”, ed è quindi “necessario” un dialogo con gli uomini di scienza.

“Lo diceva Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto Benedetto XVI: fede e ragione sono le due ali con cui si eleva lo spirito umano – constata –. Non c'è contraddizione tra quello che noi sappiamo attraverso la fede e quello che apprendiamo attraverso la scienza. Ci possono essere tensioni o conflitti, ma non dobbiamo averne paura. La Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte”.

L'ostacolo maggiore nel rapporto tra scienza e fede, ammette, è “l'ignoranza”.

“Da una parte, gli scienziati dovrebbero imparare a leggere correttamente la Bibbia e a comprendere le verità della nostra fede. Dall'altra, i teologi e gli uomini di Chiesa dovrebbero aggiornarsi sui progressi della scienza, per riuscire a dare risposte efficaci alle questioni che essa pone continuamente”.

“Purtroppo anche nelle scuole e nelle parrocchie manca un percorso che aiuti a integrare fede e scienza. I cattolici spesso rimangono fermi alle conoscenze apprese al tempo del catechismo. Credo che questa sia una vera e propria sfida dal punto di vista pastorale”.

In questa situazione, la Specola ha il compito di “spiegare agli astronomi la Chiesa e alla Chiesa l'astronomia”.

“Siamo come un ponte, un piccolo ponte, tra il mondo della scienza e la Chiesa. Lungo questo ponte c'è chi va in una direzione e chi va in un'altra”.

“Credo che la Specola abbia questa missione – ha concluso –: essere sulla frontiera tra il mondo della scienza e il mondo della fede, per dare testimonianza che è possibile credere in Dio ed essere buoni scienziati”.