Un demografo italiano parla di un timore “sopravvalutato” di “esplosione demografica”

E afferma che i tassi di fertilità sono calati anche senza le campagne di controllo delle nascite

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ROMA, mercoledì, 15 settembre 2004 (ZENIT.org).- Giancarlo Blangiardo, docente di Demografia all’Università di Milano Bicocca, in questa intervista fa un bilancio di cosa è cambiato dal punto di vista demografico in questi ultimi dieci anni e afferma che la tendenza che si nota è “un calo drastico dei tassi di fecondità”, persino nei paesi in via di sviluppo o in quelli dove non si hanno campagne di controllo delle nascite.



Il professor Blangiardo, in qualità di esperto, nel 1994 è stato membro della delegazione del governo italiano alla Conferenza Internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo.

Professor Blangiardo, da un punto di vista demografico, che cosa è cambiato rispetto a 10 anni fa?

Prof. G. Blangiardo: Anzitutto c’è stato un calo drastico dei tassi di fecondità, addirittura troppo rapidi, e non solo in Occidente ma anche – e questo è più preoccupante – nei Paesi in via di sviluppo. Con relativo, rapido, invecchiamento della popolazione.

E mi sembra di poter dire che ciò non è accaduto a causa delle campagne di controllo delle nascite, anche perché cali molto consistenti si sono registrati anche – vedi l’Iran – dove la penetrazione delle agenzie ONU è stata molto relativa. Ciò ci porta a dire anche che, da un punto di vista prettamente scientifico, il timore di una esplosione demografica era dieci anni fa fortemente sopravvalutato.

Lei dice che le campagne di controllo delle nascite alla fine hanno avuto un ruolo secondario nei cali di fertilità. Qual è allora la causa di questa tendenza?

Prof. G. Blangiardo: Difficile dirlo, certamente si è verificato un generale cambiamento della mentalità a cui possono aver contribuito diversi fattori legati al processo di globalizzazione, che ha portato certi stili di vita, modelli nuovi in ogni angolo del mondo: attraverso Internet, la radio, le telenovelas e così via.

Ma oggi quali sono i veri problemi demografici da affrontare?

Prof. G. Blangiardo: Il primo lo abbiamo già accennato, è l’invecchiamento della popolazione, che da problema europeo-giapponese è diventata una questione che investe anche i Paesi in via di sviluppo. Basti pensare alla Cina o all’Iran. E non è ancora sufficientemente chiaro cosa potrà accadere. Quando sottolineo i Paesi in via di sviluppo è perché affrontare una situazione del genere in condizioni da Terzo mondo, ad esempio senza neanche un abbozzo di “welfare”, può portare in alcune aree a situazioni drammatiche.

Ma ci sono almeno altri due focus demografici molto importanti: la diffusione dell’Aids, con relativa alta mortalità, soprattutto in Africa e in Asia. Ciò sta portando a una grave alterazione degli equilibri demografici, soprattutto in singoli Paesi, ad esempio nell’Africa subsahariana. Inoltre bisognerebbe ragionare meno in termini globali e soffermarsi di più sugli equilibri delle popolazioni locali.

Perché possiamo dire che nel suo complesso il sistema tiene, ma poi le situazioni sono diverse da regione a regione e da Paese a Paese. Insomma se io vedo una parola d’ordine nel 2004 questa è “federalismo demografico”.

A leggere invece l’ultimo Rapporto dell’UNFPA (Fondo ONU per la Popolazione) pare che la parola d’ordine continui ad essere “meno figli”. Addirittura si continua a sostenere che una minore popolazione dia maggiori possibilità di sviluppo.

Prof. G. Blangiardo: Devo dire che mi ero illuso di vedere lanciato un vero invito alla lotta contro la povertà. Invece è il solito ritornello, si continua a considerare la fecondità “la madre di tutti i mali”. C’è in queste agenzie ONU l’incapacità a vedere la risorsa umana in positivo. Così si punta a eliminare il capitale umano invece di valorizzarlo.

Ma questo non porta allo sviluppo: se un Paese non coltiva il suo capitale umano è destinato a morire. Anche se il numero non fa potenza, è incontrovertibile che un Paese per essere grande deve avere anche una potenzialità demografica.