Un dilemma morale per un'economia libera

Nel suo ultimo libro Padre Robert Sirico, co-fondatore dell'Acton Institute analizza le opportunità del libero mercato

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di Ann Schneible

ROMA, venerdì, 30 novembre 2012 (ZENIT.org) – In un tempo in cui la crisi economica globale spinge gli esperti a ripensare le proprie teorie economiche, non manca chi prende posizione per il libero mercato. Defending the Free Market: The Moral Case for a Free Economy, libro a cura di padre Robert Sirico, sostiene la teoria secondo la quale un’economia di libero mercato è capace di venire incontro ai bisogni materiali della società, promuovendo al tempo stesso la giustizia e l’etica.

L’Istituto Acton per lo Studio della Religione e della libertà, di cui padre Sirico è co-fondatore, è un’iniziativa dedicata allo studio dell’economia di libero mercato, alla luce della fede religiosa e delle obiettive verità morali.

Nel corso di un incontro con la stampa, presso la sede romana dell’Istituto Acton, padre Sirico ha spiegato a Zenit l’obiettivo del suo volume Defending the Free Market e come il modello della libera economia di mercato può essere positivamente compreso da un punto di vista cattolico.

Quali sono i principali punti che intende comunicare con questo libro?

Padre Sirico: Tra i miei obiettivi c’è quello di mettere in chiaro nella mente dei lettori la differenza tra il capitalismo clientelare e il libero mercato. Per parecchia gente ciò è incomprensibile. Non sanno dov’è la differenza. I dimostranti di Occupy Wall Street, in vari modi riflettono questa confusione. Se gli “occupanti” comprendessero che l’avidità dei banchieri e la loro capacità di ottenere denaro ingiustamente dipendono dalle politiche del governo, piuttosto che dalla natura del mercato stesso – specialmente nel caso della crisi immobiliare – non andrebbero a protestare a Wall Street; protesterebbero a Capitol Hill (sede del Congresso USA, NdT).

L’altra sfida è aiutare gli uomini d’affari e i leader religiosi a comprendere che c’è molto più di una potenziale connessione tra il funzionamento del mercato e il funzionamento della Chiesa.

Io dico, e mi sembra di averlo ripetuto molte volte, che nella difesa del libero mercato, non affermo che il libero mercato è l’unico sistema morale possibile, né un sistema avallato ufficialmente dal Magistero della Chiesa. La Chiesa non si occupa di economia. Essa può riflettere sulle politiche ma in primo luogo si preoccupa dei principi. Quindi dobbiamo misurare fino a che punto questi principi sono stati applicati in ogni programma politico.

In questo libro vorrei anche sottolineare il pericolo della violazione del principio di sussidiarietà, il pericolo di aspettarsi troppo dallo stato, che lo stato sia troppo invadente, troppo presente nelle nostre vite, in particolare nelle istituzioni che noi, Cristiani e Cattolici, abbiamo creato per poter proclamare il Vangelo. Credo che vi sia un pericolo reale. E penso che oggi abbiamo visto questo pericolo in ciò che è successo alle nostre organizzazioni di assistenza che sono state forzate a fornire servizi che, per ragioni etiche, non potremmo elargire, attraverso il mandato dell’Health and Human Service.

In risposta ai Cristiani e ai Cattolici che sono esitanti sull’idea di una libera economia di mercato, come possiamo dimostrare che ci sono elementi per un libero mercato – o un capitalismo – compatibili con la dottrina sociale della Chiesa?

Padre Sirico: Ci sono molti elementi che possono determinare questa connessione. Ritorno alla questione antropologica perché è la più efficace. Credo sia stato Chesterton a dire che il Cattolicesimo è la religione della materia, riferendosi alla natura incarnata della Chiesa. Abbiamo incenso, campane, candele, paramenti e oggetti di questo tipo. In altre parole – in un contesto non-liturgico – il mondo materiale è buono. Lo vediamo anche nel libro della Genesi. E Dio ci colloca nel mondo materiale e ci chiede di perseguire la santità in quel contesto.

Nel momento in cui ci colloca nel mondo materiale, ci mette in un contesto di limitazioni e di scarsità. Ciò dà vita all’economia – che significa che dobbiamo trovare un modo di agire in accordo con la nostra natura, che sia etico, appropriato ed effettivo – per fare uso della natura per la gloria di Dio. È un po’ come un architetto che studia geometria, usando la precisione geometrica e determinate tecniche per costruire la facciata di una cattedrale, per poi rendere grazie a Dio. Quindi, in un contesto diverso, è grazie all’imprenditore, che scopre l’uso di qualcosa o la combinazione di varie cose, e le rappresenta ed organizza, creando un network e una campagna di marketing per costruire un affare, che quel prodotto architettonico finisce per sostenere molte famiglie che vi partecipano e molti consumatori, nel senso che loro comprano un bene o un servizio ad una qualità migliore e ad un prezzo più basso di quello che pagherebbero altrove, dando con ciò alla propria famiglia più soldi da usare a propria discrezione; tutte queste cose possono, ugualmente, essere considerate un modo per rendere gloria a Dio. E questa è impresa, è business. Non mi piace la parola “capitalismo” perché la ritengo una definizione restrittiva. Mi piace parlare di “libera economia” o di “libero mercato”.

Nel suo libro, lei menziona vari aneddoti ed esperienze personali: qualcosa di atipico per un libro di economia. Cosa l’ha spinta ad approcciare il tema del libero mercato in questa maniera?

Padre Sirico: Due cose erano importanti per me: in primo luogo essere comprensibile, e non c’è nulla di più difficile che scrivere un testo di economia comprensibile. Inoltre, venendo da un’esperienza di omelista, so che un modo per essere comprensibile è raccontare parabole – non soltanto storie o aneddoti – ma cose che hanno un valore integrale, in grado di rendere emblematico il concetto più astratto che stai cercando di esprimere.

In secondo luogo: il modo in cui possiamo comprendere il mondo, è comprendere noi stessi. Deve esserci un approccio antropologico. Mi desta molto interesse un saggio economico dal titolo Azione umana di Ludwig von Mises. Non è un testo cristiano ma in quel libro vi sono molti spunti che possiamo applicare, conferendovi una dimensione cristiana. Eppure io penso che raccontare storie della mia vita possa enfatizzare l’approccio antropologico che io assumo nella questione economica

[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]