Un'energia nucleare per la vita e non per la morte

L'intervento di mons. Dominique Mamberti a Vienna durante la 56° sessione della Conferenza generale dell'Aiea, Agenzia internazionale per l'energia atomica

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di Salvatore Cernuzio

ROMA, giovedì, 20 settembre 2012 (ZENIT.org) – Un’energia nucleare che non porti alla distruzione, ma che favorisca la pace, la salute e la prosperità. Sembra quasi un paradosso, eppure è un obiettivo possibile da realizzare.

È questo il cuore del forte messaggio dell’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, intervenuto nei giorni scorsi alla 56° sessione della Conferenza generale dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che si svolge dal 17 settembre a Vienna.

“Le armi nucleari hanno la capacità distruttiva di porre una minaccia alla sopravvivenza dell’umanità e fintanto che esse continueranno ad esistere, la minaccia all’umanità perdurerà” ha detto. Bisogna, perciò, “considerare le politiche nucleari dalla prospettiva dello sviluppo integrale della persona umana”, che implica “non solo lo sviluppo materiale, ma soprattutto lo sviluppo culturale e morale di ogni persona e di tutti i popoli”.

Mons. Mamberti ha quindi ricordato le parole di Benedetto XVI nella Caritas in veritate: “In un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione «il rischio è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano»”.

Tale rischio “diviene ancor più marcato se si considera anche il cosiddetto "rinascimento nucleare" a livello mondiale e le sue numerose sfide” ha aggiunto l’arcivescovo. Sfide che riguardano “il legame tra disarmo e non proliferazione nucleari, la crescita nella domanda di energia, le minacce poste dal terrorismo e dal mercato nero nucleare”.

Questi ostacoli, ha chiarito il rappresentante vaticano, potranno essere affrontati attraverso "l'attuazione trasparente e responsabile del disarmo nucleare e della non proliferazione nucleare", che rappresenta "uno degli strumenti principali non solo per combattere il terrorismo nucleare, ma anche per realizzare una cultura della vita e della pace, capace di promuovere lo sviluppo integrale dei popoli”.

In questa prospettiva, “non si può più considerare moralmente sufficiente ridurre le scorte di armi nucleari superflue mentre si modernizzano gli arsenali nucleari e si investono ampie somme di denaro per assicurare la loro produzione futura e il loro mantenimento” ha sottolineato.

L’unica vera soluzione è “l’eliminazione sistematica delle armi nucleari”; un obiettivo, anzi un dovere verso cui “la comunità internazionale dovrebbe mostrare un’espressione di intenti efficace, volta a costruire e a rafforzare le basi legali internazionali”.

Emerge, in tal contesto, la posizione della Santa Sede - ha dichiarato Mamberti – che vede il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT) “come la pietra angolare del regime globale di non proliferazione nucleare”.

La Santa Sede continuerà, infatti, “ad offrire il proprio contributo per la preparazione di un terreno fertile” per la IX Conferenza di Esame del NPT, prevista nel 2015, in modo da “produrre risultati consistenti ed incoraggianti per il rafforzamento dello stesso Trattato”.

“La sicurezza globale non può basarsi sulle armi nucleari” ha poi dichiarato il Segretario per i Rapporti con gli Stati. Partendo da questo fondamentale assunto, “la Santa Sede è convinta – ha affermato il presule - che, lavorando insieme, la firma, la ratifica e l’entrata in vigore del Trattato rappresenteranno un significativo contributo per il futuro dell’umanità, così come per la protezione della terra e dell’ambiente affidati alla nostra cura dal Creatore”.

C’è, poi, un’altra questione importante da considerare: la sicurezza nucleare. “Ciò che è emerso agli impianti nucleari di Fukushima-Daiichi ha rapidamente rivelato che una crisi locale nucleare è di fatto un problema globale” ha ribadito Mamberti, dopo essersi congratulato con l’AIEA per l’attuazione del suo Piano di Azione, di cui la Santa Sede “ha seguito da vicino i progressi”. 

La sicurezza energetica necessita, pertanto, di “tecniche appropriate e misure di prevenzione” per la protezione dei siti e la difesa di un terrorismo nucleare dagli effetti devastanti. Ancora di più ha bisogno, però, della crescita di una "cultura della sicurezza" che riattivi un “senso di responsabilità” negli Stati e nella coscienza di ogni persona.

Un’ultima riflessione, infine, sugli effetti positivi dell’energia nucleare. A riguardo, l’arcivescovo ha dichiarato che la Santa Sede partecipa quest’anno al Forum scientifico dedicato al tema "Cibo per il futuro: fronteggiare le sfide attraverso le applicazioni nucleari". Un tema – ha osservato - che “sottolinea il pressante bisogno di combattere la fame e la malnutrizione di tanti membri della famiglia umana”.

“Ovviamente, la Santa Sede non ha soluzioni tecniche da offrire” ha precisato; allo stesso tempo “è dell’opinione che le biotecnologie e le tecnologie nucleari non possono essere valutate unicamente sulla base di interessi economici immediati. Devono essere sottomesse prima di tutto a rigorosi esami scientifici ed etici, al fine di prevenire che esse diventino pericolose per la salute umana e per il futuro del nostro pianeta”.

Menzionando, infine, “il ruolo particolare dei radionuclidi nella diagnosi e nel trattamento di malattie maligne” mons. Mamberti ha spiegato che “la terapia radioattiva è uno dei trattamenti fondamentali del cancro” e che “più del 50% dei pazienti potrebbero beneficiare da questo tipo di terapia sia se applicata da sola sia congiuntamente alla chirurgia e alla chemioterapia”.

Tuttavia, la triste constatazione è che “nei Paesi in via di sviluppo più della metà dei pazienti che soffrono di cancro non hanno accesso alla radioterapia a causa della carenza di attrezzature appropriate e di personale sufficientemente addestrato con esperienza nella fisica clinica e medica”.

L’incoraggiamento della Santa Sede – ha concluso il presule – è che l’AIEA e i suoi partners continuino a perseguire e rafforzare il loro lavoro e i loro sforzi e “nella pianificazione e nella diffusione di programmi di controllo di tale malattia”.