Un gesto che svela l'essenziale

Nell'avvicinarsi del 1° anniversario della rinuncia, la recensione del volume di Gilfredo Marengo, "Benedetto XVI, Il Vaticano II e la rinuncia al Pontificato" (Cittadella, Assisi 2013)

Roma, (Zenit.org) Roberto Damiano Battaglia | 423 hits

L’allora card. Joseph Ratzinger, nel contesto di un vivace confronto con un teologo valdese circa i contenuti della Communionis notio (Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, 1992), non ebbe timore nell’affermare la possibilità di una diversa modalità nell’esercizio del Primato del Successore di Pietro, ponendo in evidenza l’urgenza di una «essenzializzazione» circa la testimonianza del Dio vivente da parte dei cristiani (Protestantesimo 48, 1993, 128).

Esattamente vent’anni dopo, è stato il gesto riformatore compiuto da Benedetto XVI a porre davanti agli occhi di ogni credente e del mondo intero il Mistero della Chiesa nella sua essenzialità, con la rinuncia al ministero petrino.

La Chiesa, ha sottolineato lo stesso Benedetto XVI, salutando i Cardinali nell’ultimo giorno del pontificato con le parole di Romano Guardini, «non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo» (Saluto ai Cardinali presenti a Roma, 28.02,13).

Nessuno di noi dimenticherà mai il momento in cui ha saputo della rinuncia del Vescovo di Roma: tutti, in quell’istante, siamo stati posti davanti all’essenziale, sfidati dalla libertà di un uomo totalmente definito dal suo “Sì” a Cristo, certo – «una certezza che nulla può offuscare» –  «che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce» (Udienza generale del 27.02.13).

Chi avrebbe immaginato che la celebrazione dell’Anno della Fede, indetto dallo stesso Benedetto XVI a cinquant’anni dall’inizio del Vaticano II, sarebbe culminata, come di fatto è accaduto, con la sua rinuncia al ministero petrino?

Il prof. Marengo, nell’opera qui recensita, offre una lettura teologica della scelta compiuta dal Papa, riconoscendo in essa un «atto di singolare recezione del Concilio»: secondo l’autore il gesto di Benedetto XVI non si può comprendere se non nella prospettiva della novità conciliare, e, soprattutto, esso stesso apre «la strada ad un cammino originale», per «rinnovare la memoria viva di quell’evento (il Vaticano II, n.d.a.) in forme originali e feconde per la Chiesa del nostro tempo» (p. 9). Nell’intento di proporre e difendere questa tesi, l’autore offre un’utile contributo in vista di una riflessione sul Vaticano II che superi una contrapposizione schematica tra continuità e discontinuità (p. 6), invitando ad una lettura attenta di tutte le affermazioni magisteriali di Benedetto XVI circa l’ermeneutica del Concilio, dal Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 fino agli ultimi interventi, pronunciati nei giorni compresi tra l’annuncio della sua rinuncia e il termine del pontificato, nel febbraio 2013.

Lo studio individua innanzitutto, come prima condizione per una «soddisfacente recezione» del Vaticano II, la sintonia col «soggetto che quei testi ha concretamente prodotto e approvato» (p. 26). L’autore invita a considerare adeguatamente la dimensione di evento riferita al Concilio, affermandone tutta la novità senza tuttavia scivolare in una «astratta discontinuità» (p. 8), cogliendo soprattutto le note della pastoralità e dell’aggiornamento, determinanti per «la valutazione della fedeltà del compito affidato al Vaticano II dal suo iniziatore» (p. 38).

Nell’immanenza al flusso vivo della Tradizione – la quale, come ha sottolineato Benedetto XVI, «non si è fermata al 1962» (Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica, 10.03.09) – è possibile riscoprire il Concilio come «una sicura bussola», che orienti la Chiesa nel vivere la sua missione nel tempo presente. Marengo suggerisce la categoria di esperienza in quanto permette di riconoscere al Vaticano II tutta la portata di evento, superando al tempo stesso l’opposizione tra continuità e rottura e tra spirito e lettera, nell’alveo di un’appartenenza ecclesiale che allontani il rischio di una concezione secondo la quale esisterebbe una Chiesa prima del Concilio e una dopo il Concilio, ma che affermi senza esitazione tutta «la forte carica innovativa e rinnovatrice propria del Vaticano II» (p. 43).

L’autore invita al proposito ad una lettura attenta degli interventi magisteriali di Benedetto XVI in occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, nella quale evidenzia come il Papa abbia confermato il giudizio circa la necessità di «un’ermeneutica della continuità e della riforma» in luogo di «un’ermeneutica della discontinuità e della rottura» (Discorso alla Curia Romana del 22.12.05), introducendo al tempo stesso approfondimenti di rilievo. Marengo nota infatti come nei vari pronunciamenti di Benedetto XVI, nella settimana dal 7 al 14 ottobre 2012, sia sovente utilizzato il termine evento riferito al Concilio, inteso come «evento dello Spirito» (p. 70) decisivo per la vita della Chiesa. L’autore sottolinea il fatto che il Papa abbia descritto l’esperienza conciliare come «una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo», poiché Dio, «eterno presente che trascende il tempo», «può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi» (Omelia nell’apertura dell’Anno della fede, 11.10.12). In questo modo Benedetto XVI, individuando la caratteristica fondamentale del Vaticano II nell’intenzione di un rinnovato approccio al mondo contemporaneo, ha ricompreso e riproposto le note di pastoralità e aggiornamento, il cui spessore può essere colto a partire da un intervento non riguardante direttamente il Concilio, il cui contenuto ne offre tuttavia una chiave interpretativa: «la Chiesa non comincia con il “fare” nostro ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché solo Dio stesso può creare la sua Chiesa» (Meditazione nel corso del Sinodo 2012, 08.10.12). Marengo legge in queste parole di Benedetto XVI l’invito a non dimenticare che, in quanto “evento dello Spirito”, la recezione del Concilio non può limitarsi agli aspetti storici, teologici e pastorali, dunque al “fare nostro”, poiché il suo primo artefice è lo Spirito.

Nella direzione di questo primato dell’azione di Dio e della valorizzazione del tempo presente, l’autore colloca la decisione di rinunciare al ministero petrino, un gesto comprensibile nella prospettiva dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. La nozione di communio, che Benedetto XVI ha richiamato nella «piccola chiacchierata» col clero romano sul Concilio Vaticano II (14.02.13), permette infatti di non considerare la realtà della Chiesa secondo «una squilibrata riduzione istituzionale» (p.107), ma di coglierne la natura profonda nella comunione generata e garantita dalla contemporaneità di Cristo.

Per questo il testo di Marengo offre un interessante contributo alla recezione del Vaticano II.  Una comprensione adeguata dell’ecclesiologia conciliare richiede infatti, a mio giudizio, il superamento di ogni forma di “ecclesiocentrismo”.

Circa tale esigenza della riflessione sulla Chiesa si può cogliere un tratto comune nel Magistero degli ultimi tre Papi.

Il Beato Giovanni Paolo II, aveva messo in guardia da un «centrismo della Chiesa» (Discorso a conclusione del Sinodo del 1985, 07.12.85) che tradirebbe il Vaticano II, mentre l’allora card. Ratzinger, riguardo all’ecclesiologia conciliare, ricordava che «una Chiesa che esiste solo per se stessa, è superflua. E la gente lo nota subito. La crisi della Chiesa, […] è “crisi di Dio”; essa risulta dall’abbandono dell’essenziale» (Conferenza sulla Lumen gentium, 27.02.00). La fondamentale insistenza di Francesco circa il pericolo «di una Chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto» (Omelia di Pentecoste, 19.05.13), ricordando che «se noi andiamo avanti con l’organizzazione, con altre cose, con belle cose, ma senza Gesù, non andiamo avanti» (Veglia di Pentecoste, 18.05.13) si unisce al suo costante invito: «la Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire» (Id).

Questo comune richiamo alla natura essenziale dell’esperienza ecclesiale ed alla sua dimensione missionaria, nel presente momento storico, segnato dalla rinuncia di Benedetto XVI e dal dirompente inizio del pontificato di Francesco, traccia la prospettiva di una rinnovata recezione del Concilio in vista, non solo di una diversa modalità dell’esercizio del primato petrino, ma della costante riforma della Chiesa (cfr. Evangelii gaudium, nn. 26.32.41).

Roberto Damiano Battaglia è sacerdote della Diocesi di Rimini dal 1991. Dottore in teologia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia (Pontificia Università Lateranense) è docente incaricato di Teologia fondamentale presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose "Giovanni Paolo II" dell'Arcidiocesi di Pesaro. Ha pubblicato La Chiesa evento di comunione. La riflessione teologica contemporanea sull'ecclesiologia di comunione nella prospettiva aperta dal Sinodo del 2005, Cantagalli, Siena 2013.