"Un gigante della carità"

Dieci anni fa, a Milano moriva il camilliano Fratel Ettore, di cui la Chiesa ha aperto il processo di beatificazione. Il cantante Al Bano lo ricorda

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 465 hits

Nel decennale della morte, un nuovo libro ricorda Fratel Ettore, il religioso camilliano, nato in provincia di Mantova nel 1928 e che ha trascorso gli ultimi trent’anni della sua vita a Milano dedicandosi all’aiuto dei più poveri tra i poveri, lasciando opere assistenziali d’avanguardia, e un indelebile  ricordo personale tra a gente. Il cardinale Martini, che gli era amico, in una commossa lettera in occasione della morte lo ha definito  “un gigante della carità”. Nel febbraio del 2013, la Chiesa ha iniziato il processo per la sua beatificazione.

Il libro, pubblicato delle Edizioni Piemme con il titolo Vieni con me. La vita e la spiritualità di Fratel Ettore, è stato scritto dal giornalista Roberto Allegri. Ed è stato letto anche dal cantante Al Bano, che ci ha rilasciato questa intervista.  

“Libro bellissimo, denso di episodi e informazioni che appassionano. Libro che mi ha commosso e mi ha fatto ricordare tante riflessioni che feci a Milano quando anch’io ero un povero emigrante”.

Al Bano tiene tra le mani una copia del volume di Roberto Allegri. Lo sfoglia, poi punta l'indice sulla foto della copertina che ritrae il famoso religioso camilliano. “Aveva un viso straordinario – dice -. Come quello di Madre Teresa, sembrava scolpito nel legno di un ulivo centenario. E anche la loro fede era solida come un albero secolare”.

“Non ho mai incontrato di persona Fratel Ettore - racconta Al Bano - ma ho sempre seguito con ammirazione la sua infaticabile attività a favore dei poveri più poveri, soprattutto quella da lui svolta a Milano”.

“Fratel Ettore era molto conosciuto anche nell’ambiente dello spettacolo. Mike Bongiorno, portandolo in televisione, nelle sue trasmissioni seguitissime, lo aveva fatto diventare un personaggio popolare. La sua dedizione ai poveri era eroica. E non mi sorpresi quando seppi che Madre Teresa di Calcutta, che invece ho avuto la fortuna di conoscere bene, volle rendergli omaggio andando a visitarlo in uno dei rifugi per i poveri che egli aveva organizzato nei sotterranei della stazione centrale di Milano”.

A dieci anni dalla scomparsa, la figura di fratel Ettore non smette di attirare l'attenzione su temi sempre più scottanti e attuali: la povertà, la solitudine, la disperazione dei più deboli, degli emarginati e degli abbandonati. A Milano, Fratel Ettore continua ad essere una leggenda. La sua attività eroica a favore dei senza tetto era ammirata da tutti. Oltre a Madre Teresa, anche Don Giussani, l’Abbè Pierre di Parigi vollero andare a trovarlo nel rifugio di Milano. Il cardinale Carlo Maria Martini, quando era arcivescovo di Milano, andava spesso, di sera, in quel rifugio a servire la cena ai poveri.  Sabato 14 giugno, Fratel Ettore sarà commemorato ufficialmente dalle autorità della città lombarda, proprio alla Stazione centrale, dove Fratel Ettore aveva iniziato la sua opera.

Il libro di Roberto Allegri ricostruisce in 270 pagine la vita straordinaria di Fratel Ettore attraverso le testimonianze di persone che lo hanno conosciuto bene. Suoi collaboratori, suoi confratelli, ma anche personalità di spicco della “Milano bene” che lo hanno aiutato e sostenuto. Testimonianze preziose, alcune assolutamente inedite, che tracciano di questo “santo della carità del nostro tempo” un profilo indimenticabile, e svelano anche grandi gesti di carità compiuti da persone famose, considerate indifferenti alla religione ma che lui aveva avvicinato a Dio.

“Purtroppo, esiste ancora oggi una sorta di feroce discriminazione verso gli emarginati, le persone che sono considerate ‘nessuno’ - dice Al Bano -. Nel 1961, a diciotto anni, andai a Milano a cercare fortuna. Lasciavo, nel Sud, un paese povero, dove tutti facevano i contadini, dove la vita era dura ma dove non esisteva la miseria. Tutti erano poveri e tutti ci aiutavamo a vicenda ad andare avanti. Nella grande città, invece, feci conoscenza con un'altra realtà: gente ricchissima e, all'opposto, disperati senza neppure una valigia dove mettere le loro poche cose.

“Ricordo che in piazza Risorgimento c'era sempre un vecchietto che viveva su una panchina. Era un senzatetto, il primo che avessi mai visto. Mi impressionò moltissimo, al punto che scrissi su di lui una canzone, intitolata Piazza Risorgimento.

“Stava sempre sulla panchina, sotto un albero. Aveva la barba rossa e il naso a patata. Non possedeva nulla e non aveva nessuno che si occupasse di lui. Quell'uomo mi sconcertava. Mi faceva sentire in colpa. Era come se mi sentissi in qualche modo responsabile della sua vita ai margini. Mi domandavo: come è possibile che la ricca Milano dimentichi in questo modo delle persone? Era il segnale che qualcosa nel sistema non funzionava. Alcuni anni più tardi, a Milano arrivò Fratel Ettore. Era, allora, un religioso camilliano sconosciuto, ma che in poco tempo fece molto parlare di sé. Viaggiava portando sempre una grande statua della Madonna di Fatima e si dedicava alle persone abbandonate della grande metropoli giorno e notte. Tutti a Milano gli volevano bene, tutti gli erano amici e lui era amico di tutti. Ogni volta che sento parlare di lui mi viene in mente quel povero misterioso di Piazza Risorgimento”.

“Nella mia vita ho viaggiato moltissimo, in tutto il mondo - dice ancora Al Bano -. Ho incontrato poveri di ogni tipo e tutti mi facevano tornare con il pensiero a quel vecchietto dalla barba rossa e a Fratel Ettore. Mi ricordo di un elegante quartiere di New York. Di giorno, opulenza e benessere. Ma come calava il sole, arrivavano diversi "barboni" e si mettevano a dormire per terra, sulla strada, su sacchi sdruciti. Mi ricordo anche dei senzatetto di New Orleans. A centinaia e moltissimi giovani. Avevano gli abiti strappati, avevano dei topi sulle spalle. Camminavano con dei bastoni e mi facevano pensare ai pellegrini che nel Medioevo andavano a Santiago de Compostela. E anche a quelle spiagge dove il mare, durante la notte, getta i relitti”.

“Ho cantato spesso il mondo dei poveri. Mi colpivano, cercavo di capire. Con le mie canzoni invocavo per loro rispetto. Fratel Ettore e Madre Teresa con il loro amore mi hanno insegnato a non guardare alle apparenze. Anche i barboni vestiti di stracci sono figli di Dio, come tutti gli esseri umani. Anzi, come si legge nel Vangelo, loro sono “i figli prediletti di Dio”. Solo Gesù è riuscito a dare speranza ai poveri. Lungo il corso dei secoli ci hanno provato tante altre ideologie, che alla fine sono miseramente fallite. Ma ciò che è scritto nel Vangelo ancora resiste e sfida il mondo”.

“Durante i miei primi anni a Milano, quando anch’io vivevo da povero emigrante, scrissi una canzone dal titolo Umiltà, in cui raccontavo come la speranza della Risurrezione fosse l'unica rivalsa finale per chi non ha nulla. E anche di come lo stare in ginocchio, umili tra gli umili, facesse diventare grandi dentro, nell’animo. Proprio come grande è stato Fratel Ettore che davanti ai poveri si è sempre inginocchiato con la certezza di trovarsi al cospetto di un mistero più profondo di quanto tutti noi possiamo immaginare”.