Un governo mondiale per un'economia dal volto umano

Prelati ed economisti dibattono alla Pontificia Università Lateranense

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di Luca Marcolivio

ROMA, venerdì, 18 novembre 2011 (ZENIT.org) – A distanza di due anni dalla pubblicazione, l’enciclica Caritas in Veritate continua ad offrire spunti originali su numerosi temi. Uno di questi è quello relativo al cosiddetto “governo mondiale” di cui si è discusso stamattina alla Pontificia Università Lateranense.

Governance o governo? La Dottrina sociale della Chiesa di fronte alla sfide della globalizzazione e La Civitas nell’insegnamento di Benedetto XVI successivo alla Caritas in Veritate sono stati i temi discussi nel corso della terza sessione del convegno svoltosi tra ieri e oggi, dal titolo Il ruolo delle istituzioni alla luce dei principi di sussidiarietà, di poliarchia e di solidarietà.

La sussidiarietà, come ricordato nell’introduzione da monsignor Dario Viganò, preside dell’Istituto Pastorale "Redemptor Hominis2, è indicata da Benedetto XVI (Caritas in Veritate, n°57) è la strada maestra per un’autorità mondiale “poliarchica”, che abbia a cuore “il bene comune globale” e antidoto ad un “pericoloso potere universale di tipo monocratico”.

La poliarchia è qualcosa di equidistante sia dalla monarchia che dall’anarchia: essa, mai disgiunta dalla solidarietà e dalla sussidiarietà,  implica il confronto purché sempre nel perseguimento della verità, dalla quale non scaturiscono “né integrismo, né fondamentalismi, né tantomeno guerre di religione”. Lo ha spiegato monsignor Sergio Lanza, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e professore di Teologia Pastorale alla Lateranense.

Di seguito monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace si è soffermato sulla riforma del sistema monetario e finanziario internazionale alla luce della giustizia sociale globale. “La crisi stimola la nascita di una nuova era sotto il segno della responsabilità”, ha detto monsignor Toso.

Il presule ha poi fatto riferimento a quel passo della Caritas in Veritate (67) in cui il Papa sottolinea la necessità della creazione di una “vera Autorità politica mondiale”. Essa dovrà essere un organo con un “potere effettivo” e dotato di “forza morale”.

Il concetto di “autorità mondiale” non è quindi in contraddizione con la democrazia, come taluni sostengono, ma è davvero preposto alla realizzazione di una giustizia sociale globale.

La relazione del professor Stefano Zamagni, docente di economia politica all’Università di Bologna ha approfondito il rapporto tra pace e prospettive economiche. “A differenza di quanto sosteneva Hobbes – ha esordito Zamagni – la guerra non è uno stato permanente, quindi la pace è possibile”.

Due luoghi comuni sono ormai smentiti, secondo l’economista bolognese: il primo è quello per cui la pace è un processo spontaneo, determinato semplicemente dalla cessazione dei conflitti; il secondo è quello che sostiene che la globalizzazione e la libera circolazione delle merci favorirebbero automaticamente la pace. Gli attentati dell’11 settembre 2001, in particolare, sono la più clamorosa confutazione del secondo asserto.

Nemmeno il “pacifismo della testimonianza”, secondo Zamagni, è in grado di “agire in profondità sulle cause profonde della guerra, né di individuarne la natura”.

La vera strada è quella del “pacifismo istituzionale” con la creazione di vere “istituzioni di pace”.
Inoltre non sempre la produttività e la povertà hanno un rapporto inversamente proporzionale: la crisi attuale ci dimostra l’esatto contrario, richiamando l’attenzione sull’iniqua distribuzione delle ricchezze.

Altro aspetto analizzato da Zamagni è quello delle “esternalità pecuniarie”, un concetto assai sottovalutato, nonostante ne parlasse già Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni. Altresì denominate poverty trap esse consistono nell’improvviso impoverimento di una parte della popolazione, a fronte del conseguito vantaggio da parte di un gruppo più ristretto.

L’esempio citato dal professor Zamagni, venne menzionato dall’antropologa francese Germaine Tillon che, a metà del secolo scorso, prese atto delle sopravvenute disuguaglianze socio-economiche in un piccolo villaggio dell’Algeria.

“Il giorno che fu costruita una strada asfaltata che conduceva fuori del paese, alcuni coltivatori di grano poterono riconvertire la loro attività nell’allevamento di bovini. Con il risultato che gli altri precipitarono nella miseria, non potendo né acquistare la carne (per loro troppo costosa), né il grano (di cui era terminata la produzione)”.

Una governance mondiale, secondo Zamagni, dovrebbe dare rappresentanza ai corpi intermedi e sdoganare, anche a livello di organizzazioni internazionali, il principio di sussidiarietà. Dovrebbe inoltre garantire una sorta di “consiglio di sicurezza” in materia economica e favorire un vero sviluppo all’interno dei paesi bisognosi, non il conferimento di semplici sussidi. “In parole povere significa dare lavoro alle persone, non l’elemosina”, ha spiegato l’economista.

Il processo di piena responsabilizzazione dell’individuo, infine, dovrebbe indurre le persone a non rendere conto soltanto – come asseriva Max Weber – delle conseguenze delle proprie azioni ma anche delle proprie omissioni.

Il riscatto dell’etica nell’economia è stato sostenuto anche da Claudio Bianchi, professore di Economia Aziendale all’Università La Sapienza, secondo il quale “etica è un sostantivo, non un aggettivo e dovrebbe avere valenza universale ed assoluta, altrimenti diventa vana l’opera di tutte le imprese no-profit e dell’intero terzo settore”.