Un Laboratorio come Officina della parola

Carolina Carriero spiega come "Ho tradotto i pensieri in parole di carta"

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di Antonio Gaspari

ROMA, sabato, 4 febbraio 2012 (ZENIT.org).- C’è a Roma un laboratorio di scrittura promosso dall’istituto di Studi Superiore sulla Donna*. Tra i docenti del laboratorio titolato “Passione della scrittura, Voce dell’anima”, c’è Carolina Carriero insegnate di Filosofia e Storia, docente invitata presso La Pontificia Università Lateranense e presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

Per raccontare e alimentare la passione tra i suoi studenti la Carriero ha curato e pubblicato il volume “Ho tradotto i pensieri in parole di carta” (edito da Aracne), in cui propone una raccolta di poesie e brevi racconti, opere di allieve del laboratorio.

Il libro vuole essere di ispirazione a tutti coloro che hanno voglia di scrivere, per coloro che intendono raccontare la ricerca e la cura dell’anima, del patimento per comunicare le emozioni più profonde e del coraggio di amare anche attraverso la scrittura.

Intervistata da ZENIT la professoressa Carriero ha spiegato “Ho tradotto in parole i miei sognidi carta, frutto di un anno di lavoro intenso, serio e appassionato. Un anno in cui abbiamo condiviso un’esperienza - quella fondamentale dell’espressione di sé - entro un “luogo”, o “Paese della scrittura” come amo definire il Laboratorio”.

Per l’insegnante il laboratorio “non è stato solo un Corso di scrittura, ma una sorta di Bottega d’Arte, un’Officina del libro o della parola, in cuiprendono formaeriprendono vocele parole non dette dell’anima”

Secondo la Carriero l’invito alla scrittura è decisivo per trovare il senso della nostra storia. Per ritradurre e fondare simbolicamente nel linguaggio quanto, inespresso, vive sotterraneo, muto e dunque sofferto tra le pieghe dell’anima”

“Contro la ‘fatticità del mero esistere’, contro la passiva accettazione dell’esistenza come mero dato, - ha commentato - la scrittura inaugura infatti quella ‘seconda nascita’ che, mutuandone l’espressione da Hannah Arendt, inaugura l’affermazione del sé conferendo un senso a quanto vissuto”.

Secondo la Carriero “l’unico dolore insormontabile per l’uomo è quello che resta inespresso, incomunicabile. Fuori dal linguaggio, dalla comunicazione intersoggettiva ma preliminarmente interiore – perché già il pensiero è un dialogo tra sé e se stessi- l’uomo non si auto-comprende e fallisce in libertà e volontà, dunque in azione”.

“Ovvero – ha aggiunto - smarrisce se stesso smarrendo il racconto di sé che, pure, vive tra le righe della propria storia. Tale lavoro ditra-duzioneritorna nel titolo del nostro libro “Hotradotto in parole”, ho cioè dato voce, (ai) “miei sogni di carta” (cioè l’attesa di una ri-scrittura del senso della propria vita)”.

Il titolo del libro è desunto da un verso di Ida Mayol “Se leggendo i miei versi proverai le mie stesse emozioni, dammi pure la mano”. perché – ha precisato la curatrice del libro – “dalle ‘dissonanze d’anima’, inabissandoci tra le pieghe anche amare dei ricordi, si dischiude a noi il mondo e noi per lui”.

Un’esperienza condivisa è dunque un laboratorio, esperienza di un viaggio interiore per accedere al mondo e alla sua abitabilità.

“Non ho voluto scrivere un’introduzione a questo libro, - ha confessato la Carriero - sarebbe stata arbitraria e assurda entro questo nostro spirito di condivisione, ma un saggio in cui anche io, come tutte le partecipanti al laboratorio, ho messo a nudo la mia anima raccontando di me e dell’azione simbolica di inaugurazione del mondo, per me passata per la scrittura”.

Un atto di fondazione che “inabissandoci nel paese dell’anima che in sé mai è muto”. Un paese, in cui “è necessario abbassare lo sguardo e inoltrarsi nella natura per ispirare l’odore acre delle vie spezzate e perderci, perderci davvero, nello spazio di un piccolo borgo che ha l’immensità - l’oltre stellare – dell’anima”.

La Carriero ha concluso affermando che “Nella Bottega del libro, nell’Officina della parola, percorrendo la via che conduce ai segreti taciuti o alle ferite inespresse, in ascolto e risonanza con il sé narrante e narrato abbiamo intessuto un arazzo oltre l’auto-espropriazione linguistica, oltre la lacerante dialettica del dentro/fuori di ogni voce sepolta. Una seconda nascita, una piena riappropriazione di sé, di noi, di voi tutti, questo il mio auspicio. Perché, appunto, sempre la vita precede l’arte”.

* http://www.uprait.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1117%3Alaboratorio-di-scrittura&catid=181%3Aseminari&Itemid=212&lang=it