Un "patto comune" delle religioni per la pace

L'appello della Comunità di Sant'Egidio, con gli interventi di Impagliazzo e Riccardi al convegno di Roma

Roma, (Zenit.org) Redazione | 338 hits

Un “patto comune” delle religioni, delle culture e della diplomazia per sradicare la violenza e costruire la pace nel mondo.

È l’appello su cui si sono ritrovati il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo e Jerry White, diplomatico del Dipartimento di Stato americano, leader riconosciuto della Campagna internazionale contro le mine antiuomo che ha ricevuto il Nobel per la pace del 1997, nel corso del convegno internazionale “Le religioni e la violenza” organizzato da Sant’Egidio, che ha visto la partecipazione di personalità religiose, della politica, della diplomazia di Europa, Asia, Africa e Medio Oriente.

“Per raggiungere l’obiettivo della pace nel mondo post ideologico e globalizzato in cui viviamo – ha rilevato Impagliazzo – la diplomazia tradizione ha bisogno di nuovi strumenti che coinvolgano tutte le dimensioni della vita: la religione in primo luogo, poi la politica, la cultura, la lotta al sottosviluppo. L’intera società civile deve essere impegnata in uno sforzo di superamento di antiche diffidenze quando non di veri e propri conflitti che sono all’origine delle esplosioni di violenza e di terrorismo che hanno insanguinato il mondo all’inizio del terzo millennio”.

Parallela la considerazione di Jerry White: “La diplomazia tradizionale ha scoperto come le religioni possano contribuire alla costruzione di un ‘ecosistema’ di pace iniettando virus di pace in un mondo infetto da “un’epidemia di violenza”: è la “diplomazia indiretta” che il presidente Obama tenta di utilizzare nelle situazioni più delicate.

Al fondo, c’è la considerazione di un altro relatore del convegno, il teologo catalano Armand Puig, preside della facoltà di teologia di Barcellona: “La violenza mai si può giustificare, e perciò ha sempre bisogno di giustificazioni. La pace, invece, non necessita di giustificare se stessa, non deve chiedere permesso per entrare nelle strade della storia” 

Il convegno è partito da una considerazione non ottimista: “Negli ultimi anni la violenza religiosa è aumentata in maniera sconvolgente”, ha detto il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani, e ciò è avvenuto perché “gli appartenenti a tutte le religioni, compresi i cristiani, vale a dire persone o gruppi che pretendono di agire in nome di una religione o del cristianesimo sono stati o sono fautori di violenza”. Dunque la religione insieme vittima e autrice di violenza; eppure “la pace nel mondo non è possibile  senza pace tra le religioni” e senza che le fedi promuovano i loro tratti comuni in tema di diritti umani, libertà religiosa, tolleranza, misericordia e perdono, spezzando “il circolo vizioso della violenza che genera violenza”.

Su queste premesse si è innestato un approccio diversificato. La strage delle Torri Gemelle, all’inizio del XXI secolo, è stata per esempio ricordata dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni come l’immagine di una “violenza colorata di religiosità”, quasi che le religioni “possano essere violente per principio”.

Subito dopo, Abdelfattah Mourou, vicepresidente del movimento Ennahdha, vincitore delle elezioni in Tunisia e artefice della nuova Costituzione che è uno dei frutti più maturi delle primavere arabe, ha invece sostenuto che la violenza, anche quella fra Stati, “ha preceduto la religione” e magari se ne è servita; e dunque è compito delle religioni recuperare la propria autonomia e contribuire alla costruzione della pace alimentando cultura, valori educazione. Allo stesso modo, Muhammad Khalid Masud, membro della Corte suprema del Pakistan, nega che la religione sia “parte della violenza”, anche se riconosce che “possa essere usata per giustificare la violenza”, e quindi debba adoperarsi “per chiarire questa confusione” costruendo una “nuova teologia a sostengo della cooperazione fra Stati in luogo del dominio dell’uno sull’altro”.

Il libanese Samir Frangieh, intellettuale e già deputato al parlamento di Beirut, ha sostenuto che “le religioni, pur nella loro diversità, hanno  una missione comune: far comprendere agli uomini che sono condannati a cooperare insieme per sopravvivere, e che la relazione degli uni con gli altri non è una opzione da scegliere o rifiutare ma una necessità da riconoscere”. Lo scrittore indiano Sudheedra Kulkarni ha insistito sulla combinazione di spiritualità tradizionale e moderna tecnologia per un’educazione alla pace delle giovani generazioni; l’arcivescovo siro-ortodosso di Siria Dionisius Kawak ha lanciato un accorato appello perché si compia “ogni sforzo per fermare la violenza e la lotta e si metta fine al caos, in modo da evitare la sconfitta di tutti i siriani”; e il vescovo anglicano di Jos in Nigeria Benjamin Kwashi, ha portato una testimonianza diretta del ruolo che il dialogo interreligioso, non solo a livello dei vertici delle Chiese ma anche del popolo e delle diverse articolazioni della società, può svolgere per affrontare e risolvere situazioni di drammatica violenza come quella che colpisce il suo paese.

Da parte sua Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha affermato: “Nessuna religione è condannata alla violenza da se stessa. Tutte le religioni sono interpellate dalla violenza, sono tentate da essa, sono talvolta sopraffatte, mentre in altri casi resistono ad essa e guariscono l’umanità dalla sua presa”.

Eppure proprio alla religione la violenza chiede oggi una sorta di legittimazione, perché “la religione, nel tempo globale è quasi l’unico sistema di motivazioni ideali-ideologiche con una portata transnazionale”. Ecco dunque che il rapporto fra religioni e violenza va posto oggi in maniera radicale, perché si è creata “una certa abitudine all’uso della forza che si radica nella cultura”, il che crea “una condizione pericolosa, in cui i religiosi e le religioni debbono assumersi la loro responsabilità”.

Il ripudio della violenza – ha aggiunto Riccardi – non vuol dire però rassegnarsi all’esistente. C’è un’alternativa; e ha citato la mediazione di pace condotta per due anni e mezzo dalla Comunità di Sant’Egidio in Mozambico, che ha posto fine alla guerra nel 1992, e quella in corso in Centrafrica che ha prodotto un “patto repubblicano” nel quale “tutte le parti religiose e politiche sono coinvolte nella ricostruzione di uno spazio di confronto”. C’è un’alternativa di pace anche all’idea che il cambiamento, anche quello radicale, “debba passare attraverso la rivoluzione violenta” rimuovendo l’insegnamento della “Populorum Progressio” nella quale Paolo VI scriveva che la rivoluzione “è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine”. Del resto, con l’eccezione della Romania, “in Polonia e altrove  fu una pressione forte, ma non violenta, assieme a una serie di fattori internazionali, a scardinare il sistema comunista”.

In conclusione, se “nessuna religione è immune dal legame con la violenza”, il cristianesimo europeo della seconda metà del XX secolo ha mostrato la sua “forza di pace”, in modo profetico quando tre anni prima del grande cambiamento dell’ ’89, Giovanni Paolo II lanciò “lo spirito di Assisi”, “quell’incontro tra le religioni non più le une contro le altre, ma le une accanto alle altre, anzi le une che pregano accanto alle altre”.