Un “pellegrino di pace” tra gli errori del passato (Parte I)

Intervista al giornalista Sébastien de Fooz

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Di Isabelle Cousturié

ROMA, lunedì, 14 gennaio 2008 (ZENIT.org).- “La pace non ha prezzo. Se non tentiamo di ottenerla, anche attraverso progetti assoluti, tanto vale rifiutare di credere che essa esista”, sostiene il giornalista belga Sébastien de Fooz.

Dopo aver percorso varie migliaia di chilometri a piedi, in pellegrinaggio, ed essersi recato a Santiago di Compostella, a Roma e a Gerusalemme, Sébastien de Fooz ha ora il progetto di creare una via della pace, una via di apertura e di dialogo che attraversa l’Europa, la Turchia ed il Vicino Oriente per raggiungere la città tre volte santa di Gerusalemme.

Il giornalista spiega che questo progetto “simboleggia la sfida che si è fissata l’Europa dei 27: consolidare i denominatori comuni, creare dei ponti, scommesse culturali al di là delle cicatrici della storia”.

Malgrado la complessità del mondo e delle relazioni fra i popoli, egli crede fermamente nella pace, poiché “ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci separa”.

“Ogni volta che arrivavo in un paese – racconta oggi a ZENIT, quasi dieci anni dopo il suo primo pellegrinaggio – prendevo nelle mani un po’ di terra e chiedevo a Dio di benedire e perdonare gli errori del passato, del presente e del futuro di questo paese”.

Sébastien de Fooz, nel 2005 lei è andato a piedi a Gerusalemme, con 50 euro in tasca. Nel 1998 si è recato a Santiago de Compostela e nel 2000 a Roma. Lei sostiene di aver ricevuto una vera e propria chiamata. Che tipo di chiamata?

S. de Fooz: Quando nel 1998 ho terminato i miei studi in Comunicazioni sociali a Bruxelles, volevo usare un mezzo di locomozione estremamente semplice per percorrere una distanza, volevo essere il mio proprio vettore. E’ il motivo per cui ho deciso di andare a piedi dalla mia città natale di Gand, in Belgio, per arrivare a Compostela. Volevo constatare l’influenza che il cammino poteva avere sui rapporti di comunicazione con le persone che incontravo nel mio percorso.

Tuttavia questo desiderio nascondeva un’aspirazione molto più profonda: quella di incontrare Dio. Durante questo primo cammino, sono stato colpito in pieno dalla fede. Ho capito che Dio era “presente”, e mi sono reso conto, per la prima volta, di vivere in pieno questo momento, che la grazia non ci tocca né nel passato, né nel futuro, ma ora, uniti a Dio che vive nel più profondo delle nostre coscienze. Tocca a noi decidere se andare o non andare verso di Lui.

Nel 2000, per ringraziare per la conversione religiosa ricevuta nel mio primo pellegrinaggio, sono partito per Roma a piedi. E’ stato solo durante quel viaggio che mi sono reso conto del senso simbolico e della portata del viaggio che stavo per intraprendere. Il mio cammino verso Compostela era un cammino verso “Ponente”, verso l’ovest, verso il tramonto del sole. Il cammino verso Roma era un cammino verso lo “Zenit”, là dove il sole è al suo punto culminante. Dopo un cammino di conversione verso Compostela, vivevo ora un cammino verso Roma, per ringraziare di tutte le grazie ricevute durante il primo cammino.

E’ stato solo nel 2004, durante un servizio nell’eremo dell’Assekrem, nel sud-est dell’Algeria, dove Charles de Foucauld ha vissuto i suoi ultimi anni, che ho udito questo richiamo: “Alzati e cammina”. E’ allora che mi sono reso conto di essermi impegnato su tre fronti: Compostela, Roma, Gerusalemme, oppure Ponente, Zenit e Levante. Un anno dopo ho lasciato tutto, seguendo questo richiamo ricevuto nel deserto e sono partito sulla via per Gerusalemme.

Questo viaggio mi ha portato, indipendentemente dalla mia volontà, verso dei punti oscuri della nostra storia. Sono passato attraverso il campo di sterminio di Dachau, dove ho raccolto un sassolino che ho deposto, circa 160 giorni dopo, nel Muro del Pianto. Ho capito che questo ultimo pellegrinaggio era un cammino attraverso l’Ombra per raggiungere la Luce, che era un viaggio verso Oriente, là dove sorge il sole, ed era la traversata della “Notte Oscura” per giungere al luogo della Luce.

Cosa si fa quando si cammina, soli, per chilometri, fra un incontro e l’altro? E in una regione del mondo, come il Vicino Oriente, dove regna un clima di insicurezza non indifferente? Si ha paura?

S. de Fooz: Quando sono arrivato in Austria, sono stato accolto a Irdning, in un monastero di Cappuccini. Sono arrivato in un momento in cui si svolgeva una lezione sulla preghiera del Cuore, che consiste nel pronunciare il nome del Cristo sul ritmo del respiro. Quando mi sono messo in cammino, ho applicato questa preghiera alla mia marcia e ad ogni passo pronunciavo il nome del Cristo. Il suo Nome ha dissolto le tenebre e le angosce.

Sono partito sentendomi diviso. Avevo l’impressione di vacillare fra il dubbio e la certezza. Fra l’essere e il non essere. Fra ciò che sono intrinsecamente e questa immagine di ideale che si nutre di immagini societarie. Fra le due, il vuoto. E’ senza dubbio il vuoto che si prova nelle nostre grandi città. Man mano che avanzavo, il vuoto si dissipava e la paura che si era insinuata nel vuoto, svaniva. Lasciavo le zone periferiche di proiezione per rientrare nelle acque profonde.

Mi sentivo inoltre evolvere su due assi. La prima era l’asse orizzontale. Attraversavo regioni, paesi e continenti e poiché avanzavo nella configurazione orizzontale del paesaggio, osavo alla fine attraversare le mie zone di resistenza e d’ombra. Mi sentivo all’incrocio fra l’orizzontale ed il verticale. E’ là che noi troviamo la Croce, non la ricerca del supplizio, ma il luogo di passaggio e di convergenza, per poter rinascere a noi stessi nel Cristo, ad ogni passo che compiamo.

In termini concreti, sentivo che la mia identità profonda si rinsaldava, che il vuoto dove si annidava la paura svaniva e che il pericolo non mi avrebbe più toccato. Camminavo con il Salmo 91, che Sofia, un’amica, mi aveva consegnato al momento della mia partenza.

Camminando, ero consapevole che dentro di me si creava uno spazio di libertà, dove avrei potuto incontrare altre persone diverse, senza doverle giudicare per sentirmi dalla parte buona della barriera virtuale, quella che noi creiamo senza sosta per rassicurarci. I miei muri di resistenza crollavano uno alla volta. E questi incontri non furono da meno. Mi rendevo conto che il cammino del pellegrino è agli antipodi dello spirito di ogni tipo di crociata. Là dove una crociata usa la forza per raggiungere i suoi obiettivi, il pellegrino non ha che la sua vulnerabilità per arrivarvi. In tal senso, questo cammino è un’anti-crociata.

Non ho sofferto la solitudine né in Europa, né nel Vicino Oriente. Nel Vicino Oriente, come in ogni altro luogo, mi chiedevano cosa facessi. Nel mondo arabo, camminare è sinonimo di povertà. Vedendomi, la gente era turbata, poiché non corrispondevo all’immagine che avevano dell’uomo occidentale ricco. Poiché camminavo, mi si avvicinavano e facevano domande.

Quando rispondevo e dicevo loro che camminavo verso Gerusalemme, mi consideravano uno “Hadj” e molti musulmani mi hanno chiesto di pregare per loro ad Al Quds, a Gerusalemme, poiché a causa del contesto politico non avevano la possibilità di andarvi a pregare. Quanti musulmani mi hanno detto di volere anch’essi la pace fra le Nazioni!

Sono arrivato a Gerusalemme, ai piedi del Muro del Pianto, il giorno di Rosha Shana, con il mio sassolino raccolto nel campo di concentramento di Dachau. Davanti al muro ho incontrato una donna originaria della Germania, che il giorno stesso sarebbe entrata in un monastero in Israele, poiché voleva pregare per il popolo ebraico dopo quanto aveva sofferto durante l’epoca nazista. Ha poi estratto una boccetta di olio sacro ed insieme abbiamo pregato per gli errori del passato, del presente e del futuro delle tre grandi religioni monoteiste. Abbiamo immerso la pietra di Dachau nell’olio e sono andato verso il Muro. Inginocchiandomi, ho pregato il Padre Nostro e la mia mano è scomparsa in un anfratto del Muro.

Mentre avevo appena deposto il sassolino, ho sentito una mano posarsi sulla mia spalla. Mi sono girato. Era un ebreo che mi guardava con la stessa intensità del muezzin turco che mi aveva accolto nell’Altopiano dell’Anatolia. Egli aveva perduto un figlio che avrebbe avuto la mia età. L’ebreo ortodosso ha fatto un cenno di consenso con il capo, come se sapesse ciò che stava succedendo e da dove venissi. Senza dire una parola, mi ha teso la mano. Quando ho posto la mia, imbevuta di olio santo sulla sua, ho sentito che avevo risposto alla Chiamata di Dio.

[Traduzione di Maria Teresa Guicciardi]


Sébastien de Fooz racconta il suo viaggio a Gerusalemme in un’opera pubblicata alcuni mesi fa dalle edizioni “Racines” dal titolo “Á pied à Jérusalem 184 jours, 184 visages”.