Un “pellegrino di pace” tra gli errori del passato (Parte II)

Intervista al giornalista Sébastien de Fooz

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Di Isabelle Cousturié

ROMA, martedì, 15 gennaio 2008 (ZENIT.org).- La pace può cominciare anche da un pellegrinaggio che aiuti le persone a superare le “fratture della storia” e le diversità culturali, sostiene Sébastien de Fooz.

Questo giornalista belga pensa infatti che il pellegrino è colui che riesce a sperimentare l'Amore di Dio “al di là delle nostre frontiere mentali e reali”, e “che vive questo lento smantellamento, come lo scultore toglie il superfluo dalla materia per arrivare all’essenza stessa della sua arte”.

La prima parte dell'intervista è stata pubblicata il 14 gennaio.

Quindi il suo desiderio ora è di creare una via della pace verso Gerusalemme…. Ci parli di questo progetto.

S. de Fooz: Ciò che mi ha colpito durante questo viaggio, sono i muri visibili ed invisibili incontrati nel mio percorso. Oltrepassando la frontiera linguistica tra le Fiandre e la Vallonia, quando avevo la sfortuna di chiedere la strada in olandese, mi veniva risposto seccamente che qui si parlava francese. Oltre, in Baviera, ho attraversato il campo di Dachau, circondato da filo spinato e da muri; a partire dall’Austria, ogni volta che oltrepassavo un confine, mi si metteva in guardia contro il paese successivo.

Arrivato in Croazia, mi prendevano per pazzo quando raccontavo che sarei andato in Serbia. Arrivato in Serbia, ho incontrato un giovane serbo che mi ha spiegato la sua partecipazione al massacro di Srebrenica. In Turchia mi hanno messo in guardia contro i curdi e la Siria; gli ebrei ed i cristiani mi raccontavano delle loro preoccupazioni per il futuro; in Siria mi chiedevano se ero ebreo e mi dicevano che ero fortunato di non esserlo, altrimenti mi avrebbero strappato il cuore e lo avrebbero calpestato.

In Israele sono inciampato contro il muro di separazione fra due mondi, ed arrivato a Gerusalemme, tutta la città era presidiata perché era la vigilia di Rosha Shana e dal primo giorno del Ramadan, la città era quasi deserta. Alla fine, nella chiesa del Santo Sepolcro, ho sentito dei Copti lamentarsi degli Ortodossi…

In definitiva, posso dire che questo viaggio di 184 giorni è innanzitutto un viaggio di 184 volti, che mi ha dimostrato la complessità del nostro mondo, di ciò che ci separa, ma soprattutto di ciò che ci unisce. E Colui che ci unisce è più grande di ciò che ci separa.

Penso in continuazione che questa strada verso Gerusalemme sia una strada che attraversa l’ombra, la notte e la morte e va verso l’alba, verso la Città tre volte Santa. Non è forse così per la vita di noi tutti? La morte non sarebbe la morte se essa non comportasse la componente dell’inerzia. Il Signore ci invita a metterci tutti in cammino, ad alzarci e a osare affrontare la sfida della Vita nella parole indirizzate alla figlia di Giairo, appena morta: 'Talita kumi, alzati e cammina!'”.

Fedele alla mia vocazione, se questo è il suo Piano, il mio progetto è quello di creare una via di apertura e di dialogo che attraversi l’Europa, la Turchia, ed il Vicino Oriente, per raggiungere la Città tre volte Santa di Gerusalemme.

Questo progetto si prefigge la meta di proporre a giovani europei di mettersi in cammino e attraversare i propri paesi. L’idea è quella di creare un movimento cittadino su scala europea verso l’Oriente e creare poi una via: la via della Pace. Il percorso parte dalla capitale europea (Bruxelles) per giungere a Gerusalemme.

La via attraverserà l’Europa in direzione est, fino alle porte dell’Oriente, che delimita le nuove frontiere dell’Europa allargata, che sta cercando di darsi un nuovo volto. La linea quasi diritta da Bruxelles all’Oriente è segnata dalle fratture della storia, unisce le culture più diverse che tuttavia oggi sono in cerca di un’identità comune sotto il vessillo stellato. Il progetto simboleggia la sfida che si è fissata l’Europa dei 27: consolidare i denominatori comuni, creare dei ponti, garanti culturali al di là delle cicatrici della storia.

Gruppi di giovani di ogni appartenenza attraverseranno il proprio paese, poi passeranno la fiaccola al prossimo in direzione dell’Europa dell’Est, passando attraverso l’Europa centrale. Indi passeranno la fiaccola alla Turchia. Il movimento attraverserà poi la Siria, il Libano, la Giordania, la Palestina e poi Israele, per arrivare infine all’incrocio delle tre grandi religioni: Gerusalemme. Ciò che è essenziale per evitare di ricadere negli errori del passato è che questa via sia aperta a tutti, a prescindere dall’appartenenza religiosa.

Come viene accolto questo progetto? Non sarà considerato un’utopia?

S. de Fooz: Mi rendo conto che questo progetto è folle, se non addirittura insensato. Ma la fede nel nostro mondo che garantisce la paura non è forse considerata insensata? Quanti sono i paesi nel mondo nei quali la pace è diventata una chimera?

Questo progetto è come il mio pellegrinaggio, si realizza solo grazie ad incontri casuali, un salto nell’ignoto, un ignoto di cui fare il proprio alleato. E’ forse che non abbiamo coraggio? La pace non ha prezzo. Se non cerchiamo di ottenerla, anche attraverso progetti assoluti, tanto vale dubitare della sua stessa esistenza.

Lei progetta anche la creazione di soggiorni di meditazione in un monastero in Siria…

S. de Fooz: Quando ero sulla via di Gerusalemme, sono stato accolto in un monastero bizantino a 90 chilometri a nord di Damasco. Ero sfinito dopo varie migliaia di chilometri di viaggio. Arrivato nel borgo di Qara, sono stato consigliato da un musulmano di fermarmi nel monastero del villaggio. Ignoravo l’esistenza di un monastero nella regione tranne quello di Mar Moussa. Sono arrivato davanti al meraviglioso monastero di San Giacomo, costruito in terra curda. Mi sono fermato dieci giorni nella comunità dell’Unità di Antiochia, fondata da una Carmelitana libanese, madre Agnès-Maryam della Croce. Questa religiosa gode di una considerazione notevole nella regione. Durante il mio soggiorno di riposo, abbiamo abbozzato insieme il progetto di creare molti ponti fra i cristiani di Occidente e di Oriente.

Abbiamo pensato a dei soggiorni di meditazione e di preghiera, associati ad un’esperienza di marcia notturna nel deserto, che degli occidentali in cerca di motivazioni potrebbero fare in questi luoghi di abbagliante bellezza. Oggi il progetto si sta realizzando. Un primo gruppo parte a maggio ed un altro si prepara per ottobre.

Credo sia un dovere morale sostenere i nostri fratelli cristiani d'Oriente e ovunque essi siano perseguitati.

Cosa volete suscitare attorno a voi attraverso tutti questi cammini?

S. de Fooz: E’ un invito a mettersi in cammino. E’ solo quando abbiamo il coraggio di mettere questo singolo passo davanti all’altro che possiamo toccare ed essere toccati. Questi percorsi non sono altro che un invito alla fiducia per compiere il cammino più lungo che si possa effettuare nella vita, quello che porta dalla testa al Cuore.

Ritenete che il nostro mondo, com’è oggi, abbia bisogno di una nuova generazione di pellegrini coraggiosi in grado di seminare il desiderio di pace?

S. de Fooz: Ciò che ci manca è sperimentare l’Amore di Dio al di là delle nostre frontiere mentali e reali. Dio le trascende tutte. Il pellegrino è colui che vive questo lento smantellamento, come lo scultore toglie il superfluo dalla materia per arrivare all’essenza stessa della sua arte.

Noi ci liberiamo delle nostre scorie, di tutto ciò che ci impedisce di considerare il nostro prossimo nella sua differenza, anche lui come figlio di Dio. Quando svaniscono le paure, nel cuore degli uomini appare il volto del Cristo.

[Traduzione di Maria Teresa Guicciardi]