Un piccolo paradiso nel caos della capitale (Seconda parte)

La certosa della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri

Roma, (Zenit.org) Paolo Lorizzo | 304 hits

La certosa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri resta uno dei pochi angoli tranquilli dell’ormai caotica capitale. Nonostante alcune strade taglino di netto le rovine del grandioso complesso termale di Diocleziano e Massimiano, l’area ha conservato una propria identità culturale, riservando una nicchia inaspettata per i tanti visitatori che ogni anno si recano a visitare questi luoghi.

Con la concessione nel 1561 da parte del pontefice Pio IV ai certosini delle rovine delle Terme, diede loro modo di avviare i lavori per la riqualificazione dell’area, avviando nel 1595 la costruzione del nuovo convento, realizzandolo secondo lo schema canonico dell’Ordine: un chiostro grande, un chiostro piccolo e le abitazioni per i monaci.

Il chiostro grande in particolare con i suoi10.000 metri quadratidi superficie e i suoi lati lunghi ciascuno di100 metri, rappresenta uno degli esempi più grandi e significativi in Italia. I portici del chiostro, oltre a rappresentare un rilevante esempio di monumentalità religiosa, espongono una ricca collezione di materiale archeologico facente parte della collezione del Museo delle Terme, di cui l’intero complesso fa parte. Passeggiando tra sarcofagi, ex voto, iscrizioni, busti, statue e frammenti di colonne, il tutto rigorosamente lapideo, ci si imbatte in due elementi piuttosto caratteristici.

All’interno del braccio confinante con via Volturno è visibile un tratto di ‘basolato’ romano che rappresenta, nella sua semplicità, un’importante elemento storico. Sappiamo infatti che per la costruzione del grande complesso termale non soltanto vennero abbattuti o eliminati precedenti edifici, ma venne notevolmente alterata l’intera topografia stradale, ridisegnandola quasi completamente in funzione della nuova, gigantesca costruzione. Ne consegue che il terreno venne spesso notevolmente livellato al rialzo distruggendo o, come in questo caso, sotterrando ciò che non serviva più.

L’altro elemento caratteristico che si armonizza pienamente con il contesto conventuale è un dipinto del 1855 firmato da Filippo balbi (1806-1890) raffigurante il certosino Fercoldo, padre del Papa Clemente IV. Il dipinto ad olio è realizzato sulla prima porta a sinistra che si affaccia sul chiostro e visibile subito dopo l’ingresso.

Se il grande chiostro venne posizionato nel cortile compreso tra il muro di cinta e le terme e quello piccolo andò a stanziarsi sulle strutture dell’antica natatio, l’inserimento del Convento fu decisamente più indolore per le antiche rovine, perché stanziato lungo il lato occidentale (in pratica lungo l’attuale via Cernaia) restando lontano dal muro perimetrale.

Le celle spezzano la monotonia dell’uniformità delle rovine romane e riportano ad una dimensione più consona dell’epoca che impersonano, con aggetti, rientranze, cortili e quel pizzico di antichità che ogni tanto riemerge tra un fusto di colonna e un frammento marmoreo, lo specchio della cultura architettonica dell’epoca a cui si riferiscono. Immaginandole poi nel loro antico contesto, praticamente intatto fino alla fine dell’800, danno maggiormente l’idea della loro importanza architettonica. Ricordiamo infatti che la certosa è attigua al quartiere ‘sallustiano’ che fino alla metà dell’800 era praticamente popolato da giardini e vigne di alcune grandi ville storiche che vennero successivamente smembrate, distrutte e i grandi giardini edificati.

Dal momento in cui venne edificata, la certosa ebbe grande considerazione da parte dei papi che salirono al soglio pontificio, anche perché era la sede della Procura generale rappresentante l’ordine certosino presso la Santa Sede. Fu Clemente VIII uno dei primi pontefici a visitarla e a disporre contributi per un ampliamento delle aree di accoglienza, ma la sua prematura scomparsa bloccò tale iniziativa. Un rapporto del 1628 registra una comunità di 15 monaci e 5 laici, a testimoniare come in effetti il gruppo certosino era piuttosto limitato.

Fu papa Pio VII a chiudere la certosa per ordine del decreto napoleonico nel 1810 ma appena quattro anni dopo, di ritorno dalla sua prigionia savonese, la fece riaprire ripartendo dal Superiore e da tre monaci rimasti.

In occasione del Concilio Vaticano I papa Pio IX fece allestire nel grande chiostro un’esposizione d’arte religiosa che inaugurò il 17 febbraio 1870. Fu il primo significativo passo per la ‘musealizzazione’ dell’intero complesso che divenne ancor più evidente a partire dal 1873 quando il Parlamento italiano approvò la soppressione degli Ordini religiosi e la certosa viene incamerata dal Governo italiano con tutti i suoi beni. Oggi l’intera area rappresenta un cardine della cultura archeologica espositiva e monumentale della capitale.

(La prima parte è stata pubblicata sabato 19 di ottobre)

* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l'Università degli Studi di Roma de 'La Sapienza'. Esercita la professione di archeologo.