Un pontificato che ha anticipato quello di papa Francesco (seconda parte)

Renzo Allegri racconta tanti aneddoti che rendono evidenti le similitudini tra il pontificato di papa Bergoglio e quello del beato Giovanni XXIII

Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 427 hits

Nonostante avesse svolto la maggior parte della sua attività come diplomatico, dicevano che fosse molto pastorale, è vero? 

A guardar bene la vita di Roncalli, si constata che fu soprattutto e sempre uno straordinario pastore. In Bulgaria, dove fu rappresentante della Santa Sede dal 1925 al 1935, la sua attività diplomatica era quasi inesistente. I cattolici erano lo 0.90% della popolazione. Mentre gli ortodossi erano 85 per cento. Ma tra le due comunità non c’era nessuna comunicazione, se non quella dell’odio. Anche in quell’ambiente, Roncalli fu soprattutto pastore, nel senso che viveva come testimone di Cristo aiutando tutti, interessandosi dei poveri, senza tener conto se fossero cattolici o ortodossi o di altre fedi religiose. Qualcuno ha scritto che dalla Curia Romana era stato inviato in Bulgaria con un compito preciso: combinare il matrimonio tra Re Boris, ortodosso, e Iolanda di Savoia, cattolica, con il fine di avere dei principini di fede cattolica, estendendo in questo modo l’influenza politica italiana in quello Stato e di conseguenza anche l’influenza vaticana.  Ma, se questo progetto fu caldeggiato a Roma, in pratica fallì. Roncalli si interessò del matrimonio di Re Boris. Riuscì a convincere Re Boris, ortodosso, a celebrare un matrimonio cattolico con l’impegno di educare i figli nella religione cattolica. E questa vittoria diede fama e gloria a Roncalli. A Roma, tutti cambiarono atteggiamento e gli portavano ammirazione e rispetto. Ma solo per pochi mesi. Re Boris non mantenne le promesse. Dopo il matrimonio con rito Cattolico ad Assisi, ne celebrò subito un altro con rito ortodosso in Bulgaria, scatenando le ire di Pio XI e quelle della Curia romana che voleva la testa di Roncalli. Ma Pio XI aveva stima profonda di quel vescovo e attese qualche anno e poi lo trasferì alla Nunziatura di Turchia.

Se aveva fallito come diplomatico, Roncalli aveva però riportato grande successo come pastore. Tutti gli volevano bene. Compreso Re Boris che, poi, durante la guerra, perse il trono e la vita per seguire le richieste di Roncalli.

Come reagì Roncalli a quelle vicende?

Dopo quella sconfitta, Roncalli come diplomatico era fallito. Ne soffriva, ma offrì le proprie sofferenze a Dio. Volle fare un lungo pellegrinaggio per l’Europa, sostando in preghiera nei principali santuari. Andò a visitare la Cecoslovacchia, fermandosi a Praga, poi la Polonia con tappa alla Madonna nera di Czestokowa, quindi in Germania, dove conobbe Eugenio Pacelli, Futuro Pio XII, che era nunzio apostolico a Berlino. Andò infine in Francia, a Parigi e a Lourdes.

Nel 1934 fu nominato Delegato apostolico in Turchia e Grecia. Si trasferì a Istanbul, dove rimase per oltre dieci anni. I cattolici in Turchia erano pochissimi, meno dello 0.2 per cento della popolazione.  Alla messa nella cattedrale, alla domenica, arrivavano, sì e no, una ventina di persone. Ma Roncalli si comportava come se la cattedrale fosse piena. Scriveva i discorsi e li leggeva. Annotò nel suo diario: “Prima di salire sul pulpito, mi rivolgo agli angeli custodi di tutti i fedeli del vicariato e li supplico di portare la mia parola a tutti, anche a quei fedeli che non sono mai venuti in chiesa”.

Una volta, fece 800 chilometri per andare a festeggiare una piccola comunità cristiana. Alle cerimonia in chiesa, c’erano undici persone.

Dedicava tutto il suo tempo ai poveri, agli ammalati, ai derelitti, a qualunque religione appartenessero. Non attendeva che i bisognosi si rivolgessero a lui, li precedeva: quando veniva a sapere che una persona aveva bisogno, correva a portare aiuto. Padre Giorgio Montico, che era superiore dei Francescani conventuali in Turchia e fu grande amico di Roncalli, mi diceva che si toglieva letteralmente il pane di bocca per aiutare i poveri che in quel periodo erano molto numerosi in Turchia. Certe settimane stava giorni interi senza avere di che mangiare.

Ha salvato ebrei?

Migliaia. Nel 1971 padre Cairoli, che era postulatore della causa, mi disse: “Non è possibile stabilire quanti ebrei abbia salvato dalla morte in quegli anni monsignor Roncalli. Si calcola che abbia salvato 40-50 mila ebrei”.

Nel 1943, circa 23 mila ebrei Slovacchi si erano rifugiata in Bulgaria. Hitler chiese a Re Boris, suo alleato, di rispedirli indietro. Significava mandarli a morire nei Lager. Roncalli si inserì nella vicenda riuscendo a convincere Re Boris a farli proseguire per la Turchia. Re Boris venne chiamato a rapporto da Hitler. Quando tornò a casa, misteriosamente morì all’improvviso.

Un giorno nel porto di Istanbul arrivò una nave carica di bambini ebrei. Erano circa 25 mila. La nave proveniva dalla Romania ed era riuscita a superare il blocco tedesco. La Turchia non voleva grane con Hitler e decise di riconsegnare la nave ai tedeschi. Monsignor Roncalli cominciò a interessarsi febbrilmente della vicenda. Contattò autorità turche, rumene, tedesche. Alla fine, la nave ottenne il permesso di attraversare lo stretto di Dardanelli e portare i bambini in salvo.

Durante la guerra, Istanbul era neutrale. Divenne centro frenetico di attività diplomatiche, ma anche di oscuri intrighi di spionaggio. Tutti sapevano che Roncalli, con le sue amicizie, riusciva ad arrivare ovunque. Per questo era sorvegliato dai servizi segreti di mezzo mondo. Ma egli era diventato astuto e riusciva sempre a seminarli e confonderli.  Viaggiava di notte, in borghese, ricorrendo a strani travestimenti. Un autentico 007. Si sa che per aiutare il prossimo, in quegli anni fece di tutto, rischiando continuamente la vita.

Ha aperto nuove relazioni con gli Ortodossi?

Più volte egli manifestò ai suoi collaboratori la sua viva e precisa convinzione: “La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo. Dividendo quel corpo, si uccide Gesù”.. Ovunque, in Bulgaria, in Turchia, in Grecia, in quegli anni, ha sempre cercato contatti con le varie religioni, in particolare con gli ortodossi, discutendo, favorendo il dialogo e l’amicizia. I suoi sforzi, volti a dissipare pregiudizi e a migliorare reciproche relazioni, furono un ottimo allenamento per quell’ecumenismo che sarebbe diventato l’anima del Concilio Vaticano II.

Chi erano i profeti di sventura di cui si lamentava? 

Raramente si lamentava. E quando lo faceva, non personalizzava mai, non faceva nomi. Solo nelle pagine del suo diario ha lasciato indicazioni inequivocabili, come questa:  “Come mi era facile prevedere, il mio ministero doveva recarmi molte tribolazioni. Ma, cosa singolare, queste non mi vengono dai bulgari per i quali lavoro, bensì dagli organi centrali dell’amministrazione ecclesiastica. È una forma di mortificazione e di umiliazione che non mi attendevo e che mi fa molto soffrire”.

Quali secondo te le ragioni per cui è stato beatificato e ora verrà canonizzato?

Per tutta la vita ha esercitato in forma veramente eroica tutte le virtù evangeliche, con una dedizione assoluta a Dio e al prossimo, vivendo in povertà, in umiltà, ma con il cuore gonfio di amore e di tenerezza per gli altri. Un santo evangelico totale. Alla sua morte, la fama di santità era così grande, così diffusa, che alcuni Padri Conciliari avevano proposto che fosse proclamato santo per acclamazione, durante un’assemblea conciliale.

C'è qualche altro aneddoto che vorrebbe raccontare? 

Tutta la vita di Roncalli è piena di aneddoti divertenti. Era un maestro del sorriso, della gentilezza, delle serenità, del rispetto amoroso per il prossimo. Aiutava le persone bisognose facendo pervenire loro somme di dinaro accompagnate sempre da un biglietto in cui era scritto: “Da parte di un ignoto benefattore che chiede di essere ricordato nelle preghiere”.
Quando, in Turchia,  andava nelle parrocchie, o in qualche istituto a celebrare la Messa, poi gli offrivano una busta con dentro una generosa offerta, ma lui, conoscendo le ristrettezze economiche di quei preti, rifiutava sempre e diceva: “Chissà quale trabocchetto c’è lì dentro: non mi fido di prenderla”.

In Vaticano c’era l’abitudine di dare un santino con l’effige del Papa benedicente, come ricordo e come ringraziamento per un servizio fatto al Santo Padre. Appena arrivato,  Papa Giovanni cambiò quella consuetudine. E quando si presentava l’occasione per ringraziare qualche operaio che aveva fatto un lavoretto, diceva al Segretario: “Mi raccomando, gli dia un santino, ma di quelli che servono per comprare un mazzo di fiori per la moglie”. E questo significava che il “Santino del papa” doveva essere un biglietto da cinque o diecimila lire.

(la prima parte è stata pubblicata ieri, martedì 22 aprile 2014)