Un segno per "ridestare la nostra fede imborghesita"

L'arciprete del vicariato di Cervia ha esposto fuori dalla canonica un lenzuolo con la "N" che i jihadisti affiggono sulle case dei cristiani di Mosul

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 454 hits

Un segno che campeggia sulla facciata principale: è ciò che accomuna le case dei cristiani di Mosul alla canonica di Santa Maria Assunta, nella cittadina romagnola di Cervia. Si tratta della lettera “N” che sta per Nazarat (ovvero seguaci del Nazareno). Entro i confini dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) la stanno raffigurando con la vernice le milizie islamiste, per marchiare le abitazioni dei cristiani e costringerli a convertirsi, a pagare un tributo (la jizya) o a fuggire dalla città. Sul balcone della canonica di Cervia l’ha esposta (disegnata su un lenzuolo) don Pierre Laurent Cabantous, arciprete del vicariato cervese dallo scorso dicembre, per esprimere “un segno di comunione e di solidarietà per tutti i nostri fratelli perseguitati”.

Persecuzioni, sottolinea il sacerdote a ZENIT, che “si stanno consumando in Iraq, ma anche in Siria, in Nigeria, in Pakistan… In tante parti del mondo in cui la violazione della libertà religiosa avviene in modo sistematico e brutale”. Episodi le cui cronache rimbalzano sulle pagine dei nostri giornali, senza tuttavia scalfire coscienze che sembrano ormai assuefatte a notizie di questo tipo.

“Di fronte a quella che è un’indifferenza diffusa da parte di noi occidentali - riflette don Cabantous - oltre che la preghiera, ci è sembrato giusto anche attuare un gesto visibile per testimoniare la nostra solidarietà”. Del resto, aggiunge il sacerdote, “anche noi siamo seguaci del Nazareno, anche noi facciamo parte di quell’unica Chiesa cui fanno parte i cristiani perseguitati”. Per dirla in modo evocativo, “in giro per il mondo ci sono membra dello stesso nostro corpo che in questo momento vengono perseguitate e recise, ovvero assassinate”.

Già, l’indifferenza. “Madre Teresa di Calcutta diceva che è qualcosa di più grave del peccato. Ebbene - sospira don Cabantous - è un qualcosa che senza dubbio ci riguarda”. Indifferenza che si sviluppa a corrente alternata, secondo l’arciprete del vicariato di Cervia. “Dove sono finiti - si chiede amaramente - tutti i pacifisti di una volta, quelli che scendevano in piazza con la bandiera arcobaleno? Non contano per loro i cristiani uccisi?”. Non solo alla società civile e ai professionisti dell’impegno sociale ideologizzato, don Cabantous una domanda la rivolge anche alla comunità internazionale: “Nessuno si è forse accorto che questo sedicente califfo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante sta compiendo crimini contro l’umanità?”.

Crimini che i cristiani di Mosul, così come i loro fratelli in Cristo perseguitati ad altre latitudini, non intendono subire passivamente o rinnegando la propria fede. “Nonostante tutto - osserva il sacerdote romagnolo - dimostrano l’amore, un’appartenenza a Cristo e alla Chiesa che noi forse abbiamo smarrito. Loro sono disposti a dare la vita pur di non abiurare la loro fede”. Don Cabantous cita a tal proposito le vicende “di Meriam, di Asia Bibi e di tanti altri che si trovano in carcere per gli stessi motivi e di cui noi non sappiamo niente”.

Sono martiri moderni i cui nomi rimarranno a noi ignoti. “Penso ai cristiani della Nigeria, uccisi mentre si ritrovano in chiesa”, afferma don Cabantous. E riflette: “Noi la domenica andiamo a Messa in tranquillità, persino potendoci scegliere l’orario più congeniale, senza pensare che questi nostri fratelli per partecipare all’eucaristia rischiano la vita”.

Considerazioni, queste, che il sacerdote ha espresso ai fedeli domenica scorsa, proprio durante la Messa. “Il Vangelo - spiega - ci ha offerto le due parabole della perla preziosa e del tesoro nascosto. Parabole che parlano di chi è disposto a vendere tutto pur di ottenere il Regno di Dio, l’incontro con Cristo. È dunque nata spontanea la domanda che ho rivolto all'assemblea: ‘E noi cosa siamo disposti a mettere in gioco per il Regno di Dio?’”. Una sollecitazione che è penetrata nel cuore dei fedeli. E ha contribuito, così come quella “N” esposta fuori dalla canonica, a raggiungere l’obiettivo che don Cabantous si prefissava: “Ridestare le coscienze di tutti noi, cristiani imborghesiti, di fronte a una tragedia terribile”.