Un teologo vicino al Papa spiega la "rivoluzione di Francesco"

Il rettore della Pontificia Università Cattolica d'Argentina, Victor Fernandez: "Presentare i precetti di dottrina morale della Chiesa fuori dal contesto significa togliere il cuore del messaggio di Cristo"

Roma, (Zenit.org) H. Sergio Mora | 428 hits

Basta con i preti che vivono nel lusso, vi spiego la rivoluzione di Francesco. Con questo titolo il quotidiano La Repubblica ha pubblicato ieri un’intervista di un’intera pagina all’arcivescovo Victor Fernandez, rettore della Pontificia Università Cattolica d’Argentina (PUCA) e teologo molto vicino al Santo Padre.

Il punto centrale, spiega il teologo, è che “Francesco pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti deve adattare il modo di predicare”. Per questo, spiega monsignor Fernandez, “applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la 'gerarchia delle verità'". Poiché il problema è che “molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato”, avviene che “non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo”.

L’arcivescovo poi precisa: “Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione”. Stesso discorso, aggiunge, “se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio”. Infatti, se l’invito “non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta. È qui che risiede il nostro più grande pericolo”.

In merito alle caratteristiche di papa Francesco, il direttore della PUCA, spiega: “Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l'intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti”.

Quanto alle relazioni, a volte difficili, tra Bergoglio e la presidente argentina Cristina de Kirchner, l’arcivescovo ridimensiona, spiegando che le sue omelie sono state spesso interpretate in chiave politica, quando in realtà nessun politico può affermare “di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra”. Il presule ampia poi l’orizzonte della problematica: “Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo "sperone" di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l'interprete di coloro che non hanno potere”.

Monsignor Fernandez poi ricorda: “Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: "Che il potere non sia un privilegio inespugnabile". E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d'affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana”.

Al tempo stesso il rettore ritiene che “una certa affinità di Bergoglio al peronismo c'è”, nella misura in cui questo “assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa”, pur riconoscendo che “ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico”.

Il teologo vicino al Papa ha parlato anche della predicazione del Pontefice sulla povertà: “Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un'ossessione per l'austerità” ma una “spoliazione interiore” in modo da “mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi”. Fernandez precisa poi che “a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi "da aeroporto", o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d'oro e d'argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti”.

In merito alla riforma della Curia Romana, il teologo afferma che il punto più importante non è tanto la semplificazione della struttura, “ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc.) che negli ultimi anni sono state più formali che reali”. Sebbene ciò esiga che alcuni settori della curia smettano di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e, al tempo stesso, maestosi, correndo il rischio di diventare autoreferenziali. Su questo punto, il rettore della PUCA riconosce che “alcune volte ho sentito personalità della Curia dire "noi" senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi”.