Un venerdì a Milano

"Vedo il disastro generale, ma vedo i semi di una rinascita culturale e spirituale"

Roma, (Zenit.org) Costanza Miriano | 919 hits

Venerdì scorso è stata una giornata molto istruttiva, per me. Innanzitutto ho imparato che alle sette di mattina il mondo già esiste: sono andata a correre a quell’ora indecente in cui di solito sono sprofondata in coma vigile, e ho scoperto che i fondali della città sono già srotolati, i marciapiedi disposti al loro posto, e la gente addirittura già in movimento. Chi l’avrebbe mai detto.

Poi ho preso un treno, e sono andata a Milano, attraversando mezza Italia coperta dalla neve, che bello. Ero invitata a Nova Milanese, la sera, e così avevo incastrato altri due impegni, prima. Nel primo pomeriggio sono andata a La7, ospite di Parodi Live (fornita di vestito di seta e scarpe col tacco, l’ideale sulla neve), nel tardo in una parrocchia (anfibio e giacchina di lana cotta).

Ecco cosa ho imparato. La televisione rappresenta la parte peggiore del paese. Per bucare lo schermo, infatti, bisogna esprimere pochi semplici concetti, alzando la voce e reiterando i concetti, semplificando e usando i colori forti, unico modo per ottenere l’attenzione. Come si sa, il mezzo è il messaggio, e la televisione è un mezzo veloce e semplice.

Ero invitata per parlare dei miei libri, solo che a commentare le mie affermazioni c’erano: Luca Giurato, Alba Parietti, una soubrette cubana, un giornalista de La7 perfetto rappresentante del giornalista collettivo (copyright Il Foglio), un opinionista fisso della trasmissione che non conosco e che mi sembrava avere accenti lievemente femminei, Giusi Ferrè (giornalista di moda) e tre donne straniere (cinese, tedesca e greca) chiamate a dare un respiro internazionale alla conversazione. Devo dire che mi hanno anche lasciato la parola, ma proprio il messaggio non passava, perché si parlavano due lingue diverse, e – a parte Giusi Ferrè, alla quale devo dare atto di onestà intellettuale – non c’era il tentativo di tradurre quello che cercavo di dire.

Sottomissione è stato tradotto, anche grazie ai servizi preparati prima, come sinonimo di prestazioni da geisha (la Parietti: “io faccio la geisha, ma se l’altro se ne vuole approfittare gli salto alla giugulare”), o come accettazione supina di ogni nefandezza (un altro servizio ha proposto la classifica delle sottomesse, sciorinando l’elenco delle famose che avevano perdonato il marito fedifrago), o ancora come rinuncia a ogni progetto di realizzazione personale. Insomma, tutto sempre e solo nella logica profondamente del mondo: chi comanda, chi sta sopra o sotto, chi ci guadagna e chi ci perde. Va be’. Cosa imparata: la logica del mondo è un’altra, e le parole in questi casi non servono.

Ma negli altri due appuntamenti, come nelle decine e decine che ho avuto ormai in tutta Italia, ho imparato invece che ci sono davvero un numero incredibile di persone belle, brave, che silenziosamente fanno bene il loro lavoro, stanno bene al loro posto, sono generose, accoglienti, disposte ad ascoltare, spesso, quasi sempre, più sagge e più in gamba di me. Una comunione di santi dell’ordinario, persone appassionate e appassionanti, persone con cui è facile fare amicizia, perché nel nome di Gesù bastano pochi gesti, a volte un’occhiata.

Persone come Clementina, Daniela, Simone, che mi hanno accompagnata generosamente, solo per amicizia, sacrificando il tempo del riposo e della famiglia (e della cena, nel caso specifico) e affrontando neve e ghiaccio. Persone come Franco Nembrini, che ha fatto non so quanti chilometri, sempre sotto la neve, solo per poterci scambiare un abbraccio; padre, insegnante, educatore, autore del bellissimo Di padre e in figlio che sto leggendo, scoprendo (è colpa mia, non lo conoscevo ancora, ma lui è famoso) un fratello maggiore, un intelligente, appassionato, grande educatore. Uno che seduce, parlando di Dante, platee di ragazzi in un’età in cui di solito l’unica cosa che attira la loro attenzione è What’s app (a proposito, ma che è?).

Persone come gli amici di Alleanza Cattolica di Cassina de’ Pecchi, che hanno radunato un bel po’ di gente sotto la bufera di neve, e che fanno da anni un grande lavoro formativo per conoscere e difendere la dottrina sociale della Chiesa. Non fanno rumore, non vanno in tv come la Parietti, ma sono uomini e donne di livello eccezionale.

Persone come quelle dell’Associazione Felicita Merati, una donna – come Chiara Corbella, come Gianna Beretta – morta di tumore per non essersi curata durante la gravidanza, per non dover abortire: i suoi concittadini lavorano per difendere la cultura della vita, e ci mettono un’energia incredibile.

Persone come quelle che incontro ovunque vado, persone che prendono le carte che la provvidenza dà loro in mano, e giocano la loro partita meglio che possono, senza imbrogliare, mettendocela tutta.

Io sono contenta di vivere in questo tempo. Vedo il disastro generale, ma vedo i semi di una rinascita culturale e spirituale di cui, come in tante stagioni della storia, ci faremo carico noi cattolici, con il nostro piccolo esercito, sparuto, silenzioso forse, ma armato di cuore e intelligenza e soprattutto di preghiera. E chissà che anche questa crisi non venga per aiutarci: perché fino a che si ha la pancia piena non si ha tempo né voglia di alzarsi, e andare ad aprire a Colui che sta alla porta e bussa.