"Un vero attore... non indossa maschere"

Alla vigilia della rappresentazione della commedia di Karol Wojtyla, "La bottega dell'orefice", da lei diretta, Claudia Koll parla di Giovanni Paolo II e del significato della spiritualità per gli uomini di spettacolo

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 390 hits

Fare l’attore, recitare, calcare le scene di un palcoscenico non significa “fingere”. Vuol dire, al contrario, esprimere l’essenza più autentica di se stessi. Così era Karol Wojtyla prima di diventare sacerdote, vescovo ed infine papa.

Sulla scia della canonizzazione di Giovanni Paolo II, avvenuta un mese fa, proseguono le iniziative in omaggio al santo pontefice polacco. Comprese le opere teatrali, come La bottega dell’orefice, la più nota delle commedie di Wojtyla, metafora dell’indissolubilità dell’amore coniugale, nonostante le difficoltà che questo comporta.

Lo spettacolo andrà in scena mercoledì 4 giugno, alle ore 20, presso il Centro Giovanile Giovanni Paolo II, in vicolo del Grottino 3b a Roma. Lo spettacolo è diretto da Claudia Koll e realizzato a cura della Star Rose Academy, fondata dall’attrice romana.

A colloquio con ZENIT, la Koll ha raccontato questo particolare aspetto di San Giovanni Paolo II, l’attore e il drammaturgo, nonché il papa della sua conversione. Soffermandosi anche sulla natura spirituale del mestiere di attore.

San Giovanni Paolo II, prima di diventare papa, fece teatro e fu un attore come lei. Quanto rivivevano questi suoi peculiari talenti nella missione di pastore della Chiesa?

Nella mia vita di fede Giovanni Paolo II è stato fondamentale. Aveva questa straordinaria capacità di comunicare anche attraverso gli occhi, che è tipica degli attori. Nonostante fosse straniero, sapeva anche accentare le parole. Ascoltando i cd dove lui parla su un sottofondo musicale, si riscontra come fosse capace di comunicare la parola. In Polonia aveva infatti preso parte al “teatro della parola”: essendoci in quegli anni il regime, non era possibile recitare nei teatri, gli artisti lo facevano, dunque, nelle chiese e nelle case. Portavano così all’essenziale i loro spettacoli, facendone “spettacoli della parola”. Con l’accademia che dirigo, la Star Rose Academy, ispirata alla Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II, noi lavoriamo molto proprio sulla parola, partendo sia dalla Parola di Dio, sia dalla parola che viene utilizzata negli spettacoli.

Il 4 giugno porteremo al Centro Giovanile Giovanni Paolo II, La Bottega dell’Orefice, scritta da Karol Wojtyla, per ricordarlo all’indomani della sua canonizzazione. Ci hanno proposto di metterlo in scena anche a Siracusa, nel Santuario della Madonna delle Lacrime, che lui stesso inaugurò, e alla Tendopoli di San Gabriele.

Lei dirige un’accademia teatrale che forma giovani artisti. La recitazione può diventare anche una strada che incammina verso Dio?

Chi lo sa… L’arte ha comunque a che fare con lo spirituale, quindi, in qualche modo l’artista deve comunicare il suo mondo interiore attraverso il cuore ed anche attraverso il pensiero. Deve quindi avere un cuore libero, vivo, un cuore di carne, non un cuore di pietra. Quando i ragazzi studiano in accademia si scontrano con le proprie durezze e le proprie ferite. È proprio lì che c’è il confronto veramente profondo con la verità e con il Signore. Io sostengo che l’artista deve essere autentico, nessuno ha più voglia di vedere delle rappresentazioni. Tutti hanno bisogno di percepire la verità di quello che tu dici, il senso profondo di quello che tu vuoi trasmettere, quindi l’artista deve avere un cuore vero ed autentico, non un cuore di plastica.

Quindi è possibile recitare rimanendo se stessi?

La sfida è quella. Se devo raccontare l’uomo all’uomo, devo raccontargli qualcosa che non sia di plastica ma che parli al suo io più profondo. Devo quindi utilizzare le corde autentiche di me stesso, non posso indossare delle maschere, semmai le devo togliere quelle maschere che nella vita di tutti i giorni ci rendono totalmente indifferenti quando camminiamo per strada al passaggio degli altri e che, in qualche modo, ci “proteggono”. Invece l’attore sul palco si deve “spogliare”…

Il mondo dello spettacolo ha la fama di essere tremendamente competitivo e fortemente edonista. Lei che lo conosce da dentro, ritiene che ci sia fede in Dio anche in questo ambiente?

Assolutamente sì. Non tutti ne parlano apertamente ma nel mondo dello spettacolo sono molte le persone che vivono un cammino di fede. Penso ad esempio a Lorella Cuccarini. Forse non tutti sono chiamati come me a testimoniare. La mia è stata una vera chiamata a testimonianza, alla missionarietà, all’evangelizzazione. Alcuni magari fanno un percorso più nascosto. Io ritengo comunque che il dono ricevuto sia troppo grande per poterlo tacere, anche perché, come dice papa Francesco, i cristiani devono essere dei testimoni.

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Per info su La Bottega dell’orefice al Centro GP2:

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