“Una carità fredda non è carità cristiana”

Commento della teologa Jutta Burggraf all’enciclica “Deus caritas est”

| 853 hits

PAMPLONA, domenica, 12 febbraio 2005 (ZENIT.org).- La teologa Jutta Burggraf, docente dell’Università di Navarra, rivela in quest’intervista rilasciata a ZENIT la sua “gioia e meraviglia” di fronte alla prima lettera enciclica di Benedetto XVI “Deus caritas est”, sottolineandone le novità.



Come teologa donna, cosa apprezza di più di questa enciclica?

Burggraf: L’intera enciclica ha prodotto in me grande gioia e meraviglia. Benedetto XVI va diretto al cuore della nostra fede. Dio ci ama, è il grande Amante, il primo Amante! E il cristiano è colui che ha trovato l’amore della sua vita.

Dio ci ha fatto per amare. Per la essenza stessa della nostra natura, abbiamo la vocazione ad amare. Qualche decennio fa, la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort ha esortato i suoi contemporanei a rendersi conto di questa realtà meravigliosa e a “convertirsi” alla propria umanità, perché – secondo lei – quando uno è profondamente umano, Dio si rivela attraverso di lui. E questa è oggi l’unica “prova” dell’esistenza di Dio che ampi settori delle nostre società sono disposti ad accettare.

Il Papa ci propone come esempio la beata Teresa di Calcutta. Questa donna semplice ha compreso la grandezza dell’amore divino: si è lasciata amare ed ha amato. Non ha agito con forze proprie, ma è stata mossa dall’energia dello Spirito, nel dedicarsi corpo e anima ad aiutare i più piccoli, i più poveri e bisognosi. Ha irradiato bontà ed ha attratto milioni di persone. Lo splendore di Dio si è riflesso nel suo volto. Era molto più bella di qualunque stella del cinema che rientra nei canoni estetici di oggi.

Il Papa dedica la sua enciclica all’amore e alle sue forme. Cosa pensa del suo approccio?

Burggraf: Benedetto XVI fa ciò che ha fatto nel corso di tutta la sua vita: entra in dialogo con il mondo contemporaneo. Cerca il fondamento comune alle diverse posizioni e ideologie. Rispetto all’amore, non si può dire che il Cristianesimo predichi un oscuro e ostinato “interesse” per gli altri, mentre il mondo secolarizzato si incentri nell’ “impulso ardente” verso l’altro. Certamente vi sono state deformazioni, ma l’amore è fondamentalmente uno: è una relazione affettiva ed effettiva con l’altro.

La carità comprende in se stessa tutte le configurazioni dell’amore, sia quella dell’attrazione (eros) sia quella della donazione (agape). Possiamo scoprire in ogni uomo qualcosa di buono e di bello che ci commuove; e scopriamo anche in ciascuno molte necessità che siamo chiamati ad alleviare. Ma l’amore non consiste solo nel dare, ma anche nel ricevere. In fondo siamo “poveri mendicanti” che sempre ricevono più di quello che sono in grado di dare. Questo vale anche nel caso limite dell’offrire la nostra vita per amore, poiché la stessa vita è un dono del Creatore.

Il Papa sottolinea che l’amore si dirige con un unico movimento verso Dio e verso il prossimo. In effetti, non possiamo amare veramente Dio se respingiamo i suoi figli ed amici. E neanche possiamo amare gli altri con generosità se ci chiudiamo rispetto alla fonte della vita e della salvezza.

Detto questo, le classificazioni dell’amore sono una questione piuttosto teorica. Benedetto XVI sostiene che ogni persona è unica e irripetibile, e si pone in relazione con Dio e con gli altri in modo sempre originale. Dio, l’eterno Nuovo, ama me in un modo diverso rispetto a come ama te. E anche io gli rispondo in maniera diversa rispetto a come fai tu. Lo stesso si applica all’amore tra padre e figlio, tra fratelli, amici e coniugi: ogni rapporto d’amore è unico e libero, ed è diverso da tutti gli altri.

Il Papa non separa l’eros dall’amore. Questo nesso è un elemento di novità nelle encicliche?

Burggraf: Sì, è una novità tra le encicliche. Giovanni Paolo II ha preparato questo passo, soprattutto con i suoi studi su “Amore e Responsabilità” e – in qualità di Papa – con le sue catechesi sulla “Teologia del corpo”.

Non sono pochi quelli che considerano questa novità come un elemento liberatorio. È come dire, con la forza dell’autorità, che una “carità fredda” non è cristiana e non è neanche umana. È un’offesa a Dio e agli altri. Siamo chiamati realmente ad amare “con tutto il cuore”, con un cuore che si lascia meravigliare, ricco di desideri e di tenerezza, e con la volontà di donarsi, coltivando e mostrando tutta la ricchezza dei sentimenti.

L’amore non è solo sentimento, ricorda il Papa. Lei crede che culturalmente sia prevalente l’idea dell’amore come sentimento?

Burggraf: Sì, soprattutto tra i giovani prevale l’idea dell’amore come una favilla e “null’altro”. Quando poi non sento più nulla, l’amore è finito... Questa concezione potrebbe derivare anche dalla manipolazione da parte dei media, ma può trattarsi piuttosto di una reazione rispetto ad alcune esagerazioni dominanti in epoche passate, in cui si insisteva talvolta con troppa veemenza nel dovere di donarsi e si faceva diventare “amara la cosa più bella della vita”.

Le passioni possono assumere una forza distruttrice nella nostra natura decaduta. Benedetto XVI sottolinea pertanto che occorre purificare e maturare l’eros. Ma non si tratta di reprimerlo. Un amore pieno mantiene viva la vibrazione interiore.

L’amore, infine, è compatibile con il dolore. Forse è proprio questo dolore “sofferente” che più assomiglia all’amore di Dio verso gli uomini; verso noi uomini che lo “deludiamo” ogni giorno. “C\'è sempre un grano di pazzia nell\'amore – dice Nietzsche (che il Papa cita all’inizio della sua enciclica) – così come c\'è sempre un grano di logica nella follia”.